Senza cristianesimo

Sabato, ora dell’aperitivo.
La strada è più sola del solito. Scorre l’asfalto appena rifatto come il seno provvisorio di una malata di cancro. Bisognerà risistemarlo.
Scorre nella campagna ed è quasi sera ed è già buio.
Destra, sinistra.
Nel buio c’è il rosso del capanno in cui lavora mio fratello. È chiuso. C’è il led azzurro, fioco, che segna i portali dell’autolavaggio. C’è il giallo dell’Agip a oltre un euro e quaranta il gasolio. Buio. Più buio.
L’insegna di “Rambo” dal mio lato. Campagna. L’autogrill che si intravede oltre il guardrail che separa la statale dalla superstrada che va a Foligno.
Una chiesa.
Cosa sarebbe il mondo senza i simboli pagani? Senza le immagini da idolatrare, senza le figure stilizzate di affermate divinità. Cosa sarebbero le nostre strade senza il cristianesimo?
Quale faccia avrebbero tutte le cose d’Europa se le persone avessero avuto in sorte più pensiero che dottrina?
Esisterebbe comunque la luce? Le stazioni di rifornimento sarebbero così come sono, o tutto, TUTTO, avrebbe completamente un’altra faccia?
Le strade continuerebbero a condurre tutte a Roma o, in assenza dell’architettura, i nostri destini generali confluirebbero altrove?
Esisterebbe la musica così com’è?

Nel buio dell’ora dell’apperitivo, la solitudine è un turbamento.
La campagna è una tomba, le insegne i lumini. Fiochi. Tremuli. Un memento mori.
Per ricordarti del buio. La luce ti ricorda del buio. Del deposito rosso chiuso. Dell’autolavaggio vuoto. Del serbatoio in riserva: attendo con ansietà il momento in cui si accenderà la spia. Il suono acuto e terribile che dice che restano solo 50 km. Con cinquanta chilometri non vado da nessuna parte.
Ma non c’è nessun posto reale da raggiungere.
Basta trovare un bar, fermarsi. Tanto è uguale.

La barista mi somiglia. È la versione molto bella di me. Vorrei baciarla sulla bocca. Ma sembra troppo più bella e troppo più triste di me.

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La nausea

1

Un treno sotterraneo nella capitale, verso l’ambasciata.
I sedili colorati hanno odore di molluschi, di gusci neri di cozze. Salate. Limone.
È inverno, c’è qualcosa che contraddice tutto.
Mi chiedo come mai su questi quattro sedili non ci sia seduto proprio nessuno. Proprio nessuno.
L’assenza, l’odore di mare, mi danno la nausea.
Forse è il pellame ecologico nuovo.

2

Ho appena udito un ragazzo per strada dire la frase “…lo scrocchiarello lo trovo più gustoso”.
Il suono di queste poche parole l’ho trovato così disturbante che ho avuto una specie di capogiro.
Mi ha riportato alla mente quella volta che un tipo strano a Macerata disse che una donna era morta e contemporaneamente ordinò al barista un bicchiere di Passerina e poi mi chiese, con voce altisonante “…e a lei piace, la Passerina?”.
Ebbi a star male.

3

A Termini è la terza volta che un tizio mi passa davanti. Non so se sia un sorriso o una specie di espressione deforme tipica di certe persone un po’ grasse. Ha i denti piccoli piccoli e le gengive a vista. Ha piccoli denti e gengive a vista, e deambula con questa sorta di paralisi facciale. Per tre volte mi passa davanti. Guarda qualcosa su un cartello con una paralisi facciale e piccoli denti. Mi ricorda il fidanzato di mia cugina: è una buona persona e per questo anche il tizio col sorriso stampato mi fa tenerezza, la stessa tenerezza che provo per quel fidanzato di quella mia cugina. È una buona persona.

4

Se penso alla vita di tutte le persone mi sento male.
Roma è una sopraffazione.
Troppi vecchi, troppi giovani, troppa gente, troppi poveri, troppe badanti, troppa tristezza invisibile, troppi guai silenti, troppi spacciatori, troppe forze dell’ordine. Troppi avventori nei bar che mi lasciano addosso una puzza di dolore e fatica, troppi pendolari sui bus che mi lasciano intorno una nube di germi e di paura.
Troppi zingari, troppi attori, troppe macchine parcheggiate e non c’è mai neanche un posto.
Se penso alla vita di tutte queste persone, la forza di sopravvivere mi annega nel nero Tevere. Se penso a tutte queste persone, io, non esisto più.

5

Gli stranieri mangiano spesso una mela quando sono in giro per le città.
Nonostante questo, non sono particolarmente in forma.
Parlano un inglese che non riesco a capire. Allora cerco di guardare il labiale per comprendere qualcosa ma mi soffermo sulla mela. La addentano. La masticano. Qualcosa sotto la mia lingua inizia a produrre molta saliva: i denti mi stridono, una sensazione di acidità mi gonfia lo stomaco e le ghiandole dietro le orecchie iniziano a farmi male.
La frutta mi fa male.
Non capisco bene l’inglese.

6

Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così in altre città. Gli uomini a Roma capiscono che stai passando e ti guardano tutti in faccia.
Cercando esattamente qualcosa sul tuo volto e tu non glielo darai ad avere. Continuerai a guardarli in faccia suggerendo che forse sì, ci hanno visto giusto, ma resterai impassibile come a dire che no, si stanno sbagliando: non eri tu, sono solo loro, loro e basta. Sono loro che ti vogliono, sono loro che ti guardano e tu non sei che un passante coi capelli biondi e senza occhiali da sole. Sono loro a fare pensieri impuri e non eri tu ad averli suggeriti.
Gli uomini a Roma ti guardano in faccia accettando di essere loro, di essere loro e non tu, e solo grazie a questo tacito accordo puoi lasciare che ti guardino e puoi guardare loro senza che succeda mai nulla, senza che nessuno crei imbarazzo a nessuno.
Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così per altre città.

Traffico

Immanuel, Dio mio! Sono diventata come quelli che dicevi tu.
Sono in auto, e faccio traffico.
Sono in auto, guido piano.
Non ho voglia di tornare a casa.
Sono come tutti quelli che dicevi tu. Quelli che dopo il lavoro hanno qualcosa da cui non vorrebbero tornare e non possono, non possono non tornare, non possono andare da nessun’altra parte: né bar, né rotatoria su cui posteggiare e aspettare che il traffico si dissipi, che faccia notte, che i semafori diventino fissi a giallo lampeggiante, che le persone spariscano. Non possono restare in macchina per sempre o addormentarsi al volante, né prendere una via che porti in campagna, una via non segnata, per far perdere per sempre le tracce e di loro, non se ne saprebbe niente mai più.
Immanuel. Sono sulla strada di casa che mi allontana dal tuo domicilio.
Faccio la conta dei benzinai, dei pub ancora chiusi lungo le statali nere, disabitate. Faccio mente locale sui posti che conosco, in cui vorrei rintanarmi per sparire tra le righe di “Un amore”, per farmi fare compagnia dalle ragazze a basso costo che sono umane come me, vestite mediocremente come me.
Immanuel, vienimi a prendere. Oppure no, resta dove sei. Sono una donna che ti piace, ma non ti piace di certo più del vino.
Resta dove sei, che diventerei presto un’auto bloccata nel traffico anche in direzione opposta, nella direzione tua.
Resta dove sei.

568.000 chilometri

Del resto non si tratta di fare molta strada.
Un numero accettabile di curve, e rettilinei noti. I punti luminosi che sono la fabbrica, il ristorante, l’hotel, le pompe di benzina. Rotatorie.
Del resto ci metterai solo quindici o venti minuti.
Non si tratta di fare molta strada.

Sono in macchina da sola.
Sono in macchina con chiunque.

Sono abituata a fare le strade di notte.
La macchina va per conto suo, ha cinquecentosessantottomila chilometri e passa.
A furia di non fare poi molta strada.
Qui viviamo in campagna. Nessuno che mi riaccompagni spesso a casa.

Tornerò a casa.
Farò altre poche curve prima della salita, infine, vedrò l’ingresso del garage.
Non ho paura.
Ma solo perché non mi volto mai indietro.

L’altra notte mi è capitato di pensare alla strada che mi lasciavo alle spalle. Alla strada che smetteva di essere illuminata dai fari al mio passaggio.
Un mare nero.
La strada che percorro sparisce, annega, si dissolve in un mare nero.
Smette di esistere. E fa paura.
Ero io, fino a pochi minuti fa, in quei punti che ora se ne restano nel nero più profondo, nel silenzio. Ero io, là, e non avevo paura. Non avevo paura solo perché guardavo sotto il mio naso, là dove picchia la luce dei fendinebbia e non ho mai, dico, MAI avuto la visione globale di tutta la strada, avanti, e indietro.
La visione dall’alto. Come un uccello. La visione di tutti i chilometri.

Come ho potuto essere tanto sola? Sono stata sola dal chilometro zero a quello di arrivo.
Sola. Con la lampadina in fronte. A rassicurarmi sull’abisso. Come un cavallo felice e sciocco che galoppa incurante verso un burrone. La carota appesa in fronte.

Inappropriato

Canta, questo è l’inno alla gioia, canta insieme a noi!
Apri il tuo cuore alla speranza che non muore mai!
Vieni tra la gente che chiede un prato verde dove c’è
un fratello nuovo che cerca il fiore della libertà!

Dicono che è per onorare il ragazzo morto nell’attentato di Strasburgo.
La suonano pure su Radio3. Dicono che si stringono tutti attorno alla comunità di Trento.
Ma come si può dedicare un inno di gioia a un morto?
La speranza che non muore mai. E lui è morto. È appena morto. Esattamente. Facendo morire tutte le speranze che erano state tenute accese dallo sparo alla nuca alla constatazione del decesso.
Un inno alla gioia.
Il fiore della libertà.
Grottesco. Italia, lo ritieni appropriato?
Era da due mesi che non ascoltavo più Fahrenheit. La Lipperini ha una voce che esprime cordoglio e penso che quella musica non vi si addica.
Leggono l’incipit de “Il giovane Holden”. Un libro che non ho mai amato. È che l’ho incontrato troppi anni fa, quando i libri erano mattoni, quando non sapevo leggere né scrivere, quando ero vuota come una vasca da bagno sradicata dal muro e rovesciata su di un lato. Non può contenere niente, nemmeno se ce lo butti dentro.
Era Giorgio che mi aveva detto di leggerlo, e io speravo di trovarci una chiave di grandezza, che so…speravo di crescere e di diventare improvvisamente il saggio Holden, ma Holden è giovane e giovane resta. Un romanzo di formazione in cui non si forma proprio niente, perlomeno non io. Non è cambiato nulla in me, non è avvenuto un accadimento. Non è accaduto niente, tranne che Giorgio non c’è più, è morto, e se anche oggi io rileggessi Salinger e improvvisamente capissi qualcosa, non potrei presentarmi a lui e dirgli “Grazie per l’acqua. Sono cresciuta come una pianta”.
A Radio3 le persone parlano con voci ipnotiche. Con accento spesso del nord. Con la erre moscia. Con una serietà a cui non sono abituata.
Ieri ero in macchina, a quest’ora, ed era giorno chiaro e senza sole, perché stava tramontando. Entravo in una galleria, e uscivo da una galleria, e il colle era fiorito di neve. Colfiorito all’improvviso, era bianco e nero. Bianco e nero. Con alberi scuri e pieni di capelli a fare la parte dell’acquatinta e del segno ammorbidito dal retroussage sulla Rosaspina bianca.
Colfiorito un’incisione.
Puoi guidare nella giornata chiara e senza sole, in mezzo a una stampa calcografica. Nel silenzio delle colline. Attraversare i viadotti. Bucare le montagne. Tu. Un tir. Le montagne. Puoi essere una persona delle montagne. Pensare a quell’uomo che chiami “il vecchio”, ma che vecchio non è, e che ha il colore di questa neve e la durezza delle rocce. Puoi pensarlo senza mai dirglielo, ed essere una solida montagna pure tu.
Puoi guardare dritto davanti a te, ore dodici, poi curvare e smettere di guardare la strada per incantarti in un pezzo minimo di cielo che è rosa, a righe violente, fluorescenti, e viola, e azzurro, come una strisciata di pittura densa, data con una pennellessa secca, ispida, di setola di porco. Un’apparizione di colore in mezzo al bianco, in mezzo alla strada, in mezzo al silenzio severo di questi paesaggi umbro-marchigiani.
Come si permette? Come si permette il Padreterno di fare questi miracoli per nessuno? Di far apparire la Madonna in un luogo in cui non ci sono pastori a guardare? Come si permette il cielo di coprire il sole e sputartelo in faccia solo ora che tramonta?
Come osa distrarre gli automobilisti nella neve?
Non è appropriato.
Torno da un posto in cui ero già stata qualche anno fa. Mi ero persa nella campagna di Marsciano, non so come. Mi ritrovo anni dopo nello stesso posto. Lo riconosco. E non so come.
Quella volta era estate, faceva caldo. Ora no.

Nostra Signora della Statale 78

Quando ero bambina abitavo sulla statale e guardavo tutti i giorni i camion passare.
Passavano a tre centimetri dal mio muso.
Le sbarre di ferro erano una barriera invisibile: separavano la carreggiata percorribile a 120 km/h, ignorando ogni limite, dalla strada dei bambini. Nella strada dei bambini c’erano la chiesa, il buco in cui Maria vendeva i gelati scaduti, e poi c’era l’Eden che apriva solo di sera e in cui mi tenevano compagnia i vecchi ubriachi.
Statale.
Ho imparato la parola “statale” quando la nostra nuova casa si rivelava essere di fronte a un cimitero e a una strada difficile da attraversare. A Napoli le strade sono tutte strette e anche i bambini di quattro anni le attraversano senza dare la mano a nessuno. Soli.
Sola. La nuova casa in quest’altra parte d’Italia era sola, senza altre mille finestre, senza agglomerati di palazzine a togliere la vista dalle auto veloci lungo la strada picena. Dal balcone potevo vedere tutto.
E dalla strada picena tutti vedevano la mia casa che si ergeva come una nicchia votiva con la Madonna e le piante, l’arco, la cancellata e i lumini, e le immaginette sacre tenute sottovuoto, riparate da un vetro. Spuntava la mia casa di fronte alla statale protetta da un campo di grano o barbabietole, a rotazione stagionale, o una terra arida d’inverno, di zolle rivoltate. Nudo il campo, nuda la casa di fronte alla strada.
Una barriera invisibile.
C’erano dei fiori anneriti di stoffa logora sullo spigolo della chiesa, esattamente dove iniziavano le sbarre di ferro, dove i tir accarezzano i mattoni in curva, e una foto di un uomo. Non erano mai bastate quelle quattro ferraglie a evitare il peggio.
L’amichetta che andava in prima elementare con mio fratello era una delle bambine più belle che avessi mai visto. Era bionda e con gli occhi sempre cerchiati di rosso. Non sorrideva mai. Quello nella foto era suo padre. Era molto bello anche lui, da lì aveva preso quella straordinaria genetica. Andava con la moto.
Le sbarre di ferro erano un’altalena da grandi. Mi ci potevo arrampicare e tenermi forte con le cosce per poi andare a testa in giù fino a toccare coi capelli per terra e rialzarmi facendo forza negli addominali. A volte mi mettevo la minigonna rosa come una Big Babol e i sandali celesti glitterati con la zeppa e le stringhe tutto intorno alla gamba, dalla caviglia alla piega del ginocchio: tiravo i muscoli del polpaccio e vedevo la carne esplodere tra gli intrecci a X. La sera, quando me li scioglievo, avevo tutti i segni. Sotto portavo ancora mutande da bambina, me le comprava mia madre ed erano larghe larghe sul sedere ma con elastici buoni. D’estate sudavo e quando le toglievo avevano delle chiazze umide come se mi fossi fatta un po’ di pipì addosso. Erano abbastanza ampie da riuscire a nascondere i primi terribili peli, quelli che iniziavano a vedersi se si allargavano le gambe seduti per terra in cerchio in mezzo al campo di calcetto coi pantaloncini corti. Quei peli piatti e neri che facevano più schiuma nel bidet. Che schifo.
Mi mettevo a cavallo di quelle sbarre e guardavo gli automobilisti passare.
Ero sicura che qualcuno prima o poi si sarebbe fermato, che mi avrebbe fatto fare qualcosa di bello, o che si sarebbe innamorato, che mi avrebbe portata via di lì, dalla strada dei bambini lungo la Statale 78, via di lì, dalla casa solitaria di fronte al cimitero, via dai campi appena concimati che per tutta l’estate sapevano di merda.
Tutti i maschi mi guardavano. Forse volevano vedere sotto la gonna. Ma nessuno si è mai fermato.
La mia sbarra preferita era quella adiacente allo spigolo della chiesa della Maestà, vicino ai fiori neri e alla fotografia, dove la strada fa una curva e le macchine appaiono a sorpresa, improvvisamente, e il vento ti sputa in faccia facendoti perdere l’equilibrio.
Non si potevano vedere le macchine fino a che non ti avevano già oltrepassato a folle velocità. Solo con le orecchie si poteva tentare di indovinare cosa sarebbe apparso da un momento all’altro: una fila di motociclisti, un’utilitaria guidata da una vecchia, un camion con rimorchio.
Ho imparato a distinguere i suoni di tutti i modelli di auto, indovinavo specialmente quella di Ignazio, che era facile, perché truccata, preparata per fare i rally clandestini tra le campagne.
Qualche volta mi portava a fare un giro. Poi quando diventai più grande i giri si interrompevano sempre nei punti in cui non c’erano più strade asfaltate e lampioni.
Lui faceva delle cose. Io no. Restavo immobile come quando seduta sulla sbarra passava un tir vicino vicino e mi buttava i capelli in bocca, allora stringevo più forte i pugni e mi ancoravo per bene al metallo. Chiudevo gli occhi per un riflesso incondizionato, quando li riaprivo era tutto già lontano.
Non si potevano vedere le macchine da dietro l’angolo della chiesa. Restavo lì appollaiata per intere ore fino a che i pomeriggi non diventavano sere ed era ora di cena, scendeva l’umidità e le magliette corte che lasciavano scoperta la pancia e le canottiere che non coprivano la schiena non erano più abbastanza per resistere.

Un milione di ore sulla statale.
Un milione di mani alzate a salutare.
Un milione di camion.
Un milione di occasioni.
Pensavo: e se mi buttassi sotto un tir?
Basta un attimo.
Facciamo il prossimo.
Non questo, il prossimo.
Conto fino a tre…
Non ci vuole niente.
Uno.
Due.

(Credits: foto di Amedeo Gallo)