Dubliners

Un venerdì nevica.
Di sicuro a Roma no.
Il regionale che fermerà a Fabriano è in ritardo. Chissà se il treno per la capitale ci attenderà.
Non vorrei restare lì per tutta la notte. Stanotte vorrei arrivare nel piatto di quello sconosciuto.

Aladdin, un magrebino che mi ha dato un’indicazione lungo i binari, mi guarda con insistenza, mi dice che sembra che abbia al massimo ventidue anni, non ci crede sia invece tanto vecchia; mi chiede il numero di telefono, gli dico di no, sorrido, meglio di no.

È buio come può esserlo il 25 di gennaio alle sette di sera. È buio dentro e fuori dalle gallerie, lungo questi muraglioni di roccia, che come il fiume attraversiamo la montagna, buchiamo il freddo, passiamo sotto la cartiera, valichiamo il niente.
Mi sento come una persona piccola. Mi sento come se avessi non più di sei anni. Perché ho un libro in mano, e questo è Gente di Dublino. L’ho rubato in una stanza a Perugia, lo usavano impilato ad altri libri come fosse un comodino. Porta ancora i segni tondi delle candele appoggiateci sopra. Tre cerchi, come quelli delle Olimpiadi, meno due.
L’ho rubato perché un giorno Walter mi disse che non rubare se si ha fame è reato. Walter è un buon uomo. Ho pensato che avesse ragione.
Lo sto leggendo in un treno che mi porta verso un punto interrogativo. Chissà chi è quello che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?) (Mi farà da mangiare?) (Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?) (Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Lo sto leggendo in un treno che conta solo vada via da casa: oggi nevica, non c’è nulla per me in un paese senza il sole. Lo sto leggendo con la malinconia di chi, per tutta l’estate, chiusa in un magazzino polveroso, in mezzo a tonnellate di libri nuovi e usati, ha sudato le forze che non possedeva, invidiando i ragazzi del liceo. Invidiavo i ragazzi del liceo. Loro potevano avere dei libri su cui studiare. In quei libri ci sono i misteri. Tomi enormi di greco e latino. Tra gli scaffali dell’usato in buono stato sognavo di apprendere da dove veniamo. “Potrei comprarne alcuni. Del resto, sono a metà prezzo. Potrei imparare qualcosa in più”.
Nello scaffale più in alto di tutti, quello dove io non arrivo, e in magazzino non ci sono scale, a volte cadevano i readers e bisognava sistemarli. Una volta una mi chiese Dubliners di James Joyce. Riuscii a prenderlo, anche senza scala, mi arrampicai sulle mensole di ferro, non caddi.
Aveva la copertina verde, una versione in inglese avanzato, adatta a un quarto, quinto superiore. Chissà se avrei potuto mai leggerlo, magari in inglese anche io, magari lo avrei comprato anche io.
Era settembre e faceva caldo, la gente ancora al mare, e noi chiusi nel bunker sotto un condominio, in mezzo ai libri per la fortuna degli altri, in mezzo a nuvole di polvere, niente mare, niente vestiti scollati. Neon, luce serale anche al mattino. Neon. La copertina verde. Mi rigiro Dubliners nelle mani, non ho il coraggio di aprirlo, che se i miei occhi cadono su una riga e mi resta qualcosa, poi come un gancio quella mi strappa via tutto.
Poi la signora ha detto che non lo voleva più. L’ho rimesso a posto.
Ho continuato a lavorare come se non avessi che la licenza elementare: un muro lungo lungo e il sapere mi era precluso. Ho continuato a lavorare vendendo agli altri la possibilità di essere migliori, e comunque più felici di me. Se avessi fatto il classico anche io…forse…
So che quella gente di Dublino sta ancora là, dimenticata sullo scaffale del magazzino dismesso durante l’inverno. Ci ho pensato spesso. Mi sono rivista, sudata, piena di polvere, nella mia maglia viola e i leggins con impronte di mani bianche, ogni volta che toglievo i guanti, per preservare la carne dalla polvere. Mi sono rivista come un bambino di cinque o sei anni, davanti a una vetrina di dolci, illuminata al neon, come in un pomeriggio d’ospedale.

Mi sarebbe piaciuto, quest’estate, essere altrove.
Sono su un treno per la capitale.
Ci hanno aspettati.
Sto leggendo Gente di Dublino.
C’è un uomo che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?)
(Mi farà da mangiare?)
(Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?)
(Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Se finissi per amarlo sarebbe un bel guaio.

Il libro poi l’ho finito. E comunque non è un granché.

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