Dubliners

Un venerdì nevica.
Di sicuro a Roma no.
Il regionale che fermerà a Fabriano è in ritardo. Chissà se il treno per la capitale ci attenderà.
Non vorrei restare lì per tutta la notte. Stanotte vorrei arrivare nel piatto di quello sconosciuto.

Aladdin, un magrebino che mi ha dato un’indicazione lungo i binari, mi guarda con insistenza, mi dice che sembra che abbia al massimo ventidue anni, non ci crede sia invece tanto vecchia; mi chiede il numero di telefono, gli dico di no, sorrido, meglio di no.

È buio come può esserlo il 25 di gennaio alle sette di sera. È buio dentro e fuori dalle gallerie, lungo questi muraglioni di roccia, che come il fiume attraversiamo la montagna, buchiamo il freddo, passiamo sotto la cartiera, valichiamo il niente.
Mi sento come una persona piccola. Mi sento come se avessi non più di sei anni. Perché ho un libro in mano, e questo è Gente di Dublino. L’ho rubato in una stanza a Perugia, lo usavano impilato ad altri libri come fosse un comodino. Porta ancora i segni tondi delle candele appoggiateci sopra. Tre cerchi, come quelli delle Olimpiadi, meno due.
L’ho rubato perché un giorno Walter mi disse che non rubare se si ha fame è reato. Walter è un buon uomo. Ho pensato che avesse ragione.
Lo sto leggendo in un treno che mi porta verso un punto interrogativo. Chissà chi è quello che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?) (Mi farà da mangiare?) (Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?) (Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Lo sto leggendo in un treno che conta solo vada via da casa: oggi nevica, non c’è nulla per me in un paese senza il sole. Lo sto leggendo con la malinconia di chi, per tutta l’estate, chiusa in un magazzino polveroso, in mezzo a tonnellate di libri nuovi e usati, ha sudato le forze che non possedeva, invidiando i ragazzi del liceo. Invidiavo i ragazzi del liceo. Loro potevano avere dei libri su cui studiare. In quei libri ci sono i misteri. Tomi enormi di greco e latino. Tra gli scaffali dell’usato in buono stato sognavo di apprendere da dove veniamo. “Potrei comprarne alcuni. Del resto, sono a metà prezzo. Potrei imparare qualcosa in più”.
Nello scaffale più in alto di tutti, quello dove io non arrivo, e in magazzino non ci sono scale, a volte cadevano i readers e bisognava sistemarli. Una volta una mi chiese Dubliners di James Joyce. Riuscii a prenderlo, anche senza scala, mi arrampicai sulle mensole di ferro, non caddi.
Aveva la copertina verde, una versione in inglese avanzato, adatta a un quarto, quinto superiore. Chissà se avrei potuto mai leggerlo, magari in inglese anche io, magari lo avrei comprato anche io.
Era settembre e faceva caldo, la gente ancora al mare, e noi chiusi nel bunker sotto un condominio, in mezzo ai libri per la fortuna degli altri, in mezzo a nuvole di polvere, niente mare, niente vestiti scollati. Neon, luce serale anche al mattino. Neon. La copertina verde. Mi rigiro Dubliners nelle mani, non ho il coraggio di aprirlo, che se i miei occhi cadono su una riga e mi resta qualcosa, poi come un gancio quella mi strappa via tutto.
Poi la signora ha detto che non lo voleva più. L’ho rimesso a posto.
Ho continuato a lavorare come se non avessi che la licenza elementare: un muro lungo lungo e il sapere mi era precluso. Ho continuato a lavorare vendendo agli altri la possibilità di essere migliori, e comunque più felici di me. Se avessi fatto il classico anche io…forse…
So che quella gente di Dublino sta ancora là, dimenticata sullo scaffale del magazzino dismesso durante l’inverno. Ci ho pensato spesso. Mi sono rivista, sudata, piena di polvere, nella mia maglia viola e i leggins con impronte di mani bianche, ogni volta che toglievo i guanti, per preservare la carne dalla polvere. Mi sono rivista come un bambino di cinque o sei anni, davanti a una vetrina di dolci, illuminata al neon, come in un pomeriggio d’ospedale.

Mi sarebbe piaciuto, quest’estate, essere altrove.
Sono su un treno per la capitale.
Ci hanno aspettati.
Sto leggendo Gente di Dublino.
C’è un uomo che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?)
(Mi farà da mangiare?)
(Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?)
(Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Se finissi per amarlo sarebbe un bel guaio.

Il libro poi l’ho finito. E comunque non è un granché.

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CHROME SCENE

_ C H R O M E _ S C E N E _

Giovedì 15 marzo dalle ore 17 noi del BECOMING X – FROM ART TO ELECTRO saremo al TEATRO METASTASIO ASSISI in occasione di TRAME ASSISI a disegnare il giallo e il noir, e tutti i colori del crimine!

 

IO

 

 

Disegneranno per voi: Moreno Chiacchiera David Grohmann Carmine Cerbone David Ferracci Claudio Ferracci Valentina Bolognini Andrea Lucci Lucia Mariani Marco MisterBad Bargagna Francesco Gaggia Filippo Peppo Paparelli Luca Luciani Chiara Galletti Francesca Mantuano ( Frè Mantu ) Sara Belia Bjorn Giordano Valentina Formisano Marta Galli Elisa Canestrelli (Lisbeth Salander) Daniele Pampanelli Francesco Biagini Aurora Stano Marco Leombruni Chiara Dionigi
Daniele Benincasa Matteo Gaggia Massimo Boccardini Alessandro Mencarelli Emiliano Vizzi Mattia Nebbiai Lucia Biancalana e molti altri…

Per togliervi la sete di vendetta personalizzeremo anche delle etichette di birra, grazie alla collaborazione con Birra Perugia che ci fornirà la sua poliziottesca CALIBRO7!

‘LA PELLE’ di Curzio Malaparte

Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti, i vincitori si salveranno”
ESCHILO, “Agamennone”

 

 

Lo presi in mano e leggendo le prime righe il mio cuore s’incendiò.
L’immagine di una divisa inglese rubata a un soldato morto e una chiazza di sangue nero che si allargava sotto l’ascella.
Mi accorsi di conoscere quelle frasi a memoria. Eppure, che io sapessi, era la prima volta che toccavo quel libro. Forse ne avevo letto l’inizio sugli scaffali di qualcuno? Nelle case degli altri io guardo i libri e cerco di conoscere i segreti di chi mi ospita, m’immagino di sceglierli per me come dalla Biblioteca di Babele di Borges. Li tocco. Li apro.
Forse invece mi era apparso in sogno, pari pari, senza cambiare nemmeno una virgola.
La pelle di Curzio Malaparte.
L’ho preso senza saperne granché. Io che ho letto sempre molto poco, io che sono vuota. Avevo solo una voglia. Avevo voglia di sentir parlar male del mio popolo del sud. Avevo voglia di mescolarmi tra la peste che affligge la mia stirpe da sempre. Avevo voglia delle cantilene. Avevo voglia di sentire le urla. E quasi come per intuizione, ho immaginato che in questo libro ci fosse tutto ciò. Ho immaginato che sarebbe stato un bestiario liturgico. Una favola storica. Un vademecum per la sopravvivenza alla guerra, ai morbi, alle eruzioni vulcaniche, alle eruzioni cutanee, per la sopravvivenza alla sopravvivenza: come restare uomini senza cedere alla vita. Ebbene. 25 righe, non di più, il mio cuore s’incendiò.
Questo è il mio libro preferito di sempre.
Nessun napoletano è più napoletano di Malaparte.
Non ho mai udito parlar peggio dei napoletani, non ho mai udito parlar meglio dei napoletani se non da quest’uomo che napoletano non è. Il disgusto e la pietà. Solo un occhio sacro ci vede alla stessa maniera: con disgusto e pietà, con disapprovazione e immensa comprensione. Solo Dio può giudizio e assoluzione. Ed è così che Malaparte somiglia a questo dio immerso tra la gente. Come un povero Cristo, colpevole, vittima, contemporaneamente dentro e fuori dagli eventi.

All’entrata degli Alleati a Napoli nell’ottobre del ’43 ecco rivelarsi la doppia natura del popolo partenopeo. E noi impariamo a conoscerli con gli occhi degli americani. Un popolo nuovo, fatto di eroi sbarcati da oltreoceano, perfetti nel corpo, incorrotti nello spirito. E i napoletani (gli europei tutti n.d.r.) cosa sono? Che cosa sono se non una massa di “appestati”?
Ed è così che inizia il libro, con una sfilata di Alleati vestiti alla meno peggio, con divise raccattate qua e là osannati da una calca di ammalati di fame, di stenti, di stanchezza, di coraggio e paura, ammalati di tutto il possibile, intaccati nel corpo e nello spirito da questa afflizione fluida che tutto ammorba, che tutti appesta ma che non contagia gli americani.
Come una squadra di infermieri guantati, bianchi e senza volto, gli americani sono immuni dal male perché puri come bambini, perché guardano tutto con occhi innocenti e increduli, perché essi stessi lo hanno portato: non era la guerra il male vero (forse) ma quella sconfitta subita che nel cuore della gente si mutava in una sorta di vittoria. Era quella dominazione travestita di festa, era quel nuovo status da sopportare. Era quel doverne uscire vincitori (poiché palesemente vinti) ad ammalare la plebe. Se fino ad allora infatti essi erano stati impegnati a scampare alla morte, adesso dovevano impegnarsi a vivere. Interessarsi alla propria pelle. E in nome di essa a commettere le peggiori nefandezze.
Un popolo descritto con parole dure.
Una lingua e un pensiero che feriscono. Ma è pur sempre un romanzo e allora poco importa se i napoletani sono davvero così, se San Gennaro il sangue lo scioglie veramente o se dalla morte si rinviene: quando la folla urla al miracolo, quando il cadavere di una giovane viene lavato, profumato e vestito di pizzi, che importa se essa è ancora cadavere? Cosa conta più, se agli occhi di tante persone, ella è sembrata di nuovo viva? Ed è così che come in una visione collettiva, ogni bruttura si redime rischiarata da una luce spirituale che tende a qualcosa di superiore: tanti piccoli miracoli avvengono in basso, molto in basso, e se siano finzione o realtà non è rilevante; se il romanzo sia romanzo o qualcosa di più, poco conta.
E mi sembrava di leggere Céline, in quel Viaggio al termine della notte che non sono mai riuscita ad amare, che ho terminato con la stessa fatica con cui esso si è compiuto. Quel Céline che mi avevano fatto leggere col motivo del linguaggio, per la ragione della scrittura, per quel qualcosa di straordinariamente contemporaneo che avrei dovuto amare e che invece non ho riconosciuto tra le centinaia e centinaia di pagine indigeste, tra quel peregrinare senza convinzione di un uomo che tutto si lascia scivolare addosso, che percorre la sua esistenza come se non avesse nulla a che spartirvi. Uno spettatore passivo della storia che mi ha fatto arrabbiare. Ma quando ho letto La pelle improvvisamente tutto mi è apparso. C’è un passaggio preciso in cui Malaparte parla come avrebbe potuto parlare Céline e ancora meglio:

Era stato per noi un magnifico giorno, quello dell’8 settembre 1943, quando avevamo buttato le nostre armi e le nostre bandiere non soltanto ai piedi dei vincitori, ma anche ai piedi dei vinti. Non soltanto ai piedi degli inglesi, degli americani, dei francesi, dei russi, dei polacchi, e di tutti gli altri, ma anche ai piedi del re, di Badoglio, di Mussolini, di Hitler. Ai piedi di tutti, vincitori e vinti. Anche ai piedi di coloro che non c’entravano per nulla, che stavan là, seduti, a godersi lo spettacolo. Anche ai piedi dei passanti, e di tutti coloro ai quali veniva il capriccio di assistere all’insolito, divertente spettacolo di un esercito che buttava le proprie armi e le proprie bandiere ai piedi del primo venuto. E non già che il nostro esercito fosse peggiore o migliore di tanti altri. In quella gloriosa guerra, non soltanto agli italiani, siamo giusti, era capitato di voltar le spalle al nemico: ma a tutti, inglesi, americani, tedeschi, russi, francesi, jugoslavi, a tutti, vincitori e vinti. Non c’era un esercito al mondo che, in quella splendida guerra, non si fosse, un bel giorno, preso il gusto di buttar le proprie armi e le proprie bandiere nel fango. Nell’ordine firmato dalla graziosa Maestà del Re e dal Maresciallo Badoglio era scritto proprio così: «Ufficiali e soldati italiani, buttate le vostre armi e le vostre bandiere, eroicamente, ai piedi del primo venuto». Non c’era da sbagliarsi. Era proprio scritto «eroicamente». Anche le parole «primo venuto» erano scritte in modo chiarissimo, da non lasciar dubbio alcuno. Certo, sarebbe stato molto meglio per tutti, vincitori e vinti, e molto meglio anche per noi se avessimo ricevuto l’ordine di buttar le armi non già nel 1943, ma nel 1940 o nel 1941, quando era di moda, in Europa, buttar le armi ai piedi dei vincitori. Tutti ci avrebbero detto: «bravi». È ben vero che tutti ci avevano detto «bravi» anche l’8 settembre 1943. Ma ci avevano detto «bravi» perché, in coscienza, non potevano dirci altro.
Era stato veramente un bellissimo spettacolo, uno spettacolo divertente. Tutti noi, ufficiali e soldati, facevamo a gara a chi buttava più «eroicamente» le armi e le bandiere nel fango, ai piedi di tutti, vincitori e vinti, amici e nemici, perfino ai piedi dei passanti, perfino ai piedi di coloro che, non sapendo di che si trattasse, si fermavano a guardarci meravigliati. Buttavamo ridendo le nostre armi e le nostre bandiere nel fango, e subito correvamo a raccoglierle per ricominciare da capo. «Viva l’Italia!» gridava la folla entusiasta, la bonaria, ridente, rumorosa, allegra folla italiana. Tutti, uomini, donne, bambini, parevano ubriachi di gioia, tutti battevan le mani gridando: «bis! bravi! bis!», e noi stanchi, sudati, trafelati, gli occhi scintillanti di virile orgoglio, il viso illuminato di patriottica fierezza, buttavamo eroicamente le armi e le bandiere ai piedi dei vincitori e dei vinti, e subito correvamo a raccoglierle per buttarle nuovamente nel fango. Gli stessi soldati alleati, gli inglesi, gli americani, i russi, i francesi, i polacchi, battevan le mani, ci gettavano in viso manciate di caramelle, gridando: «bravi! bis! viva l’Italia!». E noi buttavamo sghignazzando le armi e le bandiere nel fango, e subito correvamo a raccoglierle per ricominciare da capo. Finita la festa, ci ordinammo in colonna e così senz’armi, senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati questa guerra che avevamo già persa con i tedeschi. Marciavamo a testa alta, cantando, fieri di aver insegnato ai popoli di Europa che non c’è ormai altro modo di vincer le guerre che buttar le proprie armi e le proprie bandiere, eroicamente, nel fango, «ai piedi del primo venuto».

Ecco. In questa follia di argomenti, ripetizioni come in una filastrocca, rileggo Céline; discendono giù veloci i fatti, i misfatti, le scene grottesche accadute o no, auspicabili, deplorevoli: lo sfacelo dopo una guerra, nessun orgoglio è più possibile e ci si diverte a far sfoggio della propria meschinità. Sfregio, scempio. Del resto dopo l’orrore, cos’altro avrebbe senso se non una dirompente, tonante, tragicomica risata?

Ma in mezzo a tanto orrore, all’iperrealismo malapartiano che guarda ai rigagnoli fetidi ai bordi delle strade restituendoli con vivida sensazione e con lo stesso nauseabondo puzzo, ci sono le pennellate barocche. La pelle è un libro intriso di meravigliosa pittura. Quando già non descrive opere note di artisti come El Greco, come Watteau, Corot, Salvator Rosa, Malaparte è egli stesso un pittore di mirabile tecnica: mai nessun riferimento all’aria o al mare del Golfo di Napoli o al Vesuvio è restituito con meno di tre toni di colore vivo e palpabile. Le pennellate sono materiche, hanno la densità del metallo, vibrano di riflessi al sole, i pigmenti si gonfiano come polimeri reagenti, brulicano di vita come se fossero vermi, come fossero lucertole, animali preistorici fatti di rocce dai mille toni. Ed è proprio ai rettili e agli anfibi, ai rospi, alle salamandre, ai gechi che Malaparte fa riferimento quando descrive la terra. Come un vecchio coccodrillo inanimato in un mare di argento vivo, liquido, che è il cielo, e poi l’acqua, che è densa come verderame e fasce d’oro e quarzo rosa. Gli elementi si fondono e solido e liquido e aeriforme sono un tutt’uno in questa pittura splendente e barocca, non cupa come la tradizione pittorica napoletana della Scuola di Posillipo ma dilagante di luce tenue e chiarissima come all’ora dell’alba e a quella che precede di un attimo il tramonto estivo.
Malaparte scrittore, Malaparte pittore, Malaparte poeta.

E se il paesaggio rapisce, se le descrizioni auliche e al contempo oltremodo realistiche dell’ambiente in cui si svolgono i fatti trafiggono gli occhi come se nello stesso istante si spalancasse una finestra da un palazzo inerpicato sulla scogliera di Capri alle dieci e mezzo del mattino, in mezzo alla peste che ammorba i napoletani e l’animo di tutti, un altro piccolo miracolo della scrittura avviene. A camminare per le strade di Napoli si possono incontrare le vaiasse, le prostitute, i venditori di bambini o di parrucche pubiche; si possono vedere i morti, gli scugnizzi che si affittano i soldati neri, le nane più vicine alle forme demoniache che a quelle umane; si sentono l’odore della carna cotta, dei fiori marci, “[…] dello scirocco, che sa di cacio di pecora e di pesce guasto”, di olio rancido delle friggitorie, degli orinatoi, della decomposizione. E se tutto questo fa male all’anima così come fa male al corpo contratto durante la lettura immedesimato nello spasmo nauseabondo dello stomaco, appare, di continuo durante tutte le pagine, dalla prima all’ultima, la letteratura greca. Appare, la lingua francese. Ufficiali americani colti, amanti dell’Europa, dell’antica culla della civiltà, si alleviano l’alma citando a memoria passi della più alta drammaturgia greca, o parlando la lingua soave d’oltralpe, quel francese imparato ad hoc per poter leggere in lingua originale le grandi opere, per poterselo rigirare nella bocca, per bearsi del suo suono quando è pronunciato da altri, in lontananza, magari dagli eserciti madrelingua e fremere, gioire dentro.
Arrossire. Ebbene sì, Malaparte arrossisce, gli ufficiali alleati arrossiscono, non quando colti in flagrante per un qualche misfatto, bensì per questi bagliori d’infinito, quando alla mente sovviene un verso antico, quando qualcun altro cita un poema, un componimento classico. Arrossire di bellezza, perché dentro, in mezzo alla cruda esistenza, qualcosa vibra. E allora, come si fa a non sospirare dinanzi all’anima colta e tremante di un soldato? Uno di quelli che la guerra la vincono, uno degli eroi preannunciati, gli americani stupendi (e non so quanto Malaparte sia malevolmente ironico nell’elogio sfacciato di questa stirpe eletta…non so quanto ne sia davvero invece affascinato).

Malaparte, fascista della prima ora, autore di libri controversi, Malaparte parlato, Malaparte stimato, protagonista, non vittorioso ma vincente, dalla parte del giusto perché su questo egli s’interroga, con le mani nel fango e la faccia contro il vento nero; viene fuori dal racconto come uomo reale (a rafforzare la verità dell’uomo letterario) soprattutto in un paio di capitoli. Proprio in Il vento nero egli è deriso dalla tragicità dell’esistenza, sputato, umiliato, posto come in un gioco crudele dinanzi all’impossibilità di fare la scelta giusta. Emerge dunque con la debolezza dell’uomo comune, privato dello spessore dell’intellettuale, lungi dall’uomo colto quale era; lo si vede piangere, si prova pietà per il genere umano tutto in un intermezzo evocativo, lontano, quasi si trattasse di una steppa interiore e immaginaria, come una digressione in un tempo fuori dal tempo, non noto, come in Bulgakov di Il Maestro e Margherita nelle vicende del Cristo del futuro o proveniente da un passato mai passato del tutto: così quei poveri morti viventi sulla croce sono un monito costante, avvolti da quell’alone nero del vento che sporca tutte le cose, come un incubo, pagine visionarie, che sembrano un sogno da fare tutte le notti per ricordarsi di non dimenticare di essere esseri umani.

La bandiera è un capitolo tremendo dove “bandiera” non è vessillo svolazzante che urla “viva la patria!” ma un uomo schiacciato da un carrarmato, appiattito, ridotto come una tela grezza dipinta di viscere fuoriuscite e sangue secco e pezzi d’osso bianchissimo spappolati qua e là dove non dovrebbero essere, “un tappeto di pelle umana”, “un profilo d’uomo morto” che gli ebrei di Ucraina scrostavano dalla fossa nel terreno in cui si era incassato portandolo appeso in punta di pala, proprio come fosse una bandiera, verso qualche luogo più dignitoso. Pagine molto dure. Dolorose, anche se lette con un forzato distacco (necessariamente posto tra sé e il testo affinché non siano “troppo”), penetrano nell’immaginazione come un vilipendio a una morale improvvisamente apparsaci dentro, che non credevamo di avere: quel pudore dinanzi all’esibizione spettacolarizzata della morte di un uomo.

Un uomo morto è un uomo morto. Non è che un uomo morto. È più, e forse anche meno, di un cane o di un gatto morto. […] «Ah, tu non sai che cos’è un uomo morto. Se tu sapessi che cos’è un uomo morto, non dormiresti più.»

E qui Malaparte riflette sul senso profondo della morte di un uomo, di un solo singolo uomo in un contesto di morte massiva. Con il rischio sempre incombente di non significare più nulla, (un uomo come o meno di un cane), la morte, anche di uno solo, turba l’autore al punto di non poter mai più davvero dormire.
E ancora, gli ultimi capitoli del libro, quelli che si svolgono in una Firenze in assedio con esecuzioni sommarie sui gradini di Santa Maria Novella da parte di partigiani inferociti come cani, cecchini fascisti sui palazzi in Via Maggio, cadaveri ai piedi di Ponte di Santa Trinita e Ponte Vecchio, donne, bambini deceduti ai bordi delle strade. È in quest’ultima cruciale fase che Malaparte si mostra a noi più che un ufficiale, più di un intellettuale, più di uno scrittore di successo: egli diventa definitivamente uomo, umano, perché il coraggioso combattente uscito indenne dalla Grande Guerra (differentemente dai suoi molti compagni di viaggio), si spoglia delle armi:

In quei quattro anni ero riuscito a rimanere cristiano: ed ora. Mio Dio, ecco che il mio cuore era marcio d’odio, che io pure camminavo col fucile mitragliatore in pugno, pallido come un assassino, ecco che io pure mi sentivo bruciato fin nel profondo dei visceri da un’orribile furia omicida. Quando attaccammo Firenze, e da Porta Romana, da Bellosguardo, da Poggio Imperiale penetrammo nelle strade di Oltrarno, io tolsi il caricatore del mio mitra, e porgendolo a Jack gli dissi: «Aiutami Jack. Non voglio diventare un assassino». Jack mi guardò sorridendo: era pallido, e gli tremavan le labbra. Prese il caricatore che gli porgevo, e se lo mise in tasca. Poi tolsi il caricatore della mia Mauser, e glielo porsi. Jack allungò la mano, e, sempre sorridendo, di quel suo sorriso triste e affettuoso, mi tolse i caricatori che sporgevano dalle tasche della mia giubba. «Ti ammazzeranno come un cane» disse. «È una bellissima morte, Jack. Ho sempre sognato di poter essere, un giorno, ammazzato come un cane». In fondo a via di Porta Romana, là dove quella strada entra obliquamente in Via Maggio, i franchi tiratori ci accolsero con un rabbioso fuoco di fucileria dai tetti e dalle finestre.

Non c’è un solo passo in tutto il libro che non sia degno di essere annotato. Non picchi aulici di improvvisa bellezza, qui si tratta di un serbatoio di parole massime, di parole magiche, simboli e forza, e potere concentrato in ogni vocabolo sapientemente scelto, calibrato, in una scrittura densa ma non ridondante, tesa, volta al dispiegamento del racconto ma che si sofferma sulle descrizioni, puntuale, una scrittura del sud per la sua vitalità, una scrittura del nord per la sua esattezza. Malaparte toscano, Malaparte napoletano. Malaparte che è diventato per me un contagio, una peste letteraria dell’anima. Come ci si potrà, ora, salvare?

 

(Credits: frame da “Naples ’44” di Francesco Patierno, 2016)