Scrosci

In una mano la forchetta biodegradabile.
Non danno più nulla che sia di plastica, sti fighetti di merda.
Nell’altra il libro.
Non è facile mangiare con una mano e leggere con l’altra. Che un libro si legge con la mano, e io mi sento scombussolata come Bunny Munro ubriaco in mezzo alla tempesta. Mi sento scombussolata per via di queste due canzoni sovrapposte. Il cuoco in cucina fischietta questo vecchio, assillante motivo da discoteca, e sopra ci si lagna un cantante di trap: ho l’impressione di aver ingerito un ipnotico, una droga che mi fa sentire l’acqua del mare di notte nel cuore e sotto i piedi che mi pendono dallo sgabello e non toccano mai terra.
Il fischiettìo è come un sogno lontano e dilatato…una specie di euforica allegria abbassata di un semitono, suonata in minore, come un incubo in cui le persone ridono. Finisco il mio piatto di pasta a Euro 6, mi dirigo verso la sera.
Sulla metro B da Termini a Cavour c’è un tizio grosso. Sul braccio ha dei segni, li riconosco, li ho disegnati anche io su un quaderno, con un pennarello nero con la punta troppo grossa per definire quei ricami: Allah scritto al dritto e al rovescio, che il nostro rovescio è il loro dritto ed è vero l’esatto contrario. Allah. È una parola austera scritta tutta con bastoni. Delphine e i suoi arcani. Vedo quel braccio enorme e le antiche scritte in arabo e Delphine e i tarocchi e poi gli guardo la faccia e ha dei simboli in testa a lato nella fronte, gli pulsa nelle tempie, 9-9-9 e lo immagino a testa in giù. Paolino. Ce lo aveva tatuato in mezzo agli occhi, 2017, per una strada di Firenze, lo zaino rosa coi My Little Pony e il numero del demonio iscritto in fronte. Un ciuffo anni ’80, il codino.
Paolino. Poi Ivan che mi aveva spaventato. Conosceva il suo nome e il suo strabismo senza motivo alcuno.
Il demonio. A volte ci fa paura.
A Piazza di Spagna i vigili urbani fischiano ai turisti che si siedono sugli scalini. Poteva essere di questi tempi, negli anni ’95 o ’96 che la sorella adulta della mia amica del cuore guardava la moda in TV. La sfilata lungo la gradinata con la fontana al centro. Penso a qualche modella che venti anni fa ha sceso quegli scalini con l’aria estiva di Roma, tremando di emozione per una carriera in ascesa. Gli anni di Cindy Crowford, Naomi Campbell, Kate Moss. Immagino i riflettori, i truccatori, il disordine organizzato in cima a questa scenografia di pietra e il semplice silenzio della modella in mondovisione che scendeva le scale con una musica d’impatto allora in voga. Dalla TV potevo sentire la temperatura dell’aria che muoveva i loro capelli desumendo la sensazione da qualche ricordo estivo di me infante coi miei genitori, forse a Maiori, forse a Sorrento, forse mai accaduto.
C’è odore di sterco di cavallo, ma in qualche maniera mi ricorda l’odore putrido del mare alla notte, dopo che ha piovuto; resto seduta di fianco a un’araba intorno alla fontana come un turista qualunque, in cerchio, con tutti, intorno alla fontana, una turista qualunque e invece ho un foglio che dichiara la mia residenza in questa città.
A tratti, questo profumo da uomo che mi sono spruzzata sui polsi in casa di un moldavo dalla fedina penale pulita mi risale nel naso e si mescola a cose a caso, come a questa donna dall’odore dolciastro simile a quello di un cadavere, simile al vomito mischiato all’alcool, come una vodka alla fragola e l’odore acido di un rigurgito. Il profumo sui polsi, l’odore dolciastro, l’alcool. Lidia. Sento l’odore dolce del suo profumo di non so quale marca e l’odore acre della sua fica, il sentore del suo ex alcolismo e il profumo dei capelli appena ossigenati in casa. Il suo dente distante, quel foro nero al lato di un sorriso triste, voglio più bene a lei che a suo marito. Lidia.
Molta gente anche a fontana di Trevi. Le adolescenti russe posano contro le transenne con espressioni da professioniste. Hanno le labbra turgide, disegnate. I nasi perfetti.
Solo i ragazzi napoletani sono ancora dei ragazzi di vita. A 15 anni vestiti di camicia, c’a sigaretta ‘mmocc, ‘e capill tutt fatt, e l’aria di chi cerca al di là del mare.
Il suono dell’acqua che scroscia. Questo paese di fontane, acqua potabile, e la tempesta nei pressi di Brighton: ho lasciato Bunny ubriaco nella Punto gialla in mezzo a un uragano. Ma mi sento meno ubriaca di lui.

(Credits: “Tristan’s Ascension“, 2005 – Bill Viola)

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Cuore nero

Chissà cosa è stato stanotte a spaventarmi tanto.
Gli occhi della sedicenne che infine guardano nella cinepresa, titoli di coda.
Ho acceso l’aria condizionata o a Roma non si sopravvive: il letto è una tortura, il sonno un bagno di sale.
Chissà cosa è stato quel rumore, stanotte, che mi ha terrorizzato. Ho cercato di capire nel buio, eppure lo specchio era già caduto ieri l’altro, e non ho notato niente che forse fuori posto.
La mia compagna di stanza non c’è. Non pensavo di temere il dormir sola. Ma è che sono andata a letto con un disgusto nello stomaco, un’aria tale da uomo sconfitto, col corpo dolorante, i reumatismi, la schiena, – Domattina pioverà.
Chissà cosa sogno, perché mi infilo in quella casa, percorro certe scale. Ma al risveglio la finestra è aperta, spalancata, le zanzare hanno fatto scempio delle mie braccia e della mia faccia, mio Dio! Mi guardo intorno per capire se è entrato qualcuno ma è ancora buio; gli direi “Perdonami perché ho peccato” e lo lascerei fare, gli lascerei portar via ogni cosa che tanto nulla m’appartiene.
Non c’è alcuna presenza. Allora richiudo la finestra che nessuno ha aperto e mi distendo, coperta dal lenzuolo fino alle orecchie, perché ho paura di non so cosa sia entrato in questa camera stanotte: gli occhi dal monitor, una caduta nel buio, l’affanno, sono ancora le cinque, altre due ore di sonno, domattina Villa Mondragone, il bosco, ci porta Andrea e non vedo l’ora, ma qualcosa di ineluttabile mi trafigge l’anima all’alba. E sembra ancora notte. E qualcosa di sicuro è entrato. Se non in casa, dentro di me. Nel mio cuore non più buono.
Non è più come una volta.
Non sono più lo stesso di una volta.
Ma i tarocchi di Delphine mi hanno detto che Roma rivela chi sono. Non devo temere chi sono. Forse il mio cuore è nero e va bene così, solo, non ci ero abituata.

Roma: cammina, ricorda, impara.

Il vetro del tram è opaco. Smerigliato dai segni fatti con la chiave, da impronte di capelli, sebo, grasso umano di corpi appoggiatisi in precedenza.

Alzo gli occhi per un attimo e non riconosco dove sono.

Porta Maggiore. Assorta, non avevo valutato di essere a Roma.

Adesso, fà sì che sia la tua città. Riconoscila a colpo d’occhio, impararne la carta geografica, ricorda che di ritorno da Ladispoli si passa all’alba davanti al Vaticano, ricordati che Viterbo non è Frosinone. Impara. Impara che a Termini ci puoi girare intorno e che la stazione Tuscolana la puoi raggiungere da casa anche a piedi: un chilometro e quattro, non è poi tanto lontano.

Impara i ristoranti in cui andare a mangiare da sola. Anche qui, lo sai, ci saranno i momenti spenti, quelli in cui tutti gli uomini ti abbandoneranno, e un venerdì sera avrai di nuovo bisogno di una tavola apparecchiata per sederti con Cioran. Ce l’hai sempre in borsa, per quei momenti là.

Ricordati che l’Eur sembra Milano, e che da fuori la casa di A. somiglia a quella di Luca e Alessia quella volta che ti hanno ospitato.

Impara una gelateria buona. Che a Monteverde non è facile andare. A Monteverde non è facile transitare per la via della tua gelateria preferita: le notti in cui ti ci portava Ivan in macchina, il videonoleggio, i gelsomini. I giorni in cui Mau ti ha cucinato un agnello, il disordine, il gatto.

Impara che Roma è la città dei ricordi, che i muri sono impregnati anche di storie non tue e tutto fa male, e tutto è da evitare. Tutte le strade sono da evitare, ci sei già passata con lui e con lui e ci sei passata anche con lui, lì è dove avete mangiato, lì avete festeggiato il tuo compleanno.

Impara anfratti nuovi liberi da ognuno di loro. Impara posti solo per te, da frequentare in solitudine sottobraccio con Cioran, con i libri che non stai più leggendo perché non ti senti più sola, perché qui è tutta una fottuta festa e non ti riprendi più, e le gambe ti tremano dalla stanchezza, e hai sempre sonno, e hai sempre la tosse ma non c’è tempo per stare male, e allora ti sbatti lo stesso in un everending day, come se fosse sempre il 26 di aprile quando sei arrivata in città, come se fosse ancora aprile in questo lungo, largo sogno senza sonno.

Chissà se ho riposato. Se in questi due mesi ho perso tempo a dormire. Chissà se ho recuperato venti anni. Tutti in un solo giorno in cui ogni tanto urlano i gabbiani ed è tutto così straniante quando ti guardi intorno e non vedi il mare.

Posso vagare per Roma di notte e ci sono punti in cui è deserta.

L’immagine di Augusto sfuma contro un muro. Mi pareva un’allucinazione. Come un brutto sogno in cui le statue si muovono. Come in un racconto di Sartre.

Le vedi anche tu le statue muoversi?

A San Pietro non c’è simmetria: lo vedi anche tu?

Cioran sulla tavola

È una sensazione strana riuscire a stare ancora da soli, a Roma, il venerdì sera.
Da soli, in osteria. Con il baccalà fritto e Cioran in mano.
Un tavolaccio in legno senza tovaglia.
Un pezzo di pesce bianco, come si usava in Casa Carmen e Casa Miranda.
È una sensazione strana riuscire a stare ancora da soli, nella città più grande che c’è.
La musica di Rory Gallagher mi fa sentire innamorata anche se ora, io, non amo proprio nessuno. Nemmeno se penso all’ultimo che mi ha fatto seccare gli occhi. Che non è troppo lontano da qui.
Il pesce non ha nemmeno una parte grigia, come spesso succede ai merluzzi. Nemmeno una parte amara, e amaro è solo il calice di Cioran, ma non basta, nemmeno lui basta a spegnere questa mia immotivata euforia. Se solo mi vedesse, qui, con l’esaltazione pura e impura, in parte dedicata al baratro, alle sue parole-rivelazione di un mondo insensato che da sempre concepisco come tale, e dall’altra per la bellezza di esistere, a questo tavolo, davanti a un merluzzo, come se contasse davvero qualcosa. Mi disprezzerebbe Emil, ma io lo comprendo davvero (a tratti). Anzi, non ne comprendo neanche una parola, ma mi illumina di buio ogni suo aforisma. Come lampi di luce nera in mezzo a niente, a dar chiarore al niente, come un quadro di Malevič in nero, eppure.
Eppure lui funziona come una poesia. Non potresti mai dire che abbia ragione, la sua non può essere assunta come filosofia ragionevole, nessun uomo è così buio da perdere ogni barlume di speranza, ogni uomo, in fondo, sceglie la vita sopra al suicidio, ogni uomo, in fondo, scrive e non si ammazza. Ogni uomo fa la Storia, anche quando si oppone alla Storia. Cioran conosce e conoscere è l’errore supremo. Cioran è l’anti Cioran.
Come poter dire che non ha perfettamente ragione, e nello stesso momento, vivendo, affermare l’esatto contrario, davanti a questo pezzo di baccalà, su un tavolaccio disadorno, in mezzo alla folla? Ma il mio è un modo per imitarlo. Faccio come te.
È una sensazione strana riuscire a leggere Cioran a Roma, il venerdì sera, da soli, dentro un’osteria, maledicendo me stessa come sempre, con un irrefrenabile moto di pianto, dentro, e un’esaltante sensazione di dinamismo verso il nulla. Andremo a cadere dentro il dirupo che abbiamo scavato, Emil.

Che importa se io osservo questo albero stupendo dalla mia finestra sul Pigneto? Cosa conta se resto prolungatamente nell’aria notturna per imprimerlo meglio nei fossi dei miei occhi?
Domani si muore, la Storia finisce, l’albero no, e nessuno saprà mai com’era quella bestia verde alla mia finestra. Domani si muore, il Tempo finisce eppure non posso fare a meno di guardare a lungo l’albero verde, di leggere Cioran e dire che (non) aveva ragione, di mangiare qualcosa.

György Ligeti – Atmosphères

Non si può dire

Di Roma non si può scrivere niente.

Non si può proprio scrivere niente di Roma. È un posto in cui si vive.

Per scrivere occorre tempo e solitudine. Occorre una finestra sul niente, nessun passante, mai.

Occorre essere dimenticati da tutti, avere un posto in cui sedere ignorati dagli altri, in un bar di campagna, senza personale, col barista deceduto da 6 anni, nessuno spirito presente.

A Roma non senti mai latrare i cani e le capre all’improvviso.

Ma non senti nemmeno le star del cinema o le soubrette appassite della televisione girare negli hotel alla ricerca di qualche marchetta. Ci sono, ma non le senti. Non senti nessun rumore di quella città che sulla carta è tanto diversa dalla campagna, dalla Marca sporca da cui si fugge, dal silenzio totale delle notti di montagna. Nessun rumore di capitale, di metropoli al pari di Londra, Parigi, New York.

Non senti il Papa affacciarsi al balcone, perlomeno, non lo senti che dalla tv. Ma alla domenica a Roma non si accende la tv. È giorno di riposo.

Di Roma non si può scrivere proprio niente e mi viene in mente solo ora che sono tornata per un attimo in mezzo all’Appennino, tra i colli umbri.

Qui invece si può dire tutto.

I treni sono vuoti e a maggio c’è la nebbia.

Quale occasione migliore per inventare un romanzo del non vivere?

Macerata non può essere

Tanta acqua.

Il barbone magrebino mi ospita presso il suo cartone.

Prendo un tram qualsiasi pur di non prendere la pioggia; il 19 non passava all’andata. E neanche al ritorno.

Polpacci gelati, jeans bagnati.

È una serataccia ma il freddo sta solo fuori. Dentro, la vita ribolle. Non basta neanche Cioran a spegnermi.

Non come a Macerata.

Una folla di stranieri maleodoranti di aglio e sudore. Stipati tutti assieme in un tram. Oggi un nero ha tentato di abbracciarmi in mezzo alla strada.

Mi asciugo, a casa. Mi faccio una tazza di latte bollente. Accendo Radio 3. Di notte passano sempre quei componimenti astratti coi fiati che sembrano suonare uno spartito sbagliato.

Mi sembra Macerata. Il Lauro Rossi. La rassegna Nuova Musica quand’è aprile.

E invece no. Non può essere. Perché il freddo é solo fuori.

Non basta la pioggia.

Non basta il sax tremendo.

Non basta Cioran.

Macerata non può essere.

(Credits: grafica locandina trentennale Rassegna Musica Nuova, Lauro Rossi, Macerata)

La nausea

1

Un treno sotterraneo nella capitale, verso l’ambasciata.
I sedili colorati hanno odore di molluschi, di gusci neri di cozze. Salate. Limone.
È inverno, c’è qualcosa che contraddice tutto.
Mi chiedo come mai su questi quattro sedili non ci sia seduto proprio nessuno. Proprio nessuno.
L’assenza, l’odore di mare, mi danno la nausea.
Forse è il pellame ecologico nuovo.

2

Ho appena udito un ragazzo per strada dire la frase “…lo scrocchiarello lo trovo più gustoso”.
Il suono di queste poche parole l’ho trovato così disturbante che ho avuto una specie di capogiro.
Mi ha riportato alla mente quella volta che un tipo strano a Macerata disse che una donna era morta e contemporaneamente ordinò al barista un bicchiere di Passerina e poi mi chiese, con voce altisonante “…e a lei piace, la Passerina?”.
Ebbi a star male.

3

A Termini è la terza volta che un tizio mi passa davanti. Non so se sia un sorriso o una specie di espressione deforme tipica di certe persone un po’ grasse. Ha i denti piccoli piccoli e le gengive a vista. Ha piccoli denti e gengive a vista, e deambula con questa sorta di paralisi facciale. Per tre volte mi passa davanti. Guarda qualcosa su un cartello con una paralisi facciale e piccoli denti. Mi ricorda il fidanzato di mia cugina: è una buona persona e per questo anche il tizio col sorriso stampato mi fa tenerezza, la stessa tenerezza che provo per quel fidanzato di quella mia cugina. È una buona persona.

4

Se penso alla vita di tutte le persone mi sento male.
Roma è una sopraffazione.
Troppi vecchi, troppi giovani, troppa gente, troppi poveri, troppe badanti, troppa tristezza invisibile, troppi guai silenti, troppi spacciatori, troppe forze dell’ordine. Troppi avventori nei bar che mi lasciano addosso una puzza di dolore e fatica, troppi pendolari sui bus che mi lasciano intorno una nube di germi e di paura.
Troppi zingari, troppi attori, troppe macchine parcheggiate e non c’è mai neanche un posto.
Se penso alla vita di tutte queste persone, la forza di sopravvivere mi annega nel nero Tevere. Se penso a tutte queste persone, io, non esisto più.

5

Gli stranieri mangiano spesso una mela quando sono in giro per le città.
Nonostante questo, non sono particolarmente in forma.
Parlano un inglese che non riesco a capire. Allora cerco di guardare il labiale per comprendere qualcosa ma mi soffermo sulla mela. La addentano. La masticano. Qualcosa sotto la mia lingua inizia a produrre molta saliva: i denti mi stridono, una sensazione di acidità mi gonfia lo stomaco e le ghiandole dietro le orecchie iniziano a farmi male.
La frutta mi fa male.
Non capisco bene l’inglese.

6

Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così in altre città. Gli uomini a Roma capiscono che stai passando e ti guardano tutti in faccia.
Cercando esattamente qualcosa sul tuo volto e tu non glielo darai ad avere. Continuerai a guardarli in faccia suggerendo che forse sì, ci hanno visto giusto, ma resterai impassibile come a dire che no, si stanno sbagliando: non eri tu, sono solo loro, loro e basta. Sono loro che ti vogliono, sono loro che ti guardano e tu non sei che un passante coi capelli biondi e senza occhiali da sole. Sono loro a fare pensieri impuri e non eri tu ad averli suggeriti.
Gli uomini a Roma ti guardano in faccia accettando di essere loro, di essere loro e non tu, e solo grazie a questo tacito accordo puoi lasciare che ti guardino e puoi guardare loro senza che succeda mai nulla, senza che nessuno crei imbarazzo a nessuno.
Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così per altre città.