Macerata non può essere

Tanta acqua.

Il barbone magrebino mi ospita presso il suo cartone.

Prendo un tram qualsiasi pur di non prendere la pioggia; il 19 non passava all’andata. E neanche al ritorno.

Polpacci gelati, jeans bagnati.

È una serataccia ma il freddo sta solo fuori. Dentro, la vita ribolle. Non basta neanche Cioran a spegnermi.

Non come a Macerata.

Una folla di stranieri maleodoranti di aglio e sudore. Stipati tutti assieme in un tram. Oggi un nero ha tentato di abbracciarmi in mezzo alla strada.

Mi asciugo, a casa. Mi faccio una tazza di latte bollente. Accendo Radio 3. Di notte passano sempre quei componimenti astratti coi fiati che sembrano suonare uno spartito sbagliato.

Mi sembra Macerata. Il Lauro Rossi. La rassegna Nuova Musica quand’è aprile.

E invece no. Non può essere. Perché il freddo é solo fuori.

Non basta la pioggia.

Non basta il sax tremendo.

Non basta Cioran.

Macerata non può essere.

(Credits: grafica locandina trentennale Rassegna Musica Nuova, Lauro Rossi, Macerata)

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La nausea

1

Un treno sotterraneo nella capitale, verso l’ambasciata.
I sedili colorati hanno odore di molluschi, di gusci neri di cozze. Salate. Limone.
È inverno, c’è qualcosa che contraddice tutto.
Mi chiedo come mai su questi quattro sedili non ci sia seduto proprio nessuno. Proprio nessuno.
L’assenza, l’odore di mare, mi danno la nausea.
Forse è il pellame ecologico nuovo.

2

Ho appena udito un ragazzo per strada dire la frase “…lo scrocchiarello lo trovo più gustoso”.
Il suono di queste poche parole l’ho trovato così disturbante che ho avuto una specie di capogiro.
Mi ha riportato alla mente quella volta che un tipo strano a Macerata disse che una donna era morta e contemporaneamente ordinò al barista un bicchiere di Passerina e poi mi chiese, con voce altisonante “…e a lei piace, la Passerina?”.
Ebbi a star male.

3

A Termini è la terza volta che un tizio mi passa davanti. Non so se sia un sorriso o una specie di espressione deforme tipica di certe persone un po’ grasse. Ha i denti piccoli piccoli e le gengive a vista. Ha piccoli denti e gengive a vista, e deambula con questa sorta di paralisi facciale. Per tre volte mi passa davanti. Guarda qualcosa su un cartello con una paralisi facciale e piccoli denti. Mi ricorda il fidanzato di mia cugina: è una buona persona e per questo anche il tizio col sorriso stampato mi fa tenerezza, la stessa tenerezza che provo per quel fidanzato di quella mia cugina. È una buona persona.

4

Se penso alla vita di tutte le persone mi sento male.
Roma è una sopraffazione.
Troppi vecchi, troppi giovani, troppa gente, troppi poveri, troppe badanti, troppa tristezza invisibile, troppi guai silenti, troppi spacciatori, troppe forze dell’ordine. Troppi avventori nei bar che mi lasciano addosso una puzza di dolore e fatica, troppi pendolari sui bus che mi lasciano intorno una nube di germi e di paura.
Troppi zingari, troppi attori, troppe macchine parcheggiate e non c’è mai neanche un posto.
Se penso alla vita di tutte queste persone, la forza di sopravvivere mi annega nel nero Tevere. Se penso a tutte queste persone, io, non esisto più.

5

Gli stranieri mangiano spesso una mela quando sono in giro per le città.
Nonostante questo, non sono particolarmente in forma.
Parlano un inglese che non riesco a capire. Allora cerco di guardare il labiale per comprendere qualcosa ma mi soffermo sulla mela. La addentano. La masticano. Qualcosa sotto la mia lingua inizia a produrre molta saliva: i denti mi stridono, una sensazione di acidità mi gonfia lo stomaco e le ghiandole dietro le orecchie iniziano a farmi male.
La frutta mi fa male.
Non capisco bene l’inglese.

6

Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così in altre città. Gli uomini a Roma capiscono che stai passando e ti guardano tutti in faccia.
Cercando esattamente qualcosa sul tuo volto e tu non glielo darai ad avere. Continuerai a guardarli in faccia suggerendo che forse sì, ci hanno visto giusto, ma resterai impassibile come a dire che no, si stanno sbagliando: non eri tu, sono solo loro, loro e basta. Sono loro che ti vogliono, sono loro che ti guardano e tu non sei che un passante coi capelli biondi e senza occhiali da sole. Sono loro a fare pensieri impuri e non eri tu ad averli suggeriti.
Gli uomini a Roma ti guardano in faccia accettando di essere loro, di essere loro e non tu, e solo grazie a questo tacito accordo puoi lasciare che ti guardino e puoi guardare loro senza che succeda mai nulla, senza che nessuno crei imbarazzo a nessuno.
Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così per altre città.

Dubliners

Un venerdì nevica.
Di sicuro a Roma no.
Il regionale che fermerà a Fabriano è in ritardo. Chissà se il treno per la capitale ci attenderà.
Non vorrei restare lì per tutta la notte. Stanotte vorrei arrivare nel piatto di quello sconosciuto.

Aladdin, un magrebino che mi ha dato un’indicazione lungo i binari, mi guarda con insistenza, mi dice che sembra che abbia al massimo ventidue anni, non ci crede sia invece tanto vecchia; mi chiede il numero di telefono, gli dico di no, sorrido, meglio di no.

È buio come può esserlo il 25 di gennaio alle sette di sera. È buio dentro e fuori dalle gallerie, lungo questi muraglioni di roccia, che come il fiume attraversiamo la montagna, buchiamo il freddo, passiamo sotto la cartiera, valichiamo il niente.
Mi sento come una persona piccola. Mi sento come se avessi non più di sei anni. Perché ho un libro in mano, e questo è Gente di Dublino. L’ho rubato in una stanza a Perugia, lo usavano impilato ad altri libri come fosse un comodino. Porta ancora i segni tondi delle candele appoggiateci sopra. Tre cerchi, come quelli delle Olimpiadi, meno due.
L’ho rubato perché un giorno Walter mi disse che non rubare se si ha fame è reato. Walter è un buon uomo. Ho pensato che avesse ragione.
Lo sto leggendo in un treno che mi porta verso un punto interrogativo. Chissà chi è quello che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?) (Mi farà da mangiare?) (Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?) (Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Lo sto leggendo in un treno che conta solo vada via da casa: oggi nevica, non c’è nulla per me in un paese senza il sole. Lo sto leggendo con la malinconia di chi, per tutta l’estate, chiusa in un magazzino polveroso, in mezzo a tonnellate di libri nuovi e usati, ha sudato le forze che non possedeva, invidiando i ragazzi del liceo. Invidiavo i ragazzi del liceo. Loro potevano avere dei libri su cui studiare. In quei libri ci sono i misteri. Tomi enormi di greco e latino. Tra gli scaffali dell’usato in buono stato sognavo di apprendere da dove veniamo. “Potrei comprarne alcuni. Del resto, sono a metà prezzo. Potrei imparare qualcosa in più”.
Nello scaffale più in alto di tutti, quello dove io non arrivo, e in magazzino non ci sono scale, a volte cadevano i readers e bisognava sistemarli. Una volta una mi chiese Dubliners di James Joyce. Riuscii a prenderlo, anche senza scala, mi arrampicai sulle mensole di ferro, non caddi.
Aveva la copertina verde, una versione in inglese avanzato, adatta a un quarto, quinto superiore. Chissà se avrei potuto mai leggerlo, magari in inglese anche io, magari lo avrei comprato anche io.
Era settembre e faceva caldo, la gente ancora al mare, e noi chiusi nel bunker sotto un condominio, in mezzo ai libri per la fortuna degli altri, in mezzo a nuvole di polvere, niente mare, niente vestiti scollati. Neon, luce serale anche al mattino. Neon. La copertina verde. Mi rigiro Dubliners nelle mani, non ho il coraggio di aprirlo, che se i miei occhi cadono su una riga e mi resta qualcosa, poi come un gancio quella mi strappa via tutto.
Poi la signora ha detto che non lo voleva più. L’ho rimesso a posto.
Ho continuato a lavorare come se non avessi che la licenza elementare: un muro lungo lungo e il sapere mi era precluso. Ho continuato a lavorare vendendo agli altri la possibilità di essere migliori, e comunque più felici di me. Se avessi fatto il classico anche io…forse…
So che quella gente di Dublino sta ancora là, dimenticata sullo scaffale del magazzino dismesso durante l’inverno. Ci ho pensato spesso. Mi sono rivista, sudata, piena di polvere, nella mia maglia viola e i leggins con impronte di mani bianche, ogni volta che toglievo i guanti, per preservare la carne dalla polvere. Mi sono rivista come un bambino di cinque o sei anni, davanti a una vetrina di dolci, illuminata al neon, come in un pomeriggio d’ospedale.

Mi sarebbe piaciuto, quest’estate, essere altrove.
Sono su un treno per la capitale.
Ci hanno aspettati.
Sto leggendo Gente di Dublino.
C’è un uomo che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?)
(Mi farà da mangiare?)
(Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?)
(Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Se finissi per amarlo sarebbe un bel guaio.

Il libro poi l’ho finito. E comunque non è un granché.

Sono questo anche io?

Sputa.
Parla a voce alta.
Ivan finge di volerle dare la precedenza alla macchinetta automatica per i ticket della metro, ma sa bene che quella sta lì solo per pretendere qualche spiccio o, se va bene, per rubarti qualcosa dalle tasche.

Sta donna mi fa sentire umiliata.
Strano, no?
Una zingara sporca e malvestita, coi capelli rossi di henné, brutta, scura in volto, senza più tutti i denti.
E io, dico, io mi sento umiliata.
Mi sento umiliata per doverle dire che no, non mi serve il suo aiuto per fare il biglietto, che no, non le darò un soldo, non le darò un cazzo di niente, io.
Mi fa sentire umiliata dover rispondere con tono calmo alle sue pretese urlate.
Mi fa sentire umiliata accorgermi che dentro mi monta un astio insensato verso qualcuno che io percepisco più che altro come un “qualcosa”. Non una persona davanti ai miei sentimenti, ma una categoria.
Mi fa sentire umiliata capire che dentro di me io vorrei che quell’essere umano sparisse, lei e tutta la sua razza, lei e tutta la sua roulotte, i suoi figli, e i figli che non si sa di chi sono, e tutta quell’orda di ragazzine che come formiche le girano intorno e poi spariscono e riappaiono alle tue spalle cercando di capire se ti sporge qualcosa dalla borsa.
Mi sento poggiare qualcuno contro la schiena. Ho solo voglia di dare una gomitata senza girarmi.

Faccio il mio biglietto, andiamo io e Ivan verso i tornelli. Alle nostre spalle qualcosa accade, la zingara inizia a urlare più forte, va via imprecando contro ignoti, fa un gran baccano, una cosa insopportabile e dentro di me penso “…sta zingara…ma che cazzo di modi…ma guarda uno cosa deve sentire.
Ma guarda uno cosa deve sentire.
E mentre lo penso, un’impiegata della metro di Roma, alla fermata di Rebibbia, si alza nel suo gabbiotto, urla anche lei.
Brutta zingara demmerda! Ma tanto devi da morì bbrusciata! Siete così brutte che manco la morte ve se pija…
Ma guarda uno cosa deve sentire.

Mi brucia sul tempo, sui ragionamenti, sopra ogni emozione, quel pensiero mio di dentro che prende voce e urla in romanesco.
La stessa violenza che mi infastidisce, la stessa cosa che ripudiamo, con la lingua delle cose che ripudiamo.
Sono anche io questo?
E la sensazione di essere davvero io quell’impiegata nazista mi secca la schiena, mi prosciuga il midollo.
Non voglio essere così. Non voglio essere così. Non so che fare.

(Credits: Illustrazione di Claudia Palmarucci per “Le case degli altri bambini” di Luca Tortolini. Orecchio Acerbo, 2015)