San Benedetto

Più a sud dove si va?
Se continuo a guidare in questa direzione, quando arriverò in Abruzzo?
Lì ci sono i lupi, lo so.
Se continuo verso il mare, accade che quello poi mi attira e ci cado dentro. Chi spiegherà a mio padre, poi, come sono arrivata qui?
Non lo so come ci sono arrivata qui.
Si sente solo il rumore delle onde, o no, forse è il treno: sfila coi suoi vagoni merci. Lo sento con l’orecchio sinistro, viaggiamo in direzioni opposte, domenica sera, nemmeno una puttana per strada. Nemmeno una donna.

Pensavo fosse il mare, e invece è solo il treno. Non c’è il mare in questa località di mare. C’è solo la mia tristezza umana, non più grave di tante altre, quasi greve come un contrabbasso, non meno micidiale. Ah. Ahia.
Ho paura di accostare e di scendere, di avvicinare il mare. Ho paura di quello che mi potrà fare: come infreddolire, ammalare, perdere, sparire.
Il mare di notte, quando non vedi niente e non sai nuotare, può farti anche sparire.

Ho guidato per più di 40km, la statale Adriatica è piena di semafori.
La strada è quasi deserta, mi ricordo questa casa qui: un appartamento vuoto, Anna è morta da due anni, c’è ancora il suo nome e il cognome da sposata sul citofono. Mi fa salire. Non c’è nemmeno più il letto. Vengo a gettare su questo parquet deserto il mio cuore in affitto.
Venni al mare. A portarti il mio cuore in affitto in cambio di nessun piacere.
(Credevo che “amare” fosse dare comunque tutto. Sempre, tutto).

Vado più avanti. I lupi. I lupi dell’aria mi mordono le mani e le braccia, mi mordono i ginocchi, malattia del sangue, malattia nel vento. I dolori come lupi, mi consumano i muscoli e le articolazioni. Quanta carne e cartilagine ancora mi rimane per queste belve da barometro? Mi finiranno, prima o poi?

Non c’è una sola casa viva. E la finestra davanti alla scritta lampeggiante “TA_ _OO” (due T si sono fulminante anni fa) è chiusa come al solito. Amedeo quando la vede è sempre molto contento: immagina che in quella casa, giorno e notte, non si possa riposare per via di quel lampeggiante rosso praticamente dentro la stanza. Oppure, dice, le persone anziane che ci vivono si saranno abituate. È sicuro, dormono. Dormono con il neon per compagnia. Dormono.
Amedeo è un sadico.

Io non ho il coraggio di tornare indietro, ma la paura di andare avanti consiste nel fatto che so che non mi fermerei. Non mi fermerei. Mi ritroverei a Santa Maria di Leuca entro martedì mattina. Non mi fermerei.

Com’è solo l’Adriatico, e come cambia faccia appena spuntano alcune palme. San Benedetto. Clementi. Mi sento sola. San Benedetto. Aiutami. Emidio. Aiutami a trovare le parole. San Benedetto. A trovare il silenzio perpetuo.

Controllo il prezzo del carburante dall’entroterra fino al mare. 1.399 centesimi di Euro è il prezzo migliore che vi posso fare.

Ciò che piango sull’asfalto è la condanna a questa vita parziale.
Non mi porta da nessuna parte.
La strada.
Non mi porta mai da nessuna parte.

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Dubliners

Un venerdì nevica.
Di sicuro a Roma no.
Il regionale che fermerà a Fabriano è in ritardo. Chissà se il treno per la capitale ci attenderà.
Non vorrei restare lì per tutta la notte. Stanotte vorrei arrivare nel piatto di quello sconosciuto.

Aladdin, un magrebino che mi ha dato un’indicazione lungo i binari, mi guarda con insistenza, mi dice che sembra che abbia al massimo ventidue anni, non ci crede sia invece tanto vecchia; mi chiede il numero di telefono, gli dico di no, sorrido, meglio di no.

È buio come può esserlo il 25 di gennaio alle sette di sera. È buio dentro e fuori dalle gallerie, lungo questi muraglioni di roccia, che come il fiume attraversiamo la montagna, buchiamo il freddo, passiamo sotto la cartiera, valichiamo il niente.
Mi sento come una persona piccola. Mi sento come se avessi non più di sei anni. Perché ho un libro in mano, e questo è Gente di Dublino. L’ho rubato in una stanza a Perugia, lo usavano impilato ad altri libri come fosse un comodino. Porta ancora i segni tondi delle candele appoggiateci sopra. Tre cerchi, come quelli delle Olimpiadi, meno due.
L’ho rubato perché un giorno Walter mi disse che non rubare se si ha fame è reato. Walter è un buon uomo. Ho pensato che avesse ragione.
Lo sto leggendo in un treno che mi porta verso un punto interrogativo. Chissà chi è quello che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?) (Mi farà da mangiare?) (Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?) (Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Lo sto leggendo in un treno che conta solo vada via da casa: oggi nevica, non c’è nulla per me in un paese senza il sole. Lo sto leggendo con la malinconia di chi, per tutta l’estate, chiusa in un magazzino polveroso, in mezzo a tonnellate di libri nuovi e usati, ha sudato le forze che non possedeva, invidiando i ragazzi del liceo. Invidiavo i ragazzi del liceo. Loro potevano avere dei libri su cui studiare. In quei libri ci sono i misteri. Tomi enormi di greco e latino. Tra gli scaffali dell’usato in buono stato sognavo di apprendere da dove veniamo. “Potrei comprarne alcuni. Del resto, sono a metà prezzo. Potrei imparare qualcosa in più”.
Nello scaffale più in alto di tutti, quello dove io non arrivo, e in magazzino non ci sono scale, a volte cadevano i readers e bisognava sistemarli. Una volta una mi chiese Dubliners di James Joyce. Riuscii a prenderlo, anche senza scala, mi arrampicai sulle mensole di ferro, non caddi.
Aveva la copertina verde, una versione in inglese avanzato, adatta a un quarto, quinto superiore. Chissà se avrei potuto mai leggerlo, magari in inglese anche io, magari lo avrei comprato anche io.
Era settembre e faceva caldo, la gente ancora al mare, e noi chiusi nel bunker sotto un condominio, in mezzo ai libri per la fortuna degli altri, in mezzo a nuvole di polvere, niente mare, niente vestiti scollati. Neon, luce serale anche al mattino. Neon. La copertina verde. Mi rigiro Dubliners nelle mani, non ho il coraggio di aprirlo, che se i miei occhi cadono su una riga e mi resta qualcosa, poi come un gancio quella mi strappa via tutto.
Poi la signora ha detto che non lo voleva più. L’ho rimesso a posto.
Ho continuato a lavorare come se non avessi che la licenza elementare: un muro lungo lungo e il sapere mi era precluso. Ho continuato a lavorare vendendo agli altri la possibilità di essere migliori, e comunque più felici di me. Se avessi fatto il classico anche io…forse…
So che quella gente di Dublino sta ancora là, dimenticata sullo scaffale del magazzino dismesso durante l’inverno. Ci ho pensato spesso. Mi sono rivista, sudata, piena di polvere, nella mia maglia viola e i leggins con impronte di mani bianche, ogni volta che toglievo i guanti, per preservare la carne dalla polvere. Mi sono rivista come un bambino di cinque o sei anni, davanti a una vetrina di dolci, illuminata al neon, come in un pomeriggio d’ospedale.

Mi sarebbe piaciuto, quest’estate, essere altrove.
Sono su un treno per la capitale.
Ci hanno aspettati.
Sto leggendo Gente di Dublino.
C’è un uomo che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?)
(Mi farà da mangiare?)
(Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?)
(Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Se finissi per amarlo sarebbe un bel guaio.

Il libro poi l’ho finito. E comunque non è un granché.

Infinite mare

Tenere una torcia vicino al letto vi aiuterà a proteggervi dagli incubi, ma anche da quelli, cercate di imparare.
Pensavo riguardasse solo i tennisti dalle scottature perenni e le caviglie blu, quelli con strappi e contusioni, con le articolazioni pregiate come un sacco d’oro. Pensavo che Foster Wallace si riferisse solo a loro, e che dicesse davvero tutta la verità sul tennis.
Ma la verità sul tennis è la verità su tutto.

Se di notte è possibile fare un giro in treno col professore di filosofia e questo si ferma improvvisamente sotto la galleria, è opportuno dirgli che forse è molto prudente uscire. C’è un binario unico e se il conducente si è fermato senza motivo, è sicuro che un altro treno ci verrà incontro riducendoci a un ammasso di carne e lamiere.
Fuori dalla galleria è notte come dentro.
Un’ambulanza arriva piano, mi chiedo perché non corra. Un’ambulanza arriva piano perché già sa che la catastrofe sarà inevitabile.
Mi gelo.
Anche quando l’ambulanza s’accascia su un fianco e un’inondazione la porta via. C’è un ragazzo con la maglia rossa. Colpito dall’onda. S’accascia su un fianco e l’inondazione lo porta via. Lo porta sul ponte su cui staziona il nostro treno. Lo vedo di schiena, faccia in giù nell’acqua. La lava lo porta via, giù nel fosso sotto il nostro ponte, ancora vivo (forse).
C’è un fiume che si è gonfiato d’improvviso, una notte, mentre eravamo col professore di filosofia su un treno fermo su un ponte sotto la galleria. Penso sia l’Arno, o l’Arno è il nostro treno: qua e là d’Arno, il fiume in piena, il fosso con il giovane e l’ambulanza.
Mi piace stare a Firenze.
L’onda si ingrossa.
Non possiamo andare da nessuna parte.

Mamma, tu che eri un gran cacciatore di quaglie e di fagiani, caccia via questi mostri che non mi fanno dormire, che mi fanno arrabbiare.
Queste due tortore dal collare grigio mi beccano in testa e io ho paura. Mi chiudo come un riccio ma non ho le spine, ho solo mani sopra la testa e sento le loro piume dure frusciarmi su tutto il corpo, nulla mi protegge. Sento che morirò, perché continuano, non vanno più via e tu resti a guardare. I livelli di ansia salgono, dentro qualcosa mi divora, è la paura, o no, non è paura, la paura è quando sai che una cosa ti attende, ma questi uccelli mi stanno già mangiando, cos’altro dovrei temere? Ma mi fanno ribrezzo. Il contatto coi becchi e i corpi e le piume e il loro grigio e il loro collare scuro. Il fruscio del piumaggio sulla mia pelle. Il fruscio del piumaggio sulla mia pelle. Il fruscio del piumaggio sulla mia pelle.
Mamma…

Apro gli occhi e la finestra è spalancata. Le tende gonfie, credo di avere freddo.
Guardo sul comodino e non ho nessuna torcia, solo Infinite Jest che schiaccia Cristo col suo enorme peso, Cristo, crocifisso e poggiato anch’esso sul comodino come una bottiglia vuota d’acqua, come il burro cacao per le mie labbra morte, come i miei occhiali unti.

Richiudo gli occhi per avere un altro incubo e nessuna torcia che mi aiuti e nessuna mamma che mi svegli.

Poi una partita di scacchi. Ma non me la ricordo.

(Credits: frame di “Gli uccelli“, 1963 – A. Hitchcock)