Ho dimenticato di specchiarmi

È stata Liz a farmici pensare.
Io, non rido mai.
Quando sono da sola non rido mai.

Se ieri avessi incontrato improvvisamente qualcuno, dopo ore di silenzio, avrei spalancato la bocca.
Denti.
Non ho che denti per sorridere e masticare.
Ma ieri ho mangiato poco, ieri non ho parlato con nessuno. Ieri sono stata sola per molte ore e ho dimenticato di specchiarmi.

Una faccia torva mi si va formando; anni e anni di tristezza e solitudine. Ho delle rughe di preoccupazione sulla fronte, come quelle di mio padre. Non ho mai saputo tenere gli occhi totalmente aperti, come se fossi cieca, come se il sole parlasse troppo forte.
Non lo so perché sono così. Perché, mentre il mio migliore amico si esibisce su un palco e tutti saltano e tutti cantano, io me ne sto col cappotto seduta a un tavolo a fissare il vuoto tra le sue gambe e la batteria, a non sorridere per niente, a pensare a niente, a muovere la mani picchiando un non convinto ritmo sul tavolo solo perché non ci rimanga male a vedermi del tutto immobile.
Ma la mia faccia…non ho pensato alla mia faccia. Doveva contenere qualcosa di più di una vaga tristezza, di un’estraneità al contesto.
Non mi sono preoccupata della mia faccia e ho continuato a tamburellare con la dita senza pensare alla mia faccia. Al vuoto TOTALE, all’assenza di ogni espressione, alla vacuità terrificante che doveva contenere.
Non ho pensato a specchiarmi.

Io non lo so perché sono così. Del perché in mezzo alle cose normali non ci so stare.
Non lo so perché sono così.
Un giovane bellissimo mi prende per un braccio. Alzo di molto la testa per riconoscerlo, è più alto di me, lo guardo di sbieco sotto la tesa del cappello che non ho mai tolto. Ricordo chi è e mi domando come mai mi stia salutando. Forse non ci siamo mai parlarti e sono almeno quindici anni che non mi faccio vedere in paese.
Ricambio il saluto e finalmente torno a guardare per terra.

È sabato sera. Non c’è nulla per cui essere tristi.
Ma la mia faccia.

(Cretits: “L’histoire centrale“, 1928 – Reneé Magritte)

 

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Senza cristianesimo

Sabato, ora dell’aperitivo.
La strada è più sola del solito. Scorre l’asfalto appena rifatto come il seno provvisorio di una malata di cancro. Bisognerà risistemarlo.
Scorre nella campagna ed è quasi sera ed è già buio.
Destra, sinistra.
Nel buio c’è il rosso del capanno in cui lavora mio fratello. È chiuso. C’è il led azzurro, fioco, che segna i portali dell’autolavaggio. C’è il giallo dell’Agip a oltre un euro e quaranta il gasolio. Buio. Più buio.
L’insegna di “Rambo” dal mio lato. Campagna. L’autogrill che si intravede oltre il guardrail che separa la statale dalla superstrada che va a Foligno.
Una chiesa.
Cosa sarebbe il mondo senza i simboli pagani? Senza le immagini da idolatrare, senza le figure stilizzate di affermate divinità. Cosa sarebbero le nostre strade senza il cristianesimo?
Quale faccia avrebbero tutte le cose d’Europa se le persone avessero avuto in sorte più pensiero che dottrina?
Esisterebbe comunque la luce? Le stazioni di rifornimento sarebbero così come sono, o tutto, TUTTO, avrebbe completamente un’altra faccia?
Le strade continuerebbero a condurre tutte a Roma o, in assenza dell’architettura, i nostri destini generali confluirebbero altrove?
Esisterebbe la musica così com’è?

Nel buio dell’ora dell’apperitivo, la solitudine è un turbamento.
La campagna è una tomba, le insegne i lumini. Fiochi. Tremuli. Un memento mori.
Per ricordarti del buio. La luce ti ricorda del buio. Del deposito rosso chiuso. Dell’autolavaggio vuoto. Del serbatoio in riserva: attendo con ansietà il momento in cui si accenderà la spia. Il suono acuto e terribile che dice che restano solo 50 km. Con cinquanta chilometri non vado da nessuna parte.
Ma non c’è nessun posto reale da raggiungere.
Basta trovare un bar, fermarsi. Tanto è uguale.

La barista mi somiglia. È la versione molto bella di me. Vorrei baciarla sulla bocca. Ma sembra troppo più bella e troppo più triste di me.

La nausea

1

Un treno sotterraneo nella capitale, verso l’ambasciata.
I sedili colorati hanno odore di molluschi, di gusci neri di cozze. Salate. Limone.
È inverno, c’è qualcosa che contraddice tutto.
Mi chiedo come mai su questi quattro sedili non ci sia seduto proprio nessuno. Proprio nessuno.
L’assenza, l’odore di mare, mi danno la nausea.
Forse è il pellame ecologico nuovo.

2

Ho appena udito un ragazzo per strada dire la frase “…lo scrocchiarello lo trovo più gustoso”.
Il suono di queste poche parole l’ho trovato così disturbante che ho avuto una specie di capogiro.
Mi ha riportato alla mente quella volta che un tipo strano a Macerata disse che una donna era morta e contemporaneamente ordinò al barista un bicchiere di Passerina e poi mi chiese, con voce altisonante “…e a lei piace, la Passerina?”.
Ebbi a star male.

3

A Termini è la terza volta che un tizio mi passa davanti. Non so se sia un sorriso o una specie di espressione deforme tipica di certe persone un po’ grasse. Ha i denti piccoli piccoli e le gengive a vista. Ha piccoli denti e gengive a vista, e deambula con questa sorta di paralisi facciale. Per tre volte mi passa davanti. Guarda qualcosa su un cartello con una paralisi facciale e piccoli denti. Mi ricorda il fidanzato di mia cugina: è una buona persona e per questo anche il tizio col sorriso stampato mi fa tenerezza, la stessa tenerezza che provo per quel fidanzato di quella mia cugina. È una buona persona.

4

Se penso alla vita di tutte le persone mi sento male.
Roma è una sopraffazione.
Troppi vecchi, troppi giovani, troppa gente, troppi poveri, troppe badanti, troppa tristezza invisibile, troppi guai silenti, troppi spacciatori, troppe forze dell’ordine. Troppi avventori nei bar che mi lasciano addosso una puzza di dolore e fatica, troppi pendolari sui bus che mi lasciano intorno una nube di germi e di paura.
Troppi zingari, troppi attori, troppe macchine parcheggiate e non c’è mai neanche un posto.
Se penso alla vita di tutte queste persone, la forza di sopravvivere mi annega nel nero Tevere. Se penso a tutte queste persone, io, non esisto più.

5

Gli stranieri mangiano spesso una mela quando sono in giro per le città.
Nonostante questo, non sono particolarmente in forma.
Parlano un inglese che non riesco a capire. Allora cerco di guardare il labiale per comprendere qualcosa ma mi soffermo sulla mela. La addentano. La masticano. Qualcosa sotto la mia lingua inizia a produrre molta saliva: i denti mi stridono, una sensazione di acidità mi gonfia lo stomaco e le ghiandole dietro le orecchie iniziano a farmi male.
La frutta mi fa male.
Non capisco bene l’inglese.

6

Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così in altre città. Gli uomini a Roma capiscono che stai passando e ti guardano tutti in faccia.
Cercando esattamente qualcosa sul tuo volto e tu non glielo darai ad avere. Continuerai a guardarli in faccia suggerendo che forse sì, ci hanno visto giusto, ma resterai impassibile come a dire che no, si stanno sbagliando: non eri tu, sono solo loro, loro e basta. Sono loro che ti vogliono, sono loro che ti guardano e tu non sei che un passante coi capelli biondi e senza occhiali da sole. Sono loro a fare pensieri impuri e non eri tu ad averli suggeriti.
Gli uomini a Roma ti guardano in faccia accettando di essere loro, di essere loro e non tu, e solo grazie a questo tacito accordo puoi lasciare che ti guardino e puoi guardare loro senza che succeda mai nulla, senza che nessuno crei imbarazzo a nessuno.
Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così per altre città.

Lucciole

Lucciole.
Fuori stagione
Luce impazzita.
Volano rasoterra con la grazia di calabroni.
Sono neri.
Insetti giganti. In fila indiana.
Nelle campagne, lungo le statali, sotto la pioggia.
Le auto rallentano per vederli meglio. Luce contro luce, una torcia contromano, i tuoi fari nel buio.
Non è lo spettacolo di fine maggio. A volte piove e inchiodare sul bagnato non è un sicuro per nessuno.
Camminano nella notte uomini fatti di buio. Hanno qualcosa in mano che li renda un po’ visibili. Hanno qualcosa in mano, ma a volte nemmeno quello.
Uomini neri. Ritornano dal lavoro. E fuori piove.
Chissà dove si perdono quando li oltrepassi e di quel lumino non ce n’è più traccia.
Dove finiscono la loro migrazione questi uomini-calabrone? Queste lucciole giganti che volano a zig-zag?
Zig. Zag. Come un abbaglio neurale sulla retina, che viene da dietro l’occhio, come qualcosa che non esiste nella realtà.
Un abbaglio.
Sparisce.

(Credits: “La scomparsa delle lucciole”, 2012 – Frammento di testo in Pier Paolo Pasolini in Braille. Puntasecca su plexiglas e luce a led).

Dubliners

Un venerdì nevica.
Di sicuro a Roma no.
Il regionale che fermerà a Fabriano è in ritardo. Chissà se il treno per la capitale ci attenderà.
Non vorrei restare lì per tutta la notte. Stanotte vorrei arrivare nel piatto di quello sconosciuto.

Aladdin, un magrebino che mi ha dato un’indicazione lungo i binari, mi guarda con insistenza, mi dice che sembra che abbia al massimo ventidue anni, non ci crede sia invece tanto vecchia; mi chiede il numero di telefono, gli dico di no, sorrido, meglio di no.

È buio come può esserlo il 25 di gennaio alle sette di sera. È buio dentro e fuori dalle gallerie, lungo questi muraglioni di roccia, che come il fiume attraversiamo la montagna, buchiamo il freddo, passiamo sotto la cartiera, valichiamo il niente.
Mi sento come una persona piccola. Mi sento come se avessi non più di sei anni. Perché ho un libro in mano, e questo è Gente di Dublino. L’ho rubato in una stanza a Perugia, lo usavano impilato ad altri libri come fosse un comodino. Porta ancora i segni tondi delle candele appoggiateci sopra. Tre cerchi, come quelli delle Olimpiadi, meno due.
L’ho rubato perché un giorno Walter mi disse che non rubare se si ha fame è reato. Walter è un buon uomo. Ho pensato che avesse ragione.
Lo sto leggendo in un treno che mi porta verso un punto interrogativo. Chissà chi è quello che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?) (Mi farà da mangiare?) (Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?) (Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Lo sto leggendo in un treno che conta solo vada via da casa: oggi nevica, non c’è nulla per me in un paese senza il sole. Lo sto leggendo con la malinconia di chi, per tutta l’estate, chiusa in un magazzino polveroso, in mezzo a tonnellate di libri nuovi e usati, ha sudato le forze che non possedeva, invidiando i ragazzi del liceo. Invidiavo i ragazzi del liceo. Loro potevano avere dei libri su cui studiare. In quei libri ci sono i misteri. Tomi enormi di greco e latino. Tra gli scaffali dell’usato in buono stato sognavo di apprendere da dove veniamo. “Potrei comprarne alcuni. Del resto, sono a metà prezzo. Potrei imparare qualcosa in più”.
Nello scaffale più in alto di tutti, quello dove io non arrivo, e in magazzino non ci sono scale, a volte cadevano i readers e bisognava sistemarli. Una volta una mi chiese Dubliners di James Joyce. Riuscii a prenderlo, anche senza scala, mi arrampicai sulle mensole di ferro, non caddi.
Aveva la copertina verde, una versione in inglese avanzato, adatta a un quarto, quinto superiore. Chissà se avrei potuto mai leggerlo, magari in inglese anche io, magari lo avrei comprato anche io.
Era settembre e faceva caldo, la gente ancora al mare, e noi chiusi nel bunker sotto un condominio, in mezzo ai libri per la fortuna degli altri, in mezzo a nuvole di polvere, niente mare, niente vestiti scollati. Neon, luce serale anche al mattino. Neon. La copertina verde. Mi rigiro Dubliners nelle mani, non ho il coraggio di aprirlo, che se i miei occhi cadono su una riga e mi resta qualcosa, poi come un gancio quella mi strappa via tutto.
Poi la signora ha detto che non lo voleva più. L’ho rimesso a posto.
Ho continuato a lavorare come se non avessi che la licenza elementare: un muro lungo lungo e il sapere mi era precluso. Ho continuato a lavorare vendendo agli altri la possibilità di essere migliori, e comunque più felici di me. Se avessi fatto il classico anche io…forse…
So che quella gente di Dublino sta ancora là, dimenticata sullo scaffale del magazzino dismesso durante l’inverno. Ci ho pensato spesso. Mi sono rivista, sudata, piena di polvere, nella mia maglia viola e i leggins con impronte di mani bianche, ogni volta che toglievo i guanti, per preservare la carne dalla polvere. Mi sono rivista come un bambino di cinque o sei anni, davanti a una vetrina di dolci, illuminata al neon, come in un pomeriggio d’ospedale.

Mi sarebbe piaciuto, quest’estate, essere altrove.
Sono su un treno per la capitale.
Ci hanno aspettati.
Sto leggendo Gente di Dublino.
C’è un uomo che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?)
(Mi farà da mangiare?)
(Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?)
(Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Se finissi per amarlo sarebbe un bel guaio.

Il libro poi l’ho finito. E comunque non è un granché.

Pèrdóno

Un posto dove resistono radicate numerose tradizioni arcaiche e credenze popolari.
Dove il cattolicesimo è elemento fondante.
Il posto in cui sono nata, in cui la modernità e l’innovazione tecnologica scendono a pioggia come una coltre di fuliggine vulcanica sul substrato di ignoranza e arretratezza, coprendolo senza mai sostituirsi ad esso, e anzi, come un lenzuolo bianco che copra un cadavere, ne evidenziano la forma, e ne restituiscono esattamente l’inquietante fantasma.
Perdono.

Credits: (Calchi dei reperti pompeiani. Eruzione del Vesuvio, 79 d.C.)

La paura

In reparto, credi che quell’odore languido sia la tirocinante che ti sposta, che ti posiziona come fossi un manichino, lembi di carne qui e lì, tra un dispositivo e l’altro.
Oppure pensi che sia la macchina stessa, il nauseante misto di disinfettanti e gente che è stata appoggiata su quel ripiano.
Nell’altro ambulatorio, lo senti ancora.
E allora capisci che sei tu. Quell’odore che non riconosci, che non hai mai avuto.
Sei tu.
È la tua pelle.
La tua carne.
Odore di grasso, odore di latte, come le mamme che hanno avuto da poco un bambino.
Hai figli?” mi chiede la dottoressa dalla postazione video.
Mi sente anche lei, da laggiù? Sente questo odore materno che disgusta?
Confabula qualcosa con l’assistente. Sento.
Mi mortifica.
Mi mortifica capire che anche i dottori trovano strano qualcosa nel mio corpo, quella stessa cosa che non ho mai percepito come normale. Ti specchi, lo vedi. Lo vedi che c’è qualcosa di deforme. Sei deforme.
Se lo pensano i dottori, allora non sei solo brutta, sei proprio anormale.
Ma io lo sapevo.
Un senso di vergogna. Vorresti chiedere scusa a qualcuno per quell’imbarazzante stato delle cose.
Perdonatemi se sono così, lo so che non è bello, ma non posso farci niente, sono uguale da quando ero bambina, era tutto previsto. Se potessi, sarei migliore. Se potessi, ve lo eviterei. Non posso farci niente, mi hanno fatta così. E nemmeno per quest’odore. Giuro, di solito non si sente…
Ma è mattino, hai ancora i capelli sulla nuca umidi di doccia, ma è inverno, non fa caldo, non si suda.
Allora è la paura.
La paura. Quella cosa che percepiscono pure i cani.
La paura.
È la paura quando il medico ti rassicura, e poi ripete un’azione su un’area già perlustrata. È la paura quando il dottore ti dice di girarti verso di lui, è la paura, quando senti che ti rassicura ancora.
Quando ti dice che devi fare altre cose, e vuole fartele lui.

È la paura, quando tu non hai paura di niente.
Quando lo guardi gelida sul lettino e gli dici che farai ogni esame come se nulla fosse, che farai quello che c’è da fare.
È la paura che ha il tuo corpo al posto tuo. Che sprigiona ormoni impazziti prima che tu abbia capito.
Perché tu non hai paura finché non capisci. E anzi, non ce l’hai nemmeno dopo, perché proprio quando capisci, tutte le cose vanno al loro posto, qualsiasi esso sia.

La vita è solo quello che può essere. Non c’è da avere paura.

Quell’odore è qualcos’altro che ha paura per me. Al posto mio.
Mi hanno sentito i dottori?
Mi hanno sentita solo i cani?
Ecco.
Mi rincorrono.
Dicono che il corpo umano sprigioni ormoni dello stesso tipo sia quando si prova terrore che nel momento in cui ci si prepara a un’aggressione; è per questo che le bestie ti mordono quando hai paura: confondono la tua vulnerabilità col loro pericolo. Mordono.
Questi cani mi mordono la faccia, le tempie, la testa, ora, che sto guidando la macchina, e non so come dirlo a mia mamma.

Ma io non ho paura. E ho voglia di piangere.
Senza le prove, che senso ha?

Un’emozione pura. Senza motivo.
Come l’odore schifoso del mio corpo.
Ma non ho pianto.

 

Credits: “Radiografie“, 2011 – Collografia (Valentina Formisano)