Carbonizzata

Ho sognato che la mia pizza si bruciava. Perché il fornello sul quale mio fratello l’aveva appoggiata era rimasto acceso, e non si poteva più spegnere.
Un disco di carbone.
Nero.
Non si poteva più spegnere, perché mamma aveva distrutto le manopole, e lasciato il fuoco distrattamente acceso.
Non ce ne eravamo accorti.
Oh…che dispiacere. La mia è diventata cenere. La tua? La tua no. La tua è ancora buona. Pensi che potremmo dividerla?
Guardo il fornello sotto la mia pizza, penso al fuoco, ai giorni, alle settimane che è rimasto acceso. Penso alla dimenticanza di mia mamma. Penso alla mia cena che non c’è più.
So che mio fratello non mi darà nulla.
O forse posso sperare di sì: in questo sogno è ancora piccolo, forse non aveva ancora sviluppato quell’avversione verso di me. Forse è abbastanza ingenuo da non capire che dando un pezzo della cena a sua sorella, a lui ne verrà meno. A volte è così che succede: i bambini non capiscono che se ti danno una cosa loro, poi restano senza.
La mia è nera. Tutta nera.
La sua è bianca. Bianca bianca.
Mamma…perché hai tolto le manopole? Come facciamo adesso a spegnere queste fiamme? Mamma…

Ma poi invece mio fratello ha tentato con rabbia di sodomizzarmi, di infilarmi una spazzola coi denti di ferro nel culo.
Quelle setole di ferro dorato. Contro i pantaloni.

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Scaleno

Ho sognato la tua bara, G.
Perdonami se non sono venuta al tuo funerale.
Stanotte ho sognato la tua bara.
Un rinnovato funerale privato. Cerimonia funebre solo per me. La classe è vuota.
Perdonami G. se non ho mai versato una lacrima, se non ti lascio andare, se ti penso sempre e quando passo sotto casa tua guardo sul balcone. Perdonami se continuo a pensarti quando vedo la tua macchina verde parcheggiata sotto il negozio con i tuoi fratelli e i tuoi nipoti. Ogni tanto la guidano per la città.

Era una bara storta. Una bara su misura, fatta a tua immagine e somiglianza: asimmetrica, più larga da una parte, per ospitare il tuo corpo deforme.
E perdona il becchino se da solo non ce la fa: non ce la fa a sollevati con un unico movimento aggraziato. Barcolla, la bara fa un brutto rumore, il tuo corpo al suo interno si è scomposto, questo mi addolora. Il becchino ti appoggia sulla cattedra di quest’aula vuota.
Infila il braccio in una fessura del tuo feretro, per sistemarti il corpo, per ricomporti all’interno di questo sarcofago scaleno, perché se anche non ti vediamo, c’è bisogno di dignità.
Il becchino sorride un po’ in imbarazzo; l’avevo biasimato per averti toccato dentro. Poi ho capito. Che lo faceva per noi.

Perdonami G. se non so far altro che amare dei vecchi claudicanti pieni di dolori e silenzi.
Perdonami se ogni tanto ti pretendo mentre dormo e ti vedo pieno di luce, o decomposto, con la dentiera che si scioglie.

(Credits: “Funerale a Ornans“, 1850 – Gustave Courbet. Musée d’Orsay, Parigi)

Mano morta

All’uomo nero piangevo.
E tu ce l’hai il nonno?” chiese. Grazie uomo nero, che ti prendi cura di me, ma piangevo e ricordavo che mio nonno non c’era più e non da poco, da molto, da quando io stessa non c’ero più. Che lui sapeva ridere, sempre, nonostante l’assenza dei denti. E allora piangevo all’uomo nero, e provando anche per lui un affetto inaudito.
Uomo nero che non mi conosci, e già così forte mi pensi, uomo nero più ragazzino di me, piango, io ti saluto.
Mi cola il naso. Me lo soffio e una quantità incredibile di muco mi fuoriesce dal corpo.
Devo riabbracciare un’amica, ma anche la mia mano è sporca di muco. Mi vergogno.
Aspetta un figlio ed è incinta di un serpente, nella pancia le cresce un serpente, anzi, due, me l’ha detto, è felice. Mi presento a sua madre ma lei non mi sorride.
Che, forse non ti ricordi di lei? Del resto…già vi conoscete…
Non mi ricordo di lei, Signora…
Le stringo la mano e lei fa lo stesso, ma è una mano morta. Una mano che mi resta in mano; dopo averla scossa per tre volte lei mi lascia con la sua mano in mano.
Le guardo le estremità e sembra non avere parti mancanti, ma in mano mi resta la sua mano: morta, finta, di cera. È forse che la usa solo per toccare gente indesiderata come me?
La getto su un divano, anche se non credo sia educato. Dovrei forse rimanere coi suoi resti in grembo e custodirli con grandi ossequi?
La getto.
Amica, sei bellissima incinta. Ma io li ho visti sai, tutti quei serpenti. Sono degli animali rari, ma a vivere qui se ne incontrano spesso. Proprio prima ne ho visto uno nero, grande, lo cercavamo col custode perché era scappato da lì, proprio da lì. Gliel’ho indicato nella notte, e nel buio del bosco lui e un altro hanno cominciato a strisciare e a seguirmi. Ho temuto. In fondo non ci sono molto abituata ai serpenti. Sono animali rari. E mentre fuggo ecco che mi striscia davanti un esemplare bicefalo: l’avevo confuso con un ramo di betulla, così, biforcuto e bianco, trasparente quasi, e invece è una bestia unita e gonfia da un lato: la parte femmina è incinta. Incinta di serpenti, proprio come te amica mia…bianca e incinta di serpenti.
La cosa buona è che sulla neve il nemico non può udire i tuoi passi avvicinarsi. E invece me lo trovo alle spalle, vestito elegante, e vuole colpirmi coi suoi due magneti neri.
Aveva due potenti magneti neri nella mano e gli provocavano molto dolore ogni volta che me li lanciava contro. Ma questo non gli impediva di tentare d’offendermi.
“Nick…perché? Avrò anch’io due gemelli, e uno morirà, proprio come è successo a te, e allora saremo uguali. Uguali nel dolore. Quindi perché mi vuoi ferire?”.
Due, due. Meno uno e uno.

Grigio pesce

La consistenza biologica delle cose. Una scaglia di sapone di Marsiglia ingiallito, annerito, mi è sfuggita dalle mani. Caduta nel lavandino presso il buco senza però scomparire dalla mia dannata vista. Lì. Tridimensionale. Dopo averla toccata col palmo e persa, irrimediabilmente, dalla pietra madre.
Come un male oscuro mi ha tramortito.
Una scaglia di corpo di pesce, fibra di sogliola, merluzzo biancastro e marrone, dove lo scuro sa di amaro e la carne è secca, pur senza spine, strozza in gola.Pezzo di pesce, resta là, presente alla mia vista, incastrato tra il buco e il tappo. Alla mia vista, mentre mi lavo i denti e ci sputo sopra altrettanto grigio, verde Mentadent più sangue dalle gengive. Sputo cercando di non vomitare. Quella cosa strana che mi accade a volte la mattina, con quella sensazione di non poter respirare e a fatica trattenere i conati. Vomitare mi terrorizza. Sgrano gli occhi, fisso le venature sul muro, rimango immobile per respirare il meno possibile: ogni filo d’aria che mi entra nel naso e scende giù per la laringe è la possibilità del vomito. Mi trattengo, con lo spazzolino in bocca. Non respiro. Ho la faccia rossa, gli occhi pieni di lacrime. Per calmare l’agitazione penso a qualcosa di tranquillo mentre fisso il muro: il suono dolce della sveglia, ad esempio, ripasso in mente quella musica con le pupille dilatate fissando le mattonelle. – Distraiti! Non pensare al vomito, mai. – Il suono della sveglia il suono della sveglia il suono della sveglia. Poi passa.

Le bulimiche che non fanno altro che vomitare. Che orrore.
Ho sognato una mia amica anoressica. Distesa in terra col capo reclinato all’indietro. La testa grande, il volto bianco e il corpo di mummia: rinsecchito, con lo sterno visibile. Un vestito pietoso come il niente di pietra che copre il Cristo Velato. Mi guarda con gli occhi lucidi e neri, tutti neri, come quelli di un pesce, languidi, bottoni, come quelli di una bambola senza vita. Un figurante dagli scavi di Ercolano. Eccola. Giace.
Ma dicono sia ancora viva, nonostante tutto.

Madonna in mille pezzi

La Madonna rossa gialla e azzurra incastonata nella sua medaglia giaceva con altre sei madonne rotte sotto il tavolo, sul muro e sul pavimento.

Il fantasma della Madre col Bambino era visibile come un’apparizione sbiadita dal sole e dai secoli sulla spilla d’oro che tenevo in mano. E nell’altra un pezzo di vetro levigato come una goccia d’acqua enorme con quell’immagine più densa e dilatata all’interno di quel volume curvilineo di sasso di fiume.

Come in una lente d’ingrandimento la Madonna deformata appare solo se vista dirimpetto.

E poi le stelline d’oro.

E poi gli spilli che trafiggono i vestiti per portarsi gli dei sempre al petto.

Poi molti pezzi rotti da ricomporre.

Erano tutte saltate via dalla camicia blu della mia sorella nera che le madonne le tiene da conto, che delle madonne si libera con un gesto.

“Te le ho ritrovate! Te le aggiusterò tutte”

E Dio solo sa se non te ne ruberò qualcuna. Come una gazza ladra, i miei occhi s’illuminano di turchese e oro e so che quella luce mi appartiene. Come in un sogno precedente in cui presi le medaglie d’argento della Madonna con la croce di Malta trovate a un bivio in una cesta votiva su una strada in salita.

E presi una conchiglia piena di spine. E mi trafissi la mano molteplici volte. E sembrava la custodia della mia anima di madreperla, umida e oscura, difesa da lunghe spade che non resistono, in carbonato di calcio.

Vetro e cioccolato

Polpette avvelenate per i cani o tartufi neri con fave di cacao amaro.Schiacciavo con lo stivale il cibo per impostarlo bene.
Poi lo prendo con le mani per farne sfere perfette da dare da mangiare al mio amore.
Cosa sono quei cristalli trasparenti che luccicano tra la poltiglia?
Zucchero, sì.
Stringo tra le mani.
Zucchero, no.
Pezzi di vetro.
Triangoli di vetro spaccato.

Le dispongo sul vassoio ma non stanno in piedi.
Mi guardo la mano per vedere se sanguina. Strano, no?
Non provo dolore.
No.

Come si sentirebbe quella cosa sotto i denti?
Come lo zucchero duro delle caramelle spaccate coi molari?
No?
Forse no?
No.

Non le mangerò, io.
Le ho preparate con la suola delle scarpe e non lo sapevo, ma anche lo zucchero era mortale. E ce l’avevo messo io, e non lo sapevo.
Io.
Proprio io.

(Credits: picture by Miles Aldridge)

Firenze spaccacuore

La si poteva vedere da lontano, dalla mia stessa città mentre ero in auto con i miei genitori.

“Non è così lontana. Per favore papà, torna un istante indietro…la voglio solo guardare di nuovo da qui”.

Era una visione d’insieme. Come la si ha da Piazzale Michelangelo ma non vista dall’alto bensì di fronte, al pari degli occhi lungo l’orizzonte, come se i chilometri che ci separano fossero tutta una pianura senza ostacoli.

Stava lì Firenze coi suoi monumenti tutti uno accanto all’altro ed era l’alba, o un tramonto che spacca il cuore.

Spacca il cuore.

Era tremolante di luce rosa e poi violetta. Se io mi muovevo in avanti vedevo l’imbrunire, se tornavo indietro verso di lei, si rischiarava in quella luce soave.

“Non è poi così lontana. Potrei amarla ogni volta che voglio”.

E l’auto che mi portava via da quel miraggio di città come cattedrale nel deserto, era tristemente a Napoli, “solo” e soltanto a Napoli. E non mi poteva bastare. E noi andavamo via.

Ho pianto.

Un pianto a singhiozzi ma senza rumore e mia madre mi viene a dire che in fondo Lei è là e non è grave in ultima analisi essere qua.

“Ma come fate a poter capire? Che ne sapete voi dell’Architttura? Mamma e papà, voi che ne sapete del cuore che mi trema come la luce rosa e viola su quelle antiche pietre? Che ne sapete, voi, dell’amore mio grande?”

Ma la piango senza dolore. Perché del resto, è là, veramente là, non troppo lontana dalla gettata del mio sguardo. È là con tutti i suoi marmi verde-rosa. È là che danza lenta come una bambolina da carillon nella luce tenue dei tramonti sul Tirreno, che fa buio e che fa chiaro, in un’eterna sera, è là, rischiarata dal lato buono, e appare. In sogno. Di giorno. E sembra sera. Ed è alba. Esiste. Semplicemente. Sempre.