Traffico

Immanuel, Dio mio! Sono diventata come quelli che dicevi tu.
Sono in auto, e faccio traffico.
Sono in auto, guido piano.
Non ho voglia di tornare a casa.
Sono come tutti quelli che dicevi tu. Quelli che dopo il lavoro hanno qualcosa da cui non vorrebbero tornare e non possono, non possono non tornare, non possono andare da nessun’altra parte: né bar, né rotatoria su cui posteggiare e aspettare che il traffico si dissipi, che faccia notte, che i semafori diventino fissi a giallo lampeggiante, che le persone spariscano. Non possono restare in macchina per sempre o addormentarsi al volante, né prendere una via che porti in campagna, una via non segnata, per far perdere per sempre le tracce e di loro, non se ne saprebbe niente mai più.
Immanuel. Sono sulla strada di casa che mi allontana dal tuo domicilio.
Faccio la conta dei benzinai, dei pub ancora chiusi lungo le statali nere, disabitate. Faccio mente locale sui posti che conosco, in cui vorrei rintanarmi per sparire tra le righe di “Un amore”, per farmi fare compagnia dalle ragazze a basso costo che sono umane come me, vestite mediocremente come me.
Immanuel, vienimi a prendere. Oppure no, resta dove sei. Sono una donna che ti piace, ma non ti piace di certo più del vino.
Resta dove sei, che diventerei presto un’auto bloccata nel traffico anche in direzione opposta, nella direzione tua.
Resta dove sei.

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568.000 chilometri

Del resto non si tratta di fare molta strada.
Un numero accettabile di curve, e rettilinei noti. I punti luminosi che sono la fabbrica, il ristorante, l’hotel, le pompe di benzina. Rotatorie.
Del resto ci metterai solo quindici o venti minuti.
Non si tratta di fare molta strada.

Sono in macchina da sola.
Sono in macchina con chiunque.

Sono abituata a fare le strade di notte.
La macchina va per conto suo, ha cinquecentosessantottomila chilometri e passa.
A furia di non fare poi molta strada.
Qui viviamo in campagna. Nessuno che mi riaccompagni spesso a casa.

Tornerò a casa.
Farò altre poche curve prima della salita, infine, vedrò l’ingresso del garage.
Non ho paura.
Ma solo perché non mi volto mai indietro.

L’altra notte mi è capitato di pensare alla strada che mi lasciavo alle spalle. Alla strada che smetteva di essere illuminata dai fari al mio passaggio.
Un mare nero.
La strada che percorro sparisce, annega, si dissolve in un mare nero.
Smette di esistere. E fa paura.
Ero io, fino a pochi minuti fa, in quei punti che ora se ne restano nel nero più profondo, nel silenzio. Ero io, là, e non avevo paura. Non avevo paura solo perché guardavo sotto il mio naso, là dove picchia la luce dei fendinebbia e non ho mai, dico, MAI avuto la visione globale di tutta la strada, avanti, e indietro.
La visione dall’alto. Come un uccello. La visione di tutti i chilometri.

Come ho potuto essere tanto sola? Sono stata sola dal chilometro zero a quello di arrivo.
Sola. Con la lampadina in fronte. A rassicurarmi sull’abisso. Come un cavallo felice e sciocco che galoppa incurante verso un burrone. La carota appesa in fronte.

Autostop

Sterza improvvisamente mentre gli sto parlando e già capisco cos’ha intenzione di fare.
Ho visto con la coda dell’occhio quello che sta nello spiazzo buio a quell’ora della sera.
Cazzo, no! Ma come ti viene? Ma soprattutto se in macchina ci sono io…Cristo…” ma già lui si avvicina al vetro. Ivan ci resta male, mi chiede se possiamo farlo salire, gli dico che non vorrei, ma che oramai non possiamo andarcene dopo esserci accostati. Restiamo qualche secondo a litigare coi vetri chiusi e quell’uomo ci fissa da fuori al freddo senza toccare l’abitacolo.
Guardiamo avanti come due robot per paura di incrociare lo sguardo del negro fuori dalla macchina. I miei occhi restano immoti, mentre la mia voce è piena di rabbia e disappunto. Ma ho paura che quello fuori possa accorgersi di questa titubanza, ho paura di una sua reazione quindi cerco di non tradirmi in nessun modo, di non dare a vedere che c’è un problema, un problema grosso come una casa.
Certo che possiamo farlo salire oramai. Facciamolo salire” dico con tutta la stizza che ho in corpo.
Ivan abbassa il vetro dal mio lato, io non guardo, e dice all’uomo di montare su.
Proprio non capisco come gli sia venuto in mente, Gesù. Senza neanche pensare che forse, dico FORSE a me la cosa poteva non stare bene. Ma lui è fatto così, in certi casi agisce con pensiero automatico perché, quelle duecentotrentotto cose di male che ci vedo io, lui non le vede affatto.
Sento aprire lo sportello, l’uomo sale in macchina.
Gli dico subito “ciao”, con la voce più carina che riesco ad avere. Cerco di calmarmi , di soffocare quello stupido pensiero che ho in testa.
Grassie mile” ci risponde l’uomo con voce stanca. È salito in macchina e ha portato nell’abitacolo un tanfo di sudore e un’enorme presenza oscura che mi fa male al cuore.
Fa molto freddo fuori, vero?
Sì, fredo. Grassie pe pasagio
Mi sento uno schifo.
Sono rigida come un pesce surgelato. Eppure ho il cuore mi trema, mi viene da piangere. La grande presenza nera che riempie sempre di più la macchina mi stringe la gola e la mia voce si fa strana.
Finito lavorare adesso. Fatto straordinario, no sce più autobus. Ultimo pasato alle otto i messa. Grassie
Una presenza nera grande grande, soffice, come un marshmallow che si espande, come un cuscino in memory foam che mi avvolge la testa, mi entra nel naso, nella bocca, negli occhi, e mi fa morire.
Penso che a Ivan avrei voluto indicare l’autolavaggio dietro il quale c’è la stazione ferroviaria di Corridonia: “È lì che hanno dato un passaggio a Pamela, e hanno percorso proprio questa strada che stiamo facendo noi”.
Un passaggio con uno sconosciuto. Cominciano tutte così le brutte storie.
Ma non glielo posso dire, perché quello seduto dietro è un nigeriano e potrebbe rimanerci male, potrebbe pensare che lo sto dicendo apposta per farlo sentire in qualche modo in colpa per il suo colore, per un peccato che non è il suo.
Ivan gli chiede di dov’è, della Nigeria, da quanto tempo sta in Italia, due anni, che lavoro faccia, la fabbrica.
Io sento l’odore di sudore e non vedo l’ora che scenda. Ma quella presenza nera che avvolge l’abitacolo e che mi tappa le orecchie, che mi culla e al contempo uccide, è la dolcezza di questo signore. È il freddo di questo signore. È il lavoro in fabbrica. Lo straordinario. Il dire di sì al padrone anche se non hai i mezzi per tornare a casa. È la possibilità che nessuno lo avesse mai riportato a casa. L’idea che infine avrebbe percorso cinque chilometri di tornanti bui e tutti in salita, dove le automobili corrono a velocità folle, a piedi. Sarebbe arrivato a casa alle undici almeno, dopo chissà quante ore in fabbrica. Niente cena, è tardi, e poi di nuovo l’alba. La fabbrica. Lo straordinario.
Non dico niente di quello che vorrei dire. E lo dico con la voce più dolce che posso. Vorrei girarmi dietro a guardare che faccia ha.
Mi viene da piangere perché continuo ad aver paura. Del resto non sono cose inventate: è tutto dannatamente vero quello che è successo, ed è successo proprio a partire da quella strada lì, in una notte qualsiasi. Ed è successo ciò che nessuna mente avrebbe concepito.
Potrebbe succedere di nuovo.
Il male si verifica proprio quando è meno probabile, quando abbassiamo la guardia per un fatto di statistica: pensiamo che non sia possibile che due cose accadano a distanza ravvicinata nello stesso posto, non è così?
Ma ‘o riav’l è f’tent” mi hanno insegnato, il diavolo è fetente e se la ride, magari questo signore che mi commuove alla fine ci ruberà qualcosa operando una sorta di violenza a uno di noi due e saremo in trappola. Se avesse un’arma…
Però l’ho capito. Non è così.
Non è mai così e ho lasciato a piedi migliaia di altre volte delle persone stanche.
Perché non posso aprire la mia casa, lo sportello della mia auto o la borsa per fare qualcosa di semplice per qualcuno. Non lo posso fare perché qualcuno è cattivo.
Qualcuno è cattivo e io devo essere cattiva.
Qualcuno è cattivo e io non posso decidere di essere diversa, perché se una notte io mi fermo a dare un passaggio a un pover’uomo nero e poi quello mi fa a pezzi e mi mette in una valigia, sarà stata solo colpa mia.
Mi viene da piangere, perché non voglio che sia colpa mia, e però non voglio neanche morire. Ma la sento tutta addosso questa colpa, la colpa di avere paura.
Di essere esattamente come uno stronzo qualunque.

Ecco perché non avrei mai voluto farlo salire.
Quel nero ingombrante era il mio dilagante senso di colpa.