Miss Violence

La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
Mi veniva da ridere, quando ero piccola, a vedere la mia amica del cuore che veniva picchiata dalla madre.
Era qualcosa di molto divertente, perché la Signora, una donna di cui ho molto rispetto e che ricordo come una statua grande e grossa, immobile, levigata e seriosa, tale e quale alle sculture di partito comuniste (anche se era tutt’altro che comunista; una devota della TV e di conseguenza una seguace di certe chiarissime tendenze politiche dagli anni del berlusconismo a oggi. Chissà, prima del ’94 che cosa votava…), e nonostante la sua mole fisica e morale, quando si arrabbiava con la figlia, iniziava a urlare con voce stridula. Tanto stridula da somigliare a degli ultrasuoni.
Credo che le mamme del sud, anche quelle con le voci da uomo (che ce ne sono tante, giù, di donne-non-donne, di signore coi baffi e la voce roca) quando perdono la calma, emettono delle sonorità imbarazzanti, quella voce che a teatro si definisce “di testa”, quella che spacca i bicchieri di cristallo quando esce dall’ugola di una cantante lirica, quella che trapassa il cervello come una saetta dolorosa, da una tempia all’altra.
La mamma della mia amica era così. Appena si innervosiva, anche se cercava di mantenere una certa calma esteriore, veniva tradita da quel suono che improvvisamente si faceva stridulo, che come un fuoco le saliva dalla gola fino al cervello infiammandole i pensieri.
Allora iniziava a rincorrere la figlia per tutta la casa con l’intento r’a struppià o r’a scummà ‘e sang. Ecco, era anche questo che mi faceva ridere.
Sangue non gliene fece uscire mai, però ricordo che le dava degli schiaffi in faccia, addosso. Ovviamente la picchiava anche con le ciabatte, da lontano, quando lei, secca com’era, riusciva a divincolarsi e a fuggire un po’ più in là.
La mia amica piangeva lacrime modeste che s’asciugavano presto. Ne ricordo le smorfie nei momenti di dolore acuto dei colpi, quando cercava di ripararsi con le braccia magre intorno al capo, la nuca che rientrava nelle spalle e la bocca le si deformava: vedevo i suoi dentini piccoli piccoli (che sono rimasti tali anche adesso che è adulta), lo spazio grande tra i due incisivi e i filamenti di saliva che luccicavano illuminati dalle luci a incandescenza di quegli interni domestici antiquati, in cui le finestre rimanevano chiuse anche al mattino, per non far entrare la polvere, e benché fuori ci fosse il sole del sud e l’aria cristallina delle mattine sotto al Vesuvio, bisognava tenere sempre accesa la luce elettrica. E tutto allora diventava giallo. Gli infissi in alluminio rosso, come non se ne vedevano molti nelle case più popolari tipo il palazzo in cui vivevo io, riuscivano a fare un buio denso nelle stanze. Ebbene, seppure la casa della mia amica fosse una bifamiliare di proprietà (al tempo in cui la mia famiglia il concetto di “proprietà” lo intendeva come un fatto altolocato e me lo insegnava come attributo di altri ceti sociali pur non facendomi mai e poi mai percepire che il nostro non fosse un ceto altrettanto “alto”) la sua famiglia viveva al pian terreno come se fosse la servitù. Esattamente come nel medioevo, il piano nobile era riservato. E riservato restava. Per trent’anni non hanno quasi mai aperto quella casa al piano superiore. “La casa di sposa” completamente arredata circa negli anni Settanta è infatti rimasta sotto chiave fino ai primi del duemila. Quando l’aprirono, si scoprì che quelle piastrelle che rivestivano interamente il bagno (a parte il soffitto) con un colore ottanio lucido e i sanitari beige, la moquette bordeaux in tutte le camere da letto e la cucina fatta di pensili tipo cottage di montagna (lì dove la neve non l’ha vista mai nessuno fatta eccezione di quel po’ di gelo in trasferta a Roccaraso) in cui non era stato mai cotto nemmeno un uovo sodo, erano cose ormai logore e fuori moda. Erano inservibili, impolverate (nonostante tutte quelle mandate di chiave servissero proprio a tenere la casa salva dal nemico invisibile), erano lo specchio preciso preciso di quella sposa mummificata dagli anni Settanta. Ed è anche probabile che prima di essere sposa, non sia di certo stata una bambina e una ragazza felice. Ma questa è una storia che non conosco.
La mamma della mia amica ha sempre avuto gli occhi tristi, e quelli però li conosco. E carica di livore gettava veleno sul mondo fuori. La sua era una vita di reclusione.
Reclusione in una casa che chiamava “cesso”, e nonostante al piano di sopra avesse quella che all’epoca poteva benissimo essere considerata una reggia, continuava a voler vivere in quel posto che davvero era orrendo; continuava a dormire in una stanza da letto dove sembrava che la morte dovesse venire a farti visita nel sonno da un momento all’altro, perché in una camera così spoglia, senza un comodino, ma solo con un vecchio letto di legno scuro, una branda di fianco e un armadio antico tutto nero, una sedia dallo schienale alto di fianco alla finestra (ovviamente chiusa), l’unica cosa plausibile era che si trattasse di una camera ardente fatta di oscuro silenzio.
La Signora era reclusa in un corpo diventato troppo grosso. Eppure io che vivevo praticamente in casa con loro, lo vedevo, lo vedevo che lei non mangiava mai. La Signora non mangiava. Cucinava per gli altri e non mangiava. Quando lo faceva, si trattava perlopiù degli avanzi di qualcuno, o di piccolissime porzioni di cibo che metteva in un piatto più piccolo degli altri. Quasi, il suo posto a tavola sembrava essere marginale, come se si stesse soltanto appoggiando per un momento, prima di tornare al lavello, a spegnere sotto il getto d’acqua il mozzicone di sigaretta che teneva colmo di cenere tra le labbra, prima di andare a caricare la moka e a passare la scopa e a togliere le macchie dalle superfici con il Pannopell.
La Signora era reclusa nel suo aspetto non esaltato, seppure di non particolare bruttezza, curato nell’igiene e nella decenza. Era solo triste. E questo la faceva sembrare non bella. Però io vidi una foto di lei ragazza, appena sposata, con in braccio la prima figlia di un anno solo. Era magra, bionda, bella. Mi sono chiesta per tanti anni come avesse fatto la tristezza a ridurla così.
Nel corridoio avevano un brutto quadro. Raffigurava una giovane coi capelli mori e le labbra carnose. Aveva un vestito povero indosso e un mazzolino di fiori mezzo appassiti in grembo. Mi sembrava la stessa persona che avevo visto in quella vecchia foto scolorita. Allora ho iniziato a credere che fosse un suo ritratto da ragazza. Non lo era, lo sapevo, ma la fissità e la bellezza accantonata per sempre in una cornice datata, in un punto inutile della casa, erano lì a farmi pena, ogni giorno, tutte le volte che passavo dall’ingresso. Mi chiedevo sempre come mai, quella mamma, avesse smesso di specchiarsi in quel ritratto.
Che forse lei concentrava tutto il suo gusto e i suoi desideri (che pure incredibilmente aveva o aveva avuto qualche secolo prima) nelle due giovani e bellissime figlie, comprando loro i vestiti più alla moda, sincerandosi che fossero perfette in ogni dettaglio, guardando ai minimi particolari, come poteva essere un filo tirato o un occhio truccato asimmetricamente rispetto all’altro, cose drammatiche, da impedir loro di mettere la testa fuori di casa. Cose che non ti aspetteresti da chi il trucco e i vestiti proprio pareva non averli contemplati mai (almeno per se stessa). E al contempo era intransigente per quanto riguardava la volgarità: sia mai che le figlie fossero uscite troppo scosciate o conciate come delle puttane. Mai, mai, sia mai. Una donna che sapeva com’è il mondo di una donna pur vivendo un’esistenza da reclusa.
Un’invidia, io credo. A volte ci leggevo l’invidia, persino nei confronti delle figlie. La si poteva cogliere nelle maledizioni che a esse dedicava, così come al resto di quel mondo, fuori, che girava in modo malvagio lasciandola da parte e coinvolgendola solo nelle disgrazie. Eppure l’unica malvagità che io percepivo, allora, essendo bambina, era proprio nelle sue parole invidiose al gusto di mandorle amare. Io non avevo mai sentito mia madre parlar male di qualcuno, tantomeno bestemmiare. Invece in quella casa il padreterno e Gesù bambino venivano fatti in padella come fegatini: fritti, rosolati nell’olio bollente, punti con un forchettone d’acciaio, schiacciati coi rebbi, disgregati sul tossico fondo di teflon che si sfaldava e si mescolava coi santi ormai divenuti tutti neri, indistinguibili dal cancerogeno PTFE.
La Signora era reclusa in questo sentimento rabbioso che non poteva manifestare agli estranei e per questo lo riservava alle poche elette del cerchio familiare. La sua vita era il suo cesso di casa, le sue belle ma difficili figlie, il suo odio, il suo corpo grasso, un maglione di lana senza disegni, un pantalone marrone con le pence e un paio di pantofole. Ricordo l’odore di quei piedi in inverno, coperti solo dai collant sfilati, dopo una giornata intera densa di nulla e poggiati sopra la stufa a gas, mentre tutte insieme, io, lei, le sue figlie e a volte la vicina di casa, guardavamo un film di Mediaset (Allora, forse, si chiamava ancora Fininvest). Non so come, ma non presero mai fuoco.
Piedi, gas, sigaretta.

Nella casa della mia amica dunque era sempre notte. Era notte perché tenevano tutto chiuso per paura della polvere. Era notte perché il mobilio, nella casa al piano inferiore, quella in cui viveva anche la nonna, ricordava quello nelle povere vecchie dimore settecentesce di una Napoli borbonica. Anche le tende erano pesanti, le ricordo, perché ce le avevo davanti agli occhi spesso, ad esempio quando giocavamo a nascondino o quando la mamma della mia amica picchiava la mia amica. Tra quelle cortine mi rendevo invisibile e mi mettevo a ridere cercando di non far rumore.
Ridevo per via della bocca deformata della mia amica, e per via del fatto che, in un continuo di umiliazione che io dovevo subire da parte sua, per una volta anche lei mostrava un segno di debolezza. Era la vittima al mio posto.
Ma a differenza mia, (e questo la rendeva per l’ennesima volta ancora più forte di me e ancora più forte schiacciava la mia personalità), appena dopo aver preso le botte, appena passato il momento acuto di dolore, lei smetteva subito di piangere e tornava a giocare con me come nulla fosse. “Tanto le mazzate passano subito, il dolore dura un secondo, ma però almeno ho fatto quello che volevo io”.
Un messaggio potentissimo.
Io non ho mai preso neanche uno schiaffo dai miei genitori. Sia perché ero una bambina molto intelligente e tranquilla, sia perché non è mai stato nello stile della mia famiglia. Eppure, se solo mia madre mi avesse urlato contro, semmai mi avesse dato uno schiaffo, il mio senso di umiliazione sarebbe stato tanto profondo da non consentirmi né di smettere in fretta di piangere, ma soprattutto di tornare a giocare guardando in faccia qualcuno, specialmente qualcuno che avesse assistito al mio pubblico ludibrio. Non si trattava di rancore, ma di responsabilità. Io non potevo fingere che nulla fosse successo perché qualcosa di grande era avvenuto e io davo importanza alle cose, un’estrema importanza. Cedere alla dimenticanza era per me imperdonabile. Allora potevo tenere le distanze da mia madre per giorni, come se fosse necessario un periodo di smaltimento e purificazione da ambo le parti per un fatto che bisognava assimilare. Ma tutte quelle volte mi accorsi che mia madre, invece, tornava normale due secondi dopo. Come la mia amica.
La mia amica era magica.
Forse abituata, forse cosciente di essere l’ultimo anello di una catena, che in ordine di grandezza riversava sul più piccolo una cascata di animalità, con lei assistere a una violenza sembrava essere un fatto del tutto normale. Asciugata la bava, tornavamo a giocare.
Era l’ultimo anello della catena che cominciava col padre. Avevo molta paura di suo padre perché era assai burbero. Crescendo, da adulta, ho scoperto che si trattava solo di una strana burla, che quel suo atteggiamento, la voce grossa, gli sguardi storti e zero parole, erano parte di un personaggio sia pubblico che privato perché bisognava assolutamente farsi rispettare. Da grande ha continuato a farmi la voce grossa e gli sguardi torvi, salvo poi girarsi di tre quarti e sciogliere quel ghigno in un mezzo sorriso e uno sguardo ammiccante.
È che bisogna farsi rispettare prima di tutto dalle proprie donne, in casa, altrimenti come sarà possibile essere riconosciuto dagli altri uomini, fuori?
Per farsi rispettare, come ogni cane feroce, bisogna abbaiare.
Il padre della mia amica, letteralmente, abbaiava. Perché le poche volte che concedeva la grazia di qualche suo intervento, le rare volte che apriva bocca non per mangiare o infilarci la sigaretta in mezzo, egli parlava in dialetto talmente stretto e con una voce così abnorme da rendere indecifrabile il contenuto del suo messaggio sibillino. Certo era, che qualsiasi cosa gli avessero domandato, la risposta era un gigantesco, terrificante “NO”.
Aveva le labbra molto sottili e scure, lo ricordo, quasi viola. E i denti erano ingialliti dal troppo fumo, larghi in mezzo, come sua figlia. Aveva le labbra fine e lì nei pressi, un neo sulla guancia sinistra. Una bocca che mi disgustava, per certi versi, ma che allo stesso tempo mi ipnotizzava. Mi sembrava quella del Padrino, di un camorrista, con quel labbro alzato e la narice allargata mentre succhiava uno stuzzicadenti a tavola dopo pranzo per intere mezz’ore.
Gli occhi erano due fessure e non ho mai visto come fosse l’iride. Solo delle scintille, che quando prendevano la tua direzione, era un brutto segno.
Per fortuna quel signore tornava in casa solo alle due del pomeriggio quindi noi avevamo la mattinata libera per giocare, ma quando arrivava voleva trovare un piatto pronto in tavola. E per fortuna lo trovava sempre. Al sud non esiste che una donna non faccia trovare tutto pronto al suo padre padrone.
Quando mangiavo con loro, il mio posto era dal lato del tavolo che di solito rimaneva accostato al muro. Lui era ovviamente a capotavola, io, mi spostavo nel mezzo, ma non potevo allontanarmi più di tanto poiché al capo opposto, sedeva la nonna, una vecchia oramai quasi del tutto cieca che mi odiava. Eppure sono sempre stata molto educata, solo che, quando c’ero io, sua nipote si comportava peggio del solito, facendole dispetti nel buio, spinte e sgambetti mentre attraversando il corridoio si dirigeva a lenti passi verso la branda nella camera ardente, e tutto ciò, un po’ perché l’odiava (la nipote alla nonna e la nonna alla nipote) e un po’ per farmi ridere. Ma la nonna odiava tutti. Era solita, nel suo mondo senza luce, inveire contro chiunque, lanciare anatemi a voce alta o recitare un rosario di bestemmie tra i denti. Ad avvicinarsi un po’ di più a quell’orifizio carico di merda, quella bocca rugosa con la pelle di gallina, si potevano percepire parole come dette al contrario, e solo per esperienza si poteva intendere che stesse augurando una morte violenta a qualcuno. Quando andava sul leggero, ti augurava ‘e jettà o sang pe l’uocchie e pe vocc.
Restavo quindi al centro, un po’ lontano da tutti e mangiavo, mangiavo come un piccolo bue affamato, mangiavo più di tutti, più della nonna che era stravecchia, più della mia amica che era uno scheletro, più di sua sorella fotomodella, più della Signora che si privava di vivere, figuriamoci di mangiare. Più di me mangiava solo lui, l’orco. E mi guardavano per questo, con simpatia.
La Signora cucinava molto bene.
Guardavamo Beautiful e il padre urlava contro la TV sbattendo il bicchiere pieno di vino e percoche inveendo contro quella puttana di Brooke Logan come se si trattasse di sua sorella. Le questioni televisive prendevano un’accezione così realistica che temevo che a un certo punto la rabbia sarebbe andata fuori controllo. A casa mia, non urlava mai nessuno, figuriamoci per cose che non esistevano.
Dopo pranzo lui andava a dormire e per noi cominciava il momento tassativo di assoluto silenzio. Se solo avessimo fiatato, fatto volare una mosca, lui si sarebbe svegliato dal suo sonno pomeridiano, avrebbe smesso di russare come un carrarmato, si sarebbe alzato e ci avrebbe riempite di botte. Perlomeno, questa era la leggenda. Ovviamente noi non facemmo mai il benché minimo brusio.
A un certo orario tornava a lavoro (credo) per poi rincasare la sera molto tardi, verso mezzanotte e siccome io restavo lì spesso fino alla fine dei film su Canale 5 per attendere che la madre potesse farmi compagnia con lo sguardo mentre nel buio attraversavo il vialetto ed entravo nell’androne enorme e vecchissimo del mio semidistrutto palazzo, lo vedevo. Non ho mai capito che lavoro facesse esattamente.
Una volta lo vidi arrabbiarsi con la Signora. Non perché avesse fatto lei qualcosa, ma credo che lui le stesse riportando discussioni tra fratelli e cognate per chissà quali soldi e appartamenti. Ricordo solo che lui urlava, spiegava qualcosa urlando come se davanti avesse uno dei suoi irragionevoli fratelli, e la Signora non avendo una soluzione a quel problema sembrava umiliarsi, diventare seria, come un imputato alla macchina della verità, lei cambiava espressione assumendo tutta la mestizia possibile, e lui le si avvicinava alla faccia e la toccava sul volto parlandole sempre più vicino come se volesse farle qualcosa ma non le faceva niente, e lei cercava di scostarsi ma non troppo, non troppo – tanto, dove vuoi andare? – e tentava di alzare un pochino la voce con quel suo tono stridulo per il nervosismo e poi strizzava un po’ gli occhi quando lui si avvicinava davvero troppo e sembrava volerle mollare un ceffone che però non le ha mai mollato perché del resto, lei era dalla sua parte, in quella questione familiare, lei gli dava ragione. Ovviamente.
La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
In quell’istante la faccia della Signora era fatta di occhi vuoti e non più animati dall’intelligenza seppur deviata che la contraddistingueva. L’ho vista e non l’ho riconosciuta più, come quando guardavo sua figlia con la bocca deformata e la bava sui dentini piccoli. Come quando guardo i cani randagi azzuffarsi per strada e dopo tanto ringhiare uno del gruppo non dominante abbassa gli occhi e la coda, e cambia guaito, e diventa piccolo piccolo e si sottomette.
La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
La Signora era per me come una specie di mamma. Si è presa cura di noi per tutti gli anni che ho vissuto giù, 365 giorni l’anno, perché io e la mia amica eravamo come una coppia di fidanzati, non potevamo stare l’una senza l’altra, benché avessimo caratteri, corpi, colori, interessi, abitudini e famiglie totalmente diverse, agli antipodi direi. Forse è perché non avevamo altre amiche lì vicino. Abitavamo l’una di fronte all’altra e, lo dico sempre, come fossimo state due vere sorelle, i parenti non li scegli, ti tieni quelli che ti capitano. E noi ci eravamo capitate. Ed è probabile che in tutta quella catena di violenza, l’ultimo vero anello fossi io.
La mia amica era bella. Io no.
Era magra, io ero grassottella.
Alta, io non sono mai arrivata al metro e sessanta.
Babbo Natale le portava tutto quello che chiedeva, non a me.
Era più grande di me di appena quattro mesi e quindici giorni, e faceva valere questo privilegio anagrafico per impormi qualsiasi decisione, giochi, regole e quant’altro. E io non mi potevo opporre che con la ragione, lucida, ma di fronte al totalitarismo, non c’è nulla da fare. C’è solo la cieca obbedienza.
Eppure io ero una persona così intelligente.
A scuola ero rispettata, adulata, considerata, ed ero il capogruppo naturale di ogni assemblea spontanea. Questo però non accadeva tra le piccole bestioline di strada che, fuori dalle aule scolastiche, vivevano come selvaggi e imponevano la loro legge con le spinte. Bambini di quattro anni col codino sulla nuca, un brillantino all’orecchio e zii pregiudicati da tirare fuori all’occorrenza assieme alle minacce che contenevano parole come “coltello”, “pistola”, ecc, ecc.
La vita giù era tutta una sottile violenza.
Quando da adolescente ci trasferimmo nelle Marche, pensai per lungo tempo che le persone fossero stupide.
Nelle Marche le persone sono molto tranquille.
Nelle Marche le persone hanno il privilegio di una vita al riparo dai soprusi.
E non sanno che tipo di fortuna sia.

(Credits: Frame from “Miss Violence“, 2013 by Alexandros Avranas)

Au marché français

2013
Ho fatto un viaggio.
Lontano.
Ho attraversato il tempo e tanti chilometri. Ho raggiunto cose e persone perdute per sempre.
Il mercatino francese ha i croissant, le baguette calde, le tovaglie di Fiandra e il sapone.
Io sono malata di odori. Voi non ne potete sapere niente. Non immaginate neppure quale angoscia si accenda nel petto di un malato come me quando qualcosa s’infila nel naso e titilla i recettori.
Nei supermercati mi eclisso di nascosto nel corridoio dei bagnoschiuma e li apro tutti per annusarne le fragranze. Controllo che le commesse e gli addetti ai reparti non mi vedano, controllo che non mi puniscano.
Vado in iperventilazione: tiro, tiro, tiro su col naso, forte fino ai pensieri perché ogni fiore di cotone, ogni goccia di Argan o mandorla lattiginosa mi porta da qualche parte.

Da sinistra verso destra, una distesa di almeno cinquanta tipi differenti di sapone colora la vista. A uno a uno li passo in rassegna col mio senso più malinconico. Ci strofino sopra il naso, su tutte le saponette. Attacco particole di muco su ognuna di esse e tutte mi lasciano scaglie bianche sulle dita, sulle labbra.
Inizio ovviamente da quelle rosa, che per colore e per aroma mi attirano come il miele.
Fragola, lampone, uva spina, mirtilli. M’inebrio. Una goduria, come se lo stessi mangiando quel sapone: uguale a quando da bambina leccavo il lucidalabbra alla fragola. Stessa paraffina, stessa cera aromatizzata.
Lilla sa di lavanda. E poi ci sono ceste piene di semi, che la ragazza bella e francese mi dà a manciate perché li tenga in tasca. È il detersivo, l’ammorbidente di mamma. Anzi, sono i sacchetti di stoffa negli armadi e assieme al profumo mi pare di sentire l’odore di chiuso, di legno, di tarli, di vestiti fuori moda, che bisogna rifarsi il guardaroba prima o poi. Quando saremo di nuovo abbienti.
Siamo già nel buio di una stanza, non c’è niente da fare.
Quello chiaro sa di fiori. Generici. Fiori. Cosa c’è di più meraviglioso dei fiori? C’è il ricordo della biancheria di mamma. Da piccola aprivo gli armadi e giocavo con le scatole di saponette che lei nascondeva tra le lenzuola per profumarle. Le ricordo benissimo. Avevano forma di cuori, di orsacchiotti strani. Ad alcuni mancava un naso o un orecchio, qualche scaglia grossa in faccia. L’odore di quelle lo ricordo come un’eruzione di un vulcano dentro. Erano rosa. Una era bianca e una verde muco di mostro.
C’è questo sapone biancastro che profuma di shampoo…sì, quello Johnson, la bottigliona gialla di camomilla che ti fa i bimbi biondi ma che rende i capelli un pagliaio stopposo. Un concentrato di boccoli alla Shirley Temple, che mamma ci teneva assai. Quando ero ancora una scimmietta la mia parte triste non veniva mai fuori e con la gente davo spettacolo: esibizioni da teatro, che se non fosse stato per quei riccioli biondi forse nessuno mi avrebbe guardata.
Il prossimo sapone che annuso è bianco con dei puntini marroni, non so cosa sia, non trovo l’etichetta, cerco di scoprirlo con l’olfatto. Ecco cos’è! È mio padre a Termoli in un pomeriggio di mare dopo la doccia. È l’odore pulito di lui e poi di sale e anche sabbia. Quel gusto di mare che rimane addosso ai corpi seccati. Lo annuso più volte, sento le sue spalle abbronzate, bollenti, i nei che diventano neri neri. Si spoglia. S’infila una maglia arancione e petali di pelle secca fuggono via come sospinti da un vento improvviso. Papà perde i pezzettini come gli alberi di ciliegio rilasciano petali nelle stagioni più belle.
Poi un colpo verde al cuore: verbena. L’odore che mi fa trasalire. Ho le lacrime.
La gita in terzo superiore in Costa Azzurra. Fragonard, la fabbrica dei profumi. Ho comprato una saponetta che sta ancora lì, tra le mutande e i calzini, incellophanata, non sia mai che ne sbiadisca l’aroma! E invece adesso non sa più di niente lo stesso. Ma per anni ha avuto le immagini di una Liguria di fine inverno dove mi sono sentita sola, in alberghi di terz’ordine, sola nonostante la scolaresca. Ricordo il mare grigio, il porto di Genova, l’autobus a Sanremo e la scoperta di essere allergica ai metalli: il petto pieno di macchie rosse e la collana militare che pendeva tra i seni. Se solo lo avessi sospettato, l’avrei tolta, ma da un giorno all’altro c’è una nuova cosa che mi fa del male senza preavviso. Da quel giorno, i metalli. E la verbena.
Ed è un ricordo da poco, lo ammetto, ma quell’odore di sapone verde mi strugge dentro. Ha qualcosa di limone, di citronella, di zanzare. Ma è trasparente. Sì, nel naso è trasparente, come fosse liquido attraverso cui sentire. Ti entra dentro senza farti soffocare. Solo, anneghi nei ricordi pur respirando ancora, e ancora.
Ancora.
La verbena mi squarcia il petto.
È che voi non sapete cosa mi fanno i profumi. Mi fanno male, male, tanto male. Una droga. Tanto che a volte dormo con dei pezzi di sapone sotto il cuscino o vaporizzo petali di peonie tra le lenzuola che sì, il naso poi ci si abitua e non lo sento più, ma so che il cervello continuerà a percepirlo a basso regime per tutto il tempo che io dormirò. Di conseguenza mi capiterà di sognare qualcosa di dolce, di riposare tranquilla.
C’è anche qualche sapone che non mi piace, allora passo subito alla tinta successiva.
Questo mi è apparso in un sogno una volta. In una casa con le finestre e gli arredi di mare, vimini, bianchi e blu, freschi, pieni di vento. Un odore candido, una brezza che gonfia le tendine. Sa di fiori marini, li immagino azzurrati. Cose che nemmeno esistono, ma ne sono certa, nel mio naso assumono quella forma precisa, quell’esatto aspetto. Sorrido. L’aver sognato quella notte un cestino con stoffe e sapone e una finestra aperta con la tenda bianca in una località di mare è stato uno dei viaggi migliori. Appena sveglia l’ho raccontato a mamma.
C’è una saponetta verde acqua al profumo di Pastisse. Sa di anice, sa di cene a casa di Pigi, con Alba che versa alcool nei bicchieri che si fanno bianchi all’improvviso. E io li guardo astemia e piena di emozione in quel salotto coi libri, vinili, dvd, gatti, meraviglie, sentimenti, e antenne della Milano che sale fuori dalla finestra. Noi nei nostri momenti migliori. Loro che ci prestano un libro di Camus.
Qualcosa sa di latte di mandorla, sa di estati a Napoli quando ti viene a trovare qualcuno e c’è una brocca dolce e fredda sempre pronta in frigorifero. Lo sgabello per arrivare al freezer e depredarlo di ghiaccioli, io e Roby, lui come sempre il mandante dei furti.
Menta, ma sa di medicina, non ricordo quale. Ho una sensazione sgradevole, forse somiglia a un medicamento per una brutta cosa, non voglio indagare dentro di me, che se l’annuso ancora, poi ricordo tutto. La chiave per i miei ricordi va inserita in questa serratura a toppa doppia appena sopra le labbra.
La meraviglia sta condensata in questo pezzo azzurrino. È acqua di colonia. È mio fratello appena nato, sono le bottiglie della Chicco con l’orsacchiotto verde acqua, o nella variante celeste.
Com’era bello profumare quel bambino. Ho un nodo in gola.
Fuggo di lì, che mi viene da piangere. Che poi proprio in queste notti il libro dono di Alida mi invade il letto. Lo apro e ogni pagina sa di questo: di lei e del bambino amato. Ma ogni pagina proprio, come se le parole odorassero del suo presente e del mio passato.
Vado dove gli odori sono ancor più forti ma bassi. Nel senso che arrivano giù nello stomaco, con una traiettoria differente. Il cibo sa di rosso, giallo, arancio. I saponi e gli unguenti sono freddi: verdi-azzurri, viola, blu. E i colori hanno organi diversi a cui fare riferimento. Il cielo sale verso l’alto e la terra cade verso il basso. È naturale.
Macinini, infusori, fiale e barattoli di vetro pesante con chiusura a cerniera e guarnizioni bianche di gomma.
Certo è che c’è Betanzos, e c’è Casa Carmen dentro questa distesa di spezie. E la ragazza dallo stile spagnolo mi mette in bocca carni aromatiche, tisane coi fiori e zuppe casalinghe che ci preparavamo al freddo della Galizia.
E poi qualcosa che non so bene cos’è, che si nasconde ai sensi tra il curry e il cumino: mi fa vedere una donna e le sue maschere di bellezza fatte d’argilla e speranza. Un odore marino, qualcosa di fangoso, alghe, chissà. Una donna in bagno nel bel mezzo della cucina. Sarà in questi semini di finocchio, nelle stelle d’anice del preparato per il pesce: uno di quei colori azzurri che nella mia cucina non sono presenti mai.
Un thè con fragola e uvette. Sa di caramelle, quelle che neanche a pregarlo mio fratello mi dava. Molti anni fa. Lui aveva ancora un nasino a modo.
E poi arriva il ricordo di un Natale e nonna a interferire. Non c’entrano niente a questo punto. Saranno le scorze d’arancio che si bruciavano con l’incenso e i chiodi di garofano, le pigne sul fuoco a inondare i corridoi dalle mattonelle bianche e marroni. Ghirigori laccati.
Un passo indietro verso le spezie e i cumuli gialli e sono ancora nella cucina spagnola, angusta, sempre sporca per colpa dei coinquilini. Io e lo sgrassatore eravamo dei Don Chisciotte inutili. Allora fissavo il muro triste e mi consolavo nei sacchetti ricolmi di polveri. Molti, e poi barattoli a doppione, a volte in tripla copia, aromi comprati e lasciati in eredità dagli studenti di passaggio. I piccanti, gli odori, i gusti delle culture da ogni parte del mondo confluivano nella nostra scansia di legno fatta a mano. Prendevo il sacchetto di curcuma che solo ad aprirlo mi macchiavo le dita.
Col naso dentro ero in Marocco. Il vento fresco della notte a Marrakech, la terrazza con le luci che senza occhiali erano stelle, moltiplicazione infinita della bandiera nazionale.
La scimmia alla catena, il lucido liscio del serpente, il thè alla menta e pietre dure di zucchero bianco con gli incantatori, seduti per terra; quella sensazione di libertà a bere da bicchieri usati, non lavati, eppure non beccarsi nessun male. Solo settimane di dissenteria per me che sono tanto coraggiosa quanto delicata.
Spiedini di carne speziata in terrazza dunque. E poi dolci al miele, mandorle e cannella.
Un odore di deserti da mangiare, di rocce rosse e locuste appoggiate ovunque. Camaleonti piccini comprati per appena venti Dirham.
Un odore che dalla casa gallega mi porta ospite nelle dimore basse marocchine, le decine che mi hanno accolta e nutrita. I piedi scalzi e sporchi dei loro abitanti, le mani magre e lunghe. No, i berberi invece hanno gli arti tozzi, arrotondati, più pallidi. Ma maneggiano lo stesso pollame e ne fanno tajine ugualmente fenomenali.
Chiudo. Metto una molletta da bucato sul sacchetto.
Il Marocco è lì, ogni volta che lo voglio, sul terzo ripiano delle spezie.
Come tutte le cose meravigliose non se ne deve abusare: non sia mai che l’animo ci si abitui.
Guardare il sole con occhi socchiusi, altrimenti fa male. La bellezza va velata. Ti corrompe dentro poi cambia lei, cambi tu.

E di questo cibo già pronto in queste cucine mobili allestite in piazza non ho nessun ricordo. È pasta nuova, ricordo denso per le prossime padelle enormi che vedrò, in altri mercati, e mi catapulteranno in questo momento, nel ricordo di me nella mia città che ricordo altre città, tempi che non mi apparterranno più.
Ritorno ai saponi, ai due ragazzi francesi che mi corteggiano con sorrisi e parole che non capisco.
I bagni puliti delle persone ricche o dei borghesi che ostentano. C’è quest’odore dolce adesso. Di casalinghe senza una macchia di calcare sullo specchio. Le creme per il corpo che non mi posso permettere. L’invidia perché da loro fa sempre caldo e invece nel bagno da me si gela, che farti una doccia è un’agonia.
Prendo di nuovo a toccare tutto.
Odore di qualcosa di inutile che cucinava mia madre. Questa saponetta verde.
Grigia. Noi vestiti bene per andare a un matrimonio. Ed è un ricordo importante: significa raro giorno di festa, significa papà presente con noi e bracciali di mamma, di bijoutterie con cui mi lasciava giocare perché non è una donna che indossa molti gioielli, lei non li utilizzava quasi.
Olio 31 (in casa mia considerata come la panacea per ogni male), ma più soave; i fumenti e la malattia, panno bianco stretto in fronte. Il lino fresco, le lenzuola del letto grande.
Detersivo. Quale? Mi piace. Qualcosa per i panni credevo, invece poi lo riprendo. I piatti e le stoviglie. C’è qualcosa di limone, di sgrassatore industriale, ma sa di casa, d’amore, di mani nei guanti gialli felpati all’interno.
Violette. Io e Cinzia che giochiamo con le essenze di profumo. E anche la rosa. Fu in quell’estate da bambina che scoprii di cosa sapeva quel bocciolo. Ma l’ho saputo solo attraverso un’invenzione della chimica: i fiori di per sé non sanno che di morte e decomposizione. Tranne quelli delle ville di Orta San Giulio lungo quel percorso atterrati da Parigi in riva al lago. Quelle due, la rosa e la tea, sapevano proprio della bottiglietta con cui giocavamo e le ho tenute sempre nel naso, appuntate al petto dopo che lui me le ha colte in alto.
I gelsomini urlano da tutte le città, dalle rive acquose, da qualsiasi casa della Lombardia grigia. Ci sorprendono in macchina e non li vediamo. Pergolati nascosti ed esplosivi. Cascate bianche che ci lasciano meravigliati.
Io ero felice. Ho respirato tutto il “tempo”. Proprio il tempo ho respirato: quella porzione di cose e spazio che sarà per sempre nostra, anche adesso che ci siamo lasciati. Quel momento è nel mio naso e in ogni bocciolo di rosa tenue. Saremo io e te, in quel posto in cui non è ammesso nessun altro. Mi hai insegnato cosa vuol dire “per sempre”.
Questo è portentoso, dà quasi fastidio. Mi ricorda la Creolina e la pulizia delle strade immonde. Non somiglia davvero a quel veleno per fogne, ma sempre di ricordi si tratta. Strade asfaltate male, la ramazza bagnata per scopare fuori di casa, la nonna col grembiule stretto sulla pancia.
L’odore tremendo e acre dei tubi di scappamento di vecchie auto che invadono gli ambienti domestici e i negozi quando d’estate si lasciano le finestre e le porte un po’ aperte, mi ricorda, soprattutto a quest’ora della sera, quando d’estate c’è ancora un po’ di luce e tutti eravamo in strada a giocare. Che infanzia strana quella che non si ricorda di fiori e animali, di prati e biciclette. La bici sì, ma delle cadute sull’asfalto e le ginocchia aperte. Ancora quel buco da sassolino impresso sulla rotula sinistra.
Opium, è mamma da giovane, il suo inconfondibile profumo dorato e bordeaux. Sempre. Era calda la sua scia quando passava. Erano gli anni in cui ci abbracciavamo ancora, prima dell’egemonia imposta da mio fratello, prima che crescessi e che diventassi orrenda, prima di essere incompatibile col suo affetto che come sempre, scade non appena c’è qualcuno di più piccolo da amare.
Un ghiacciolo alla pesca. Mio fratello. Albicocca, il nostro shampoo che non brucia gli occhi. La tinozza con le bolle, i pesci galleggianti, la TV sulla lavatrice perché potessimo guardare i cartoni animati a mollo.
Ylang-ylang. Una vacanza che non ho mai fatto.
Le alghe. Leggere. Senza troppa presenza, discrete. Come mamma vorrebbe.
E nonno sta, come sempre, nel gelsomino e nei fiori d’arancio che sanno di fialette dal tappino verde. Lui, pasticciere della domenica, di tutte le feste. Mandorla, millefiori, scorza di limone, Vermouth.
Al sandalo è il fidanzato di un tempo. Quel sapore incensato, di cose cineree che mi angustiano le vie aeree superiori. Speravo di non doverlo più sentire.
Questo verde quasi al fluoro mi ricorda che non adoro i cocomeri. I chewingum della modella albanese in viaggio verso Stoccarda.
Una purea di patate e qualcosa dentro. Mattoncino all’odor di zenzero. Ma forse mi confondo col profumo di cibo e con le patate vere nelle pentole appena qui dietro.
Ho finito qui.
Un andirivieni tra spezie e saponi; torno tra le cibarie.
Sopra ogni cosa le olive. L’odore di salamoia.
Non le mangio, non le ho mai mangiate. Solo la salamoia, quel fatto pungente dentro il naso a dispetto della rotondità rassicurante dei frutti verdi, più verdi, neri. Che da piccola odiavo passare in quell’ultimo corridoio del mercato in fondo a destra, lì, dove c’erano a bagno olive di ogni sorta e lupini, in tinozze grandi quanto quella in cui d’inverno mamma ci faceva il bagno. Le tiravano su con palette forate in plastica bianca e schizzi d’acqua fetente contaminavano i sacchetti trasparenti annodati. L’idea di potermi sporcare al contatto con quelle buste mi faceva inorridire. Badavo bene che non venissero in contatto con nient’altro.
Odore di pesce crudo, di sott’aceti, insalata di rinforzo. Tristezza e Natale di maglioni brutti, di feste sottotono da vecchi a casa dei nonni.
Sono passati gli anni e niente più Napoli e bancarelle. Oggi nei mercati cerco disperata chi vende olive.
Non le mangio, me le ricordo.
Qui in una luce da presepe sono condite alla marocchina, alla greca, alla provenzale. Peperoncini e pezzi d’arancia, limoni. Origano.
Salamoia mi punge il naso, nella parte alta ed esterna delle narici.
Odori che non vanno giù per la gola ma che salgono direttamente al cervello con l’enormità di passioni dolorose che convogliano.
Erano gli stessi anni delle olive, il primo giorno d’asilo: il trauma iniziale della mia vita. Non ne ho avuti molti altri per la verità, ma quello fu insuperabile. I bambini erano cattivi senza un perché, non compatibili con la mia sensibilità che nel tempo ho cercato di annullare senza risultato. Ma ciò che mi ha segnato nel profondo fu l’odore dei pastelli a cera. Una scatola di legni e una di cere in dotazione a ognuno. Ma non erano i nostri. Le maestre li presero e li misero in un barattolo comunitario. No…non era possibile questo. Era la prima volta nella vita che mi compravano una scatola nuova di colori. Sentivo che sarebbe stato l’inizio di tutto, la sola materia di cui mi sarei occupata da lì a per sempre. E ce li presero come fosse la cosa più ovvia del mondo; mi presero il futuro e lo poggiarono sul davanzale. I pastelli a cera odoravano prepotenti e mi chiamavano così forte che da quella volta all’asilo non ci andai più, mai più.
Oggi i pastelli a cera Giotto li prendo in prestito di nascosto dai bambini e me li infilo sotto il naso. Li sento e mi dico: non mi avete preso niente, quest’odore è ancora qua.
Uscendo da quel luogo tremendo, una maestra, di spalle, coi tacchi e la gonna a pieghe anni ’90 lasciava una scia di rossetto che non fabbricano più; qualche componente cancerogena ora bandita che una volta era nei cosmetici mi lascia una fibrillazione in petto. Odore di donna di una volta, così come Gocce, quel profumo atroce e bollente sul comò della nonna.
I profumi densi e serali delle anziane io li comprerei. Ho ritrovato l’agognata vecchiaia in Allure di Chanel con la scatola amaranto. Se non costasse così tanto, almeno quanto la saggezza, lo comprerei.
Quando entravo in casa della vicina, la zitella il cui nome non era importante perché la chiamavamo tutti “’A signurina” poiché pur avendo oltre sessant’anni non era ancora sposata, c’era un tanfo insopportabile. Siete mai entrati nella sua casa? Mi costringevano, per cortesia, ad andare a salutarla. Un odore che non saprei spiegare, che gli altri vecchi hanno differente. Lei aveva quello lì e non glielo toglieva nessuno, nemmeno la candeggina. Volevo vomitare.
E l’alcol sui banchi di scuola. Ancora mi piace, soprattutto quando ne sento l’accenno nell’acqua dei tergicristalli. Odore di siringhe e di bronchite, di Titina che veniva a curarmi, di teli, cotone idrofilo e aghi preparati in camera da letto, che solo a vederli io capivo che sarebbero venuti a farmi del male con la scusa di curarmi. Odore di lacrime salate e punture.
Mi spruzzo ancora oggi dell’iris sulle vene viola dei polsi, mi pare che si abbinino bene. Era l’essenza che mettevano nei trucchi giocattolo per bambine. Quelle trousse finte sempre a forma di cuore con cui a sei, sette anni giocavamo a essere grandi senza sapere che da lì ai trucchi veri non sarebbe passato molto. Solo che a quell’età il tempo è dilatato, i mesi non passano mai ed è sempre possibile sognare un futuro anteriore che diventa presto posteriore e non mi resta che l’odore di iris in boccetta, adesso che metto il rossetto vero e l’ombretto non è più rosa, ma marrone scuro, la matita è nera, e le labbra lasciano cerchi infuocati d’amore e passione in posti che pochi anni prima non esistevano nemmeno nell’immaginario. Un compagno di scuola mi annusa e dice: “Sai di bambina piccola”.
Altro odore di bambina, quello del Didò. L’odore rosa, verde, arancio (come la confezione del Frùttolo). L’odore di mamma che si arrabbiava perchè le macchiavo il pavimento bianco, che calpestavo residui di plastilina caduta e la diffondevo tra le fughe nere di tutta casa facendole ancor più nere. Meraviglioso, con l’utensile giallo per modellare e tagliare. E anche l’odore degli stickers, degli adesivi, delle figurine e degli album nuovi. La bustina che si apre e la colla salata. E la Coccoìna, colla alla mandorla con la palettina rossa.

Raramente mi concedo il lusso di un parrucchiere, che non ne ho bisogno e se ci vado è solo per la lacca, per la cera, per l’odore diverso degli shampoo che hanno loro.
Mela verde e organico; vapore caldo del phon che volatilizza la cheratina dai capelli.
Il massaggio delle mani lisce delle shampiste, il tocco energico e al contempo etereo che ti fa sentire leggera la testa e quando invece mi lavo da sola ho tutto il peso dei pensieri di ghisa nel collo.
La lacca spruzzata a casa, quella con la bomboletta marrone e la figurina bianca e nera con l’acconciatura anni cinquanta. Me la spruzzo sperando che qualcuno mi annusi la testa, che qualcuno si appoggi col viso sulla mia frangia tagliata male.
O la schiuma per capelli: odore di estate, Calabria, scuola, riccioli duri, molle castane che tutti mi toccano, in bagno in due, Cinzia (un sacco di cose Cinzia). Questa. Questa sì che è un’altra cosa che mi smuove dentro. La schiuma per i capelli.
La crema solare mista alla plastica di braccioli. Odore di spiaggia, assieme di alba e tramonto. Nel naso è un inizio e anche una fine: ha il sapore di un’attesa, di qualcosa che tradisce il tempo passato ad aspettare. Sarà per la durata stessa della stagione che c’è già il senso di morte dentro (coi granchi spaccati sugli scogli e i mitili in decomposizione), sarà il presagio di amori che non avranno tempo di iniziare. C’è una fine senza fine in quest’odore dolce e salato, assieme pieno e vuoto. Una sensazione di tiepido. I sudori freddi che si sovrappongono al bruciore delle ustioni.
È Roma, un profumo di Laura Biagiotti che non sopporto più, quell’amore unilaterale che mi ha investito mio malgrado. Direttamente dalla città eterna, come prometteva di essere la sua ossessione, come diceva il nome stesso del suo odore. Ma ora sono passati secoli, se lo risentissi, mi farebbe piacere.
Oh…poi c’è l’odore del popcorn al cinema. Di sera tardi, infrasettimanale, quando non c’è nessuno e in biglietteria un triste personaggio di Lynch. L’aria è densa e avvolgente: l’odore del burro fuso che si impregna nella moquette. Resterei nell’atrio per tutta la notte. Lavorerei lì.

Se mi lavo sempre le mani è perché ho paura di questa potenza degli odori. Che le cose orrende non devono avvicinarsi ai miei sensi perché non s’incidano nella memoria al di sopra di qualcosa di non correlato.
Lavo pavimenti in continuazione qui in negozio. Un po’ per via delle macchie che ostinate tartassano il bianco delle piastrelle, ma soprattutto per un’ansia delle narici.
L’idea che un composto chimico artificiale possa liberarmi da germi, sporco, bruttezza, e conferire ai posti in cui abito odore di ghirlande candide mi dà una felicità esaltata. Lavo per terra e sto finalmente bene.
Come quando torno a casa dopo i viaggi e mamma ha nettato e ordinato la mia stanza. Tutto sa di Lysoform e il letto è freddo, di lenzuola nuove. I peluche non trattengono più la polvere, l’aria è leggera, le copertine dei libri tornano lucide.
Mi piace partire e poi ritornare, scoprire come la malattia della mia stanza abbia il mio nome.
Senza di me, tutto profuma.

Tolto ogni profumo dal naso quest’elenco è falso e non sa di niente. È per questo che tengo in tasca il pezzo di verbena, perché questi ricordi, senza uno spunto, non li ricordo più.