E invece io no

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire. Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, vedo fuori le stelle che splendono tristi.
Tristi. Tali e quali agli occhi della Signora, rimasta chiusa per mille anni nella cucina della sua casa da sposa. Una casa di sposa-serva, in cui ogni oggetto era al suo posto: dopo il pranzo passava la scopa sui pavimenti, il panno sui fornelli, asciugando la minima goccia d’acqua e togliendo i residui di calcare, dopo cena, lavando i pochi piatti sporcati da me e sua figlia prima dell’arrivo del porco, verso mezzanotte. Tutto doveva essere in ordine.
Mi piacciono le cucine, soprattutto quelle non in ordine. Quelle col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, quelle cucine che non attendono nessuno, quelle in cui non c’è timore se a mezzanotte le stoviglie sono ancora da lavare.

Jamm, mettit a post’ tuttecose, ca a n’appoc’ ven’ chill’”.
Lo chiamava quello.
Lo chiamava così quando era solidale con noi, intenzionata a difenderci dalla sua matematica e immotivata ira: se tornava a casa e aveva perso a carte…
Se invece anche lei era arrabbiata perché l’avevamo fatta disperare disubbidendo, se fino a quell’ora aveva risparmiato botte a sua figlia riservando l’onere (e forse il piacere) all’uomo che stava per ritornare, allora lo chiamava padre. “Tuo padre”. “Patet’”.
Fa’ ambress, ca mò ven’ patet’ e po’ sient!”.
In ogni caso, che il tono della Signora ci fosse favorevole o meno, l’esito era sempre lo stesso.
Signora, si è fatto tardi, mia mamma mi sta aspettando per andare a dormire…mi accompagnate per piacere? Solo fino al cancello, che è buio, e mi metto paura…” e così me la svignavo vigliaccamente prima dell’ora peggiore abbandonando la mia migliore amica alla sua serata in famiglia.
Ja’, non te ne andare” mi diceva. “Rimani un altro poco, che può essere che mio padre non si incazza se ci stai tu davanti”.
’E fatt’ ‘a scustumat’? Chill patet’ te vatt’ pur annanz’ ‘a cumpagna toia! Falla jì ‘a casa, o sinò abbosca pur’ess’ r’’a mamm’”.
Ma lo sapevano bene che mia madre non mi aveva mai picchiata. Né mio padre tornava tardi di sera. Anzi, mio padre non tornava proprio.
Mio padre viveva in un’altra città, lontano da noi, per portare i soldi a casa. Allora mamma la sera aspettava solo me, e dopo aver addormentato mio fratello nella culla si metteva sotto le coperte a guardare la tv. Aspettava me che tornavo tardi da quella casa infestata di bestemmie e male parole, di cattiveria e di fumo di sigaretta che mi penetravano i vestiti e appesantivano i pensieri, che entravano nelle orecchie, che intossicavano il petto, e molte volte non mi riconosceva più. I miei capelli biondi sembravano più scuri e la mia voce, il mio modo di parlare che diventava sempre più prepotente, diceva che era tale e quale a quello del signor Aniello, il padre oscuro della mia amica.
Aspettava me, che mi trasformavo in una cafona dagli occhi chiari e i boccoli dorati e che dormivo nel letto accanto a lei, nel posto lasciato freddo da mio padre che non tornava mai. (Ma anche se tornava, non succedeva proprio niente se la cucina a mezzanotte era ancora sporca).
A volte invidiavo la mia amica perché suo padre rincasava tutti i giorni per pranzo e poi alla sera. E tutti i giorni la mia amica invidiava me, perché mio padre a casa non abitava proprio.

Una sera il porco tornò prima. Non avevo fatto in tempo a fuggire a casa.
Il silenzio piombava in cucina non appena udivamo il cancello scattare: il riverbero del metallo nel silenzio della notte superava le voci dei personaggi del film in prima serata sui canali Fininvest. La Signora ci guardava e basta. Avevamo capito.
Quando la porta si apriva e le tendine si gonfiavano per la presenza di qualcuno sull’uscio, deglutivamo l’ultimo fiotto di saliva. Caldo. Cocente di paura.
Avanzava lungo il corridoio buio, verso di noi, e diventava grande. Spaventosamente grande, come se si trattasse di un gioco prospettico. Ma un gioco non era. Quando ci superava tra le sedie della cucina ci accorgevamo che non si trattava di un’illusione ottica e che noi eravamo piccole, e lui un gigante, di un’età non definibile (era vecchio? A me sembrava di sì, ma sua figlia aveva solo otto anni…).
Non salutava nessuno, come se noi piccoli non fossimo persone, come se un adulto non avesse il dovere di accorgersi delle nostre esistenze. La Signora iniziava con lui un sommesso monologo, così, per sondare il suo umore del giorno. Lui non rispondeva.
I padri a Napoli sono un problema.
Ma sono un problema anche certe madri.
Sono un problema le case, con le loro cucine pulite o sporche, sono un problema le scuole, la gente del quartiere.
È un problema nascere piccoli in una società di adulti: a cinque anni potrai dover badare a tuo fratello minore, a sette far la spesa, a undici pulire il cesso nei pomeriggi dopo scuola.
Il porco non diceva una parola, solo, si accendeva una sigaretta prendendola dal pacchetto della Signora e contando quante ne erano rimaste. Lei già un po’ si irrigidiva sapendo che lui avrebbe avuto da ridire.
Già l’ê fernute?” tuonava dall’alto del suo quasi metro e novanta, mentre lei si stringeva nelle spalle trattenendo un risolino nervoso.
Ma quanta sfaccimm’ te n’ê fumate?
La Signora tentava improbabili giustificazioni che nemmeno lei ascoltava. Alzava gli avambracci a protezione del volto per arginare le carezze arrabbiate del marito. Farfugliava qualcosa sul numero di pacchetti contenuti in una certa stecca comperata chissà quando e sulla quantità davvero irrisoria di sigarette da lei fumate nell’arco della sua lunga, noiosa, infinita e sempre uguale giornata, nella sua cucina pulita da sposa. Come un racconto tramandato da generazioni, la storia dei mille anni di una serva dagli occhi tristi presa in moglie da un porco.
Una sigaretta, due sigarette, dieci al massimo. Diecimila sigarette per sopportare. Diecimila sigarette per aspettare la mezzanotte di ogni bellissimo giorno (per gli altri) che finisce. Spazzare il pavimento disseminato di pezzettini di verdura, asciugare col panno gli schizzi d’acqua del rubinetto sotto il quale aveva spento il decimilionesimo mozzicone che era una babele di cenere in rovina.
Ma quello Aniello stà pazziann’! Aniello scherza” ci diceva ogni volta, con le braccia ancora davanti al viso, sforzandosi di ridere un pochino.

Quanti scherzi enormi che si facevano in casa della mia amica!
Una volta, per scherzo, il signor Aniello diede uno schiaffo a sua figlia, e lei per due giorni non sentì più. Sempre per scherzo, una volta accadde che le gonfiò un occhio e sembrava che se lo fosse truccato con un ombretto viola, come quello dei grandi, come quello che sua mamma aveva smesso di mettere da quando si era sposata (non sta mica bene truccarsi, per una donna sposata); mentre un’altra volta un suo stesso dente, chissà come, le urtò il labbro che rimase un po’ rosso e gonfio, proprio come se si fosse spalmata uno di quei fantastici burrocacao alla fragola, di quelli profumati e col tappo rosa che desideravo tanto anche io.
Rossetto e ombretto. Ma così…per scherzo.
Alla mia amica compravano sempre tutto quello che voleva perché suo padre era ricco. Invece a me no.
Era molto fortunata.
Nella cucina splendente.
Un padre presente.
Con tutti i trucchi più belli.
E invece io no.

(Credits: incipit tratto da “Kitchen” di Banana Yoshimoto)

Miss Violence

La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
Mi veniva da ridere, quando ero piccola, a vedere la mia amica del cuore che veniva picchiata dalla madre.
Era qualcosa di molto divertente, perché la Signora, una donna di cui ho molto rispetto e che ricordo come una statua grande e grossa, immobile, levigata e seriosa, tale e quale alle sculture di partito comuniste (anche se era tutt’altro che comunista; una devota della TV e di conseguenza una seguace di certe chiarissime tendenze politiche dagli anni del berlusconismo a oggi. Chissà, prima del ’94 che cosa votava…), e nonostante la sua mole fisica e morale, quando si arrabbiava con la figlia, iniziava a urlare con voce stridula. Tanto stridula da somigliare a degli ultrasuoni.
Credo che le mamme del sud, anche quelle con le voci da uomo (che ce ne sono tante, giù, di donne-non-donne, di signore coi baffi e la voce roca) quando perdono la calma, emettono delle sonorità imbarazzanti, quella voce che a teatro si definisce “di testa”, quella che spacca i bicchieri di cristallo quando esce dall’ugola di una cantante lirica, quella che trapassa il cervello come una saetta dolorosa, da una tempia all’altra.
La mamma della mia amica era così. Appena si innervosiva, anche se cercava di mantenere una certa calma esteriore, veniva tradita da quel suono che improvvisamente si faceva stridulo, che come un fuoco le saliva dalla gola fino al cervello infiammandole i pensieri.
Allora iniziava a rincorrere la figlia per tutta la casa con l’intento r’a struppià o r’a scummà ‘e sang. Ecco, era anche questo che mi faceva ridere.
Sangue non gliene fece uscire mai, però ricordo che le dava degli schiaffi in faccia, addosso. Ovviamente la picchiava anche con le ciabatte, da lontano, quando lei, secca com’era, riusciva a divincolarsi e a fuggire un po’ più in là.
La mia amica piangeva lacrime modeste che s’asciugavano presto. Ne ricordo le smorfie nei momenti di dolore acuto dei colpi, quando cercava di ripararsi con le braccia magre intorno al capo, la nuca che rientrava nelle spalle e la bocca le si deformava: vedevo i suoi dentini piccoli piccoli (che sono rimasti tali anche adesso che è adulta), lo spazio grande tra i due incisivi e i filamenti di saliva che luccicavano illuminati dalle luci a incandescenza di quegli interni domestici antiquati, in cui le finestre rimanevano chiuse anche al mattino, per non far entrare la polvere, e benché fuori ci fosse il sole del sud e l’aria cristallina delle mattine sotto al Vesuvio, bisognava tenere sempre accesa la luce elettrica. E tutto allora diventava giallo. Gli infissi in alluminio rosso, come non se ne vedevano molti nelle case più popolari tipo il palazzo in cui vivevo io, riuscivano a fare un buio denso nelle stanze. Ebbene, seppure la casa della mia amica fosse una bifamiliare di proprietà (al tempo in cui la mia famiglia il concetto di “proprietà” lo intendeva come un fatto altolocato e me lo insegnava come attributo di altri ceti sociali pur non facendomi mai e poi mai percepire che il nostro non fosse un ceto altrettanto “alto”) la sua famiglia viveva al pian terreno come se fosse la servitù. Esattamente come nel medioevo, il piano nobile era riservato. E riservato restava. Per trent’anni non hanno quasi mai aperto quella casa al piano superiore. “La casa di sposa” completamente arredata circa negli anni Settanta è infatti rimasta sotto chiave fino ai primi del duemila. Quando l’aprirono, si scoprì che quelle piastrelle che rivestivano interamente il bagno (a parte il soffitto) con un colore ottanio lucido e i sanitari beige, la moquette bordeaux in tutte le camere da letto e la cucina fatta di pensili tipo cottage di montagna (lì dove la neve non l’ha vista mai nessuno fatta eccezione di quel po’ di gelo in trasferta a Roccaraso) in cui non era stato mai cotto nemmeno un uovo sodo, erano cose ormai logore e fuori moda. Erano inservibili, impolverate (nonostante tutte quelle mandate di chiave servissero proprio a tenere la casa salva dal nemico invisibile), erano lo specchio preciso preciso di quella sposa mummificata dagli anni Settanta. Ed è anche probabile che prima di essere sposa, non sia di certo stata una bambina e una ragazza felice. Ma questa è una storia che non conosco.
La mamma della mia amica ha sempre avuto gli occhi tristi, e quelli però li conosco. E carica di livore gettava veleno sul mondo fuori. La sua era una vita di reclusione.
Reclusione in una casa che chiamava “cesso”, e nonostante al piano di sopra avesse quella che all’epoca poteva benissimo essere considerata una reggia, continuava a voler vivere in quel posto che davvero era orrendo; continuava a dormire in una stanza da letto dove sembrava che la morte dovesse venire a farti visita nel sonno da un momento all’altro, perché in una camera così spoglia, senza un comodino, ma solo con un vecchio letto di legno scuro, una branda di fianco e un armadio antico tutto nero, una sedia dallo schienale alto di fianco alla finestra (ovviamente chiusa), l’unica cosa plausibile era che si trattasse di una camera ardente fatta di oscuro silenzio.
La Signora era reclusa in un corpo diventato troppo grosso. Eppure io che vivevo praticamente in casa con loro, lo vedevo, lo vedevo che lei non mangiava mai. La Signora non mangiava. Cucinava per gli altri e non mangiava. Quando lo faceva, si trattava perlopiù degli avanzi di qualcuno, o di piccolissime porzioni di cibo che metteva in un piatto più piccolo degli altri. Quasi, il suo posto a tavola sembrava essere marginale, come se si stesse soltanto appoggiando per un momento, prima di tornare al lavello, a spegnere sotto il getto d’acqua il mozzicone di sigaretta che teneva colmo di cenere tra le labbra, prima di andare a caricare la moka e a passare la scopa e a togliere le macchie dalle superfici con il Pannopell.
La Signora era reclusa nel suo aspetto non esaltato, seppure di non particolare bruttezza, curato nell’igiene e nella decenza. Era solo triste. E questo la faceva sembrare non bella. Però io vidi una foto di lei ragazza, appena sposata, con in braccio la prima figlia di un anno solo. Era magra, bionda, bella. Mi sono chiesta per tanti anni come avesse fatto la tristezza a ridurla così.
Nel corridoio avevano un brutto quadro. Raffigurava una giovane coi capelli mori e le labbra carnose. Aveva un vestito povero indosso e un mazzolino di fiori mezzo appassiti in grembo. Mi sembrava la stessa persona che avevo visto in quella vecchia foto scolorita. Allora ho iniziato a credere che fosse un suo ritratto da ragazza. Non lo era, lo sapevo, ma la fissità e la bellezza accantonata per sempre in una cornice datata, in un punto inutile della casa, erano lì a farmi pena, ogni giorno, tutte le volte che passavo dall’ingresso. Mi chiedevo sempre come mai, quella mamma, avesse smesso di specchiarsi in quel ritratto.
Che forse lei concentrava tutto il suo gusto e i suoi desideri (che pure incredibilmente aveva o aveva avuto qualche secolo prima) nelle due giovani e bellissime figlie, comprando loro i vestiti più alla moda, sincerandosi che fossero perfette in ogni dettaglio, guardando ai minimi particolari, come poteva essere un filo tirato o un occhio truccato asimmetricamente rispetto all’altro, cose drammatiche, da impedir loro di mettere la testa fuori di casa. Cose che non ti aspetteresti da chi il trucco e i vestiti proprio pareva non averli contemplati mai (almeno per se stessa). E al contempo era intransigente per quanto riguardava la volgarità: sia mai che le figlie fossero uscite troppo scosciate o conciate come delle puttane. Mai, mai, sia mai. Una donna che sapeva com’è il mondo di una donna pur vivendo un’esistenza da reclusa.
Un’invidia, io credo. A volte ci leggevo l’invidia, persino nei confronti delle figlie. La si poteva cogliere nelle maledizioni che a esse dedicava, così come al resto di quel mondo, fuori, che girava in modo malvagio lasciandola da parte e coinvolgendola solo nelle disgrazie. Eppure l’unica malvagità che io percepivo, allora, essendo bambina, era proprio nelle sue parole invidiose al gusto di mandorle amare. Io non avevo mai sentito mia madre parlar male di qualcuno, tantomeno bestemmiare. Invece in quella casa il padreterno e Gesù bambino venivano fatti in padella come fegatini: fritti, rosolati nell’olio bollente, punti con un forchettone d’acciaio, schiacciati coi rebbi, disgregati sul tossico fondo di teflon che si sfaldava e si mescolava coi santi ormai divenuti tutti neri, indistinguibili dal cancerogeno PTFE.
La Signora era reclusa in questo sentimento rabbioso che non poteva manifestare agli estranei e per questo lo riservava alle poche elette del cerchio familiare. La sua vita era il suo cesso di casa, le sue belle ma difficili figlie, il suo odio, il suo corpo grasso, un maglione di lana senza disegni, un pantalone marrone con le pence e un paio di pantofole. Ricordo l’odore di quei piedi in inverno, coperti solo dai collant sfilati, dopo una giornata intera densa di nulla e poggiati sopra la stufa a gas, mentre tutte insieme, io, lei, le sue figlie e a volte la vicina di casa, guardavamo un film di Mediaset (Allora, forse, si chiamava ancora Fininvest). Non so come, ma non presero mai fuoco.
Piedi, gas, sigaretta.

Nella casa della mia amica dunque era sempre notte. Era notte perché tenevano tutto chiuso per paura della polvere. Era notte perché il mobilio, nella casa al piano inferiore, quella in cui viveva anche la nonna, ricordava quello nelle povere vecchie dimore settecentesce di una Napoli borbonica. Anche le tende erano pesanti, le ricordo, perché ce le avevo davanti agli occhi spesso, ad esempio quando giocavamo a nascondino o quando la mamma della mia amica picchiava la mia amica. Tra quelle cortine mi rendevo invisibile e mi mettevo a ridere cercando di non far rumore.
Ridevo per via della bocca deformata della mia amica, e per via del fatto che, in un continuo di umiliazione che io dovevo subire da parte sua, per una volta anche lei mostrava un segno di debolezza. Era la vittima al mio posto.
Ma a differenza mia, (e questo la rendeva per l’ennesima volta ancora più forte di me e ancora più forte schiacciava la mia personalità), appena dopo aver preso le botte, appena passato il momento acuto di dolore, lei smetteva subito di piangere e tornava a giocare con me come nulla fosse. “Tanto le mazzate passano subito, il dolore dura un secondo, ma però almeno ho fatto quello che volevo io”.
Un messaggio potentissimo.
Io non ho mai preso neanche uno schiaffo dai miei genitori. Sia perché ero una bambina molto intelligente e tranquilla, sia perché non è mai stato nello stile della mia famiglia. Eppure, se solo mia madre mi avesse urlato contro, semmai mi avesse dato uno schiaffo, il mio senso di umiliazione sarebbe stato tanto profondo da non consentirmi né di smettere in fretta di piangere, ma soprattutto di tornare a giocare guardando in faccia qualcuno, specialmente qualcuno che avesse assistito al mio pubblico ludibrio. Non si trattava di rancore, ma di responsabilità. Io non potevo fingere che nulla fosse successo perché qualcosa di grande era avvenuto e io davo importanza alle cose, un’estrema importanza. Cedere alla dimenticanza era per me imperdonabile. Allora potevo tenere le distanze da mia madre per giorni, come se fosse necessario un periodo di smaltimento e purificazione da ambo le parti per un fatto che bisognava assimilare. Ma tutte quelle volte mi accorsi che mia madre, invece, tornava normale due secondi dopo. Come la mia amica.
La mia amica era magica.
Forse abituata, forse cosciente di essere l’ultimo anello di una catena, che in ordine di grandezza riversava sul più piccolo una cascata di animalità, con lei assistere a una violenza sembrava essere un fatto del tutto normale. Asciugata la bava, tornavamo a giocare.
Era l’ultimo anello della catena che cominciava col padre. Avevo molta paura di suo padre perché era assai burbero. Crescendo, da adulta, ho scoperto che si trattava solo di una strana burla, che quel suo atteggiamento, la voce grossa, gli sguardi storti e zero parole, erano parte di un personaggio sia pubblico che privato perché bisognava assolutamente farsi rispettare. Da grande ha continuato a farmi la voce grossa e gli sguardi torvi, salvo poi girarsi di tre quarti e sciogliere quel ghigno in un mezzo sorriso e uno sguardo ammiccante.
È che bisogna farsi rispettare prima di tutto dalle proprie donne, in casa, altrimenti come sarà possibile essere riconosciuto dagli altri uomini, fuori?
Per farsi rispettare, come ogni cane feroce, bisogna abbaiare.
Il padre della mia amica, letteralmente, abbaiava. Perché le poche volte che concedeva la grazia di qualche suo intervento, le rare volte che apriva bocca non per mangiare o infilarci la sigaretta in mezzo, egli parlava in dialetto talmente stretto e con una voce così abnorme da rendere indecifrabile il contenuto del suo messaggio sibillino. Certo era, che qualsiasi cosa gli avessero domandato, la risposta era un gigantesco, terrificante “NO”.
Aveva le labbra molto sottili e scure, lo ricordo, quasi viola. E i denti erano ingialliti dal troppo fumo, larghi in mezzo, come sua figlia. Aveva le labbra fine e lì nei pressi, un neo sulla guancia sinistra. Una bocca che mi disgustava, per certi versi, ma che allo stesso tempo mi ipnotizzava. Mi sembrava quella del Padrino, di un camorrista, con quel labbro alzato e la narice allargata mentre succhiava uno stuzzicadenti a tavola dopo pranzo per intere mezz’ore.
Gli occhi erano due fessure e non ho mai visto come fosse l’iride. Solo delle scintille, che quando prendevano la tua direzione, era un brutto segno.
Per fortuna quel signore tornava in casa solo alle due del pomeriggio quindi noi avevamo la mattinata libera per giocare, ma quando arrivava voleva trovare un piatto pronto in tavola. E per fortuna lo trovava sempre. Al sud non esiste che una donna non faccia trovare tutto pronto al suo padre padrone.
Quando mangiavo con loro, il mio posto era dal lato del tavolo che di solito rimaneva accostato al muro. Lui era ovviamente a capotavola, io, mi spostavo nel mezzo, ma non potevo allontanarmi più di tanto poiché al capo opposto, sedeva la nonna, una vecchia oramai quasi del tutto cieca che mi odiava. Eppure sono sempre stata molto educata, solo che, quando c’ero io, sua nipote si comportava peggio del solito, facendole dispetti nel buio, spinte e sgambetti mentre attraversando il corridoio si dirigeva a lenti passi verso la branda nella camera ardente, e tutto ciò, un po’ perché l’odiava (la nipote alla nonna e la nonna alla nipote) e un po’ per farmi ridere. Ma la nonna odiava tutti. Era solita, nel suo mondo senza luce, inveire contro chiunque, lanciare anatemi a voce alta o recitare un rosario di bestemmie tra i denti. Ad avvicinarsi un po’ di più a quell’orifizio carico di merda, quella bocca rugosa con la pelle di gallina, si potevano percepire parole come dette al contrario, e solo per esperienza si poteva intendere che stesse augurando una morte violenta a qualcuno. Quando andava sul leggero, ti augurava ‘e jettà o sang pe l’uocchie e pe vocc.
Restavo quindi al centro, un po’ lontano da tutti e mangiavo, mangiavo come un piccolo bue affamato, mangiavo più di tutti, più della nonna che era stravecchia, più della mia amica che era uno scheletro, più di sua sorella fotomodella, più della Signora che si privava di vivere, figuriamoci di mangiare. Più di me mangiava solo lui, l’orco. E mi guardavano per questo, con simpatia.
La Signora cucinava molto bene.
Guardavamo Beautiful e il padre urlava contro la TV sbattendo il bicchiere pieno di vino e percoche inveendo contro quella puttana di Brooke Logan come se si trattasse di sua sorella. Le questioni televisive prendevano un’accezione così realistica che temevo che a un certo punto la rabbia sarebbe andata fuori controllo. A casa mia, non urlava mai nessuno, figuriamoci per cose che non esistevano.
Dopo pranzo lui andava a dormire e per noi cominciava il momento tassativo di assoluto silenzio. Se solo avessimo fiatato, fatto volare una mosca, lui si sarebbe svegliato dal suo sonno pomeridiano, avrebbe smesso di russare come un carrarmato, si sarebbe alzato e ci avrebbe riempite di botte. Perlomeno, questa era la leggenda. Ovviamente noi non facemmo mai il benché minimo brusio.
A un certo orario tornava a lavoro (credo) per poi rincasare la sera molto tardi, verso mezzanotte e siccome io restavo lì spesso fino alla fine dei film su Canale 5 per attendere che la madre potesse farmi compagnia con lo sguardo mentre nel buio attraversavo il vialetto ed entravo nell’androne enorme e vecchissimo del mio semidistrutto palazzo, lo vedevo. Non ho mai capito che lavoro facesse esattamente.
Una volta lo vidi arrabbiarsi con la Signora. Non perché avesse fatto lei qualcosa, ma credo che lui le stesse riportando discussioni tra fratelli e cognate per chissà quali soldi e appartamenti. Ricordo solo che lui urlava, spiegava qualcosa urlando come se davanti avesse uno dei suoi irragionevoli fratelli, e la Signora non avendo una soluzione a quel problema sembrava umiliarsi, diventare seria, come un imputato alla macchina della verità, lei cambiava espressione assumendo tutta la mestizia possibile, e lui le si avvicinava alla faccia e la toccava sul volto parlandole sempre più vicino come se volesse farle qualcosa ma non le faceva niente, e lei cercava di scostarsi ma non troppo, non troppo – tanto, dove vuoi andare? – e tentava di alzare un pochino la voce con quel suo tono stridulo per il nervosismo e poi strizzava un po’ gli occhi quando lui si avvicinava davvero troppo e sembrava volerle mollare un ceffone che però non le ha mai mollato perché del resto, lei era dalla sua parte, in quella questione familiare, lei gli dava ragione. Ovviamente.
La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
In quell’istante la faccia della Signora era fatta di occhi vuoti e non più animati dall’intelligenza seppur deviata che la contraddistingueva. L’ho vista e non l’ho riconosciuta più, come quando guardavo sua figlia con la bocca deformata e la bava sui dentini piccoli. Come quando guardo i cani randagi azzuffarsi per strada e dopo tanto ringhiare uno del gruppo non dominante abbassa gli occhi e la coda, e cambia guaito, e diventa piccolo piccolo e si sottomette.
La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
La Signora era per me come una specie di mamma. Si è presa cura di noi per tutti gli anni che ho vissuto giù, 365 giorni l’anno, perché io e la mia amica eravamo come una coppia di fidanzati, non potevamo stare l’una senza l’altra, benché avessimo caratteri, corpi, colori, interessi, abitudini e famiglie totalmente diverse, agli antipodi direi. Forse è perché non avevamo altre amiche lì vicino. Abitavamo l’una di fronte all’altra e, lo dico sempre, come fossimo state due vere sorelle, i parenti non li scegli, ti tieni quelli che ti capitano. E noi ci eravamo capitate. Ed è probabile che in tutta quella catena di violenza, l’ultimo vero anello fossi io.
La mia amica era bella. Io no.
Era magra, io ero grassottella.
Alta, io non sono mai arrivata al metro e sessanta.
Babbo Natale le portava tutto quello che chiedeva, non a me.
Era più grande di me di appena quattro mesi e quindici giorni, e faceva valere questo privilegio anagrafico per impormi qualsiasi decisione, giochi, regole e quant’altro. E io non mi potevo opporre che con la ragione, lucida, ma di fronte al totalitarismo, non c’è nulla da fare. C’è solo la cieca obbedienza.
Eppure io ero una persona così intelligente.
A scuola ero rispettata, adulata, considerata, ed ero il capogruppo naturale di ogni assemblea spontanea. Questo però non accadeva tra le piccole bestioline di strada che, fuori dalle aule scolastiche, vivevano come selvaggi e imponevano la loro legge con le spinte. Bambini di quattro anni col codino sulla nuca, un brillantino all’orecchio e zii pregiudicati da tirare fuori all’occorrenza assieme alle minacce che contenevano parole come “coltello”, “pistola”, ecc, ecc.
La vita giù era tutta una sottile violenza.
Quando da adolescente ci trasferimmo nelle Marche, pensai per lungo tempo che le persone fossero stupide.
Nelle Marche le persone sono molto tranquille.
Nelle Marche le persone hanno il privilegio di una vita al riparo dai soprusi.
E non sanno che tipo di fortuna sia.

(Credits: Frame from “Miss Violence“, 2013 by Alexandros Avranas)