Una strana e terribile bellezza

UNA STRANA E TERRIBILE BELLEZZA

Il link al sito FRAMMENTI RIVISTA.IT dove appare un articolo dello xilografo ed esperto di incisione Edoardo Fontana (al link SOLO XILO il suo catalogo generale) sulla mia opera di incisione e disegno.

Un excursus tra le tematiche del sesso, dell’anatomia del cadavere e dell’autoritratto.

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(Credits: “Morte per acqua“, 2017, acquaforte su rame)

bRECCE bIANCHE un libro a fumetti di Simone Manfrini

Conosci un po’ una persona.
Di vista.
Perché frequenta il tuo stesso corso di fumetto.
Dai suoi disegni immagini delle cose.
Pensi che sia un po’ matto.
Conosci una persona in maniera superficiale e, il suo talento, alternato a gesti, parole, teorie e disegni senza senso, ti fanno pensare che ci sia qualcosa in lui che non va.
A volte gli artisti sono un po’ così: non vanno considerati nella loro globalità. Io ad esempio, sono una persona normale, ragionevole (ma forse io non sono un’artista, questo è). Un artista improvvisamente lo capisci dalle pagine di un suo libro.
Simone l’ho conosciuto a Brecce Bianche.

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Non ci sono stata mai a Brecce Bianche.
A dire il vero non so neanche se Bibo esista davvero o se sia solo un suo amico immaginario: ieri doveva essere con noi, e invece, alla fine non è più venuto.

Brecce Bianche è il fumetto autoprodotto di Simone Manfrini. “Una cartografia dei sentimenti” come l’ha giustamente definito lui. Fatto con “l’acqua sporca”, un acquerello di delicatissima poesia grigia che muove le linee rigide di un quartiere tecnico, costruito ad hoc per contenere e non accogliere, per stipare e non ospitare.

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Ancona è un disastro architettonico. Quando ci vado, un senso di disagio umano mi pervade. La periferia è grigia, terribile, come se fosse stata progettata appositamente per ammorbare. Brecce Bianche è uno di quei quartieri. Mai completamente realizzati. Incompiuto. E’ detto la Cenerentola di Ancona.
Nasci lì e qualcosa decide per te, a priori, chi sarai.

Il fumetto di Simone è un continuo dentro-fuori, una visione fluttuante, una telecamera che procede attraverso gli occhi del protagonista come un filmino amatoriale domestico su VHS, un obiettivo osservante che siamo noi stessi, come intrappolati nei ricordi dell’autore che ci porta nel suo viaggio di spettri senza volto. Solo sagome. Come nei sogni in cui torniamo nelle nostre vecchie case, la memoria dei dettagli, dei profili delle porte, degli oggetti che ci abitano in una geografia interiore. Vedi in fondo al corridoio, la fuga di archi, i palazzi, la luce che filtra. E nella pagina dopo ci sei tu, visto dal fondo di quel tunnel, come un profilo di ragazzino e lui ti guarda, ti guardi, sa di essere guardato da se stesso, se stesso nel futuro, nel suo stesso ricordo.
Sei lui.

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Simo tratteggia una storia personale con una sensibilità inaspettata. Io lo conoscevo per il suo linguaggio sboccato, per i suoi pensieri pornografici, le botte e gli interessi nerd. Io che adesso lo conosco per i suoi pensieri lievi.

Ho la mania per le case degli altri. Ho sempre spiato dalle finestre. Nei miei incubi migliori riesco a penetrare abitazioni, vagare per le stanze, immaginare le vite altrui nelle ore non canoniche. E in bianco e nero questo libro mi porta come un fantasma fluttuante nel privato, anzi no, nell’intimo di un nucleo sentimentale. Una famiglia. La sagoma di mamma che viene e mi porta via, perché non vuole che infastidisca mio fratello grande. Risuona anche nella mia personale esperienza, seppure in modo differente, da un altro punto di vista. E così certamente in quella di ogni lettore.

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A Brecce Bianche ti sembra di vivere un passato che ti appartiene. Recentissimo, anni ’90, e lo spiazzo dell’oratorio, e il vuoto degli edifici commerciali, e il pezzo di giardino sotto casa che da bosco incantato dell’infanzia si fa aiuola che da almeno cinque anni non guardi neanche più.
Un privato che riesce ad essere collettivo. Nella sua “piccolezza”, nel suo essere, forse, insignificante fatto biografico sussurrato tra la noncuranza degli altri quando in classe Alessandro Baronciani ci chiede di raccontare qualcosa che ci appartenga, questo racconto di Simone s’ingigantisce, diventa un libro dal dorso di tre centimetri, dalle visioni aeree sui quartieri, diventa un uccello che sale e plana, si sente il vento fresco tra le penne, l’atterraggio non è mai brusco, nemmeno quando lo sguardo rompe le finestre e accadono i fatti violenti. Ma qui è tutto una violenza. Una violenza taciuta e programmatica, dettata da un piano regolatore più razionalistico che organico. Perché occorre che le cose, le città comprese, abbiano la forma degli esseri umani, dei polmoni per respirare meglio, del cuore per l’educazione sentimentale, delle braccia, per toccarsi con gli altri.
Cercare continuamente un contatto che sfugge. Partendo da casa. Sulla sedia del barbiere. Sulle scale sotto l’androne del palazzo. Ai giardini pubblici tra i matti. Ci si costruisce così una famiglia, fatta di estranei buoni o meno buoni, più che altro inconsapevoli di essere diventati i “padri”, le guide che ci scegliamo più o meno deliberatamente.
E ci si contatta dapprima attraverso il corpo, con la fisicità delle piccole belve che giocano alla lotta per imparare la caccia. Ma è una scuola in cui s’impara male. Servivano le parole.

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Poche sono le parole in questo libro. Perché i luoghi parlano da soli, nel loro silenzio che atterrisce. Ogni considerazione viene solo dopo.
Puoi sentire l’eco dei tuoi passi mentre attraversi quei posti. Risuonano nella pancia.

La sensibilità di Simone Manfrini, l’intuizione e l’intelligenza di Alessandro Baronciani (che in Accademia ci guida attraverso il nostro “niente raccontato a voce” per tirare fuori grandi storie a fumetti) in uno dei libri che mi ha fatto ridere senza intenzione, che mi ha fatto commuovere senza volere.

ANOMALIA SULLA DISTANZA

di Claudia Caldarano
con Lisa Labatut e Claudia Caldarano
musiche dal vivo Valeria Sturba
disegno luci Simone Mancini
maschere Eugenio Casini
produzione Company Blu, Virgilio Sieni /
Centro Nazionale di Produzione sui linguaggi del corpo e della danza

 Progetto ospitato in residenza da Atelier delle Arti di Livorno e Comune di Firenze,
Associazione Muse e Le Murate. Progetti Arte Contemporanea

 

“Faccio fatica a capire, più che la distinzione tra se stessi e il corpo, la distinzione tra due corpi.”
(J. Hyppolite)

Carogna.
Sussurra una eco lontana che solo dopo molte ripetizioni si addensa nella riconoscibilità della parola.
Sono schiocchi di lingua contro i denti, suoni consonanti. È saliva che sento anche io nella bocca mentre questa voce-non-ancora-voce, ma magma dionisiaco, si eleva lentamente a logos per poi ridissolversi (se è mai possibile dissolversi facendosi materia) nel rumore liquido e molle che produce la cavità orale.
Il suono si fa corpo.
Ed è in un vortice che il corpo si fa vivo in scena: un turbinare frenetico e sempre più veloce del danzatore che approda alla comprensione di se stesso osservato dagli occhi dell’altro che lo mette in mostra, lo illumina con una torcia dichiarandolo al mondo. Ingigantito nell’ombra che proietta contro il muro, il danzatore mostra sempre la faccia da qualsiasi angolo lo si osservi: un volto in 4D, presente contemporaneamente in tutte le direzioni. Del resto questo è un corpo: un tutto tondo al quale solo chi lo abita non ha mai pienamente accesso. E quindi per conoscere chi siamo è necessario ispezionare il corpo nostro simile (e dissimile) e cercare nell’altro qualche appiglio.

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Un’indagine reciproca.
I due danzatori si intercettano come insetti: sono aracnidi, sono due coleotteri unici e identici, si sormontano come formiche, fanno un totem di facce e gambe e braccia dove ogni pezzo è intercambiabile e non c’è più un davanti e un dietro, il corpo è nuovo, polimorfo, si fa da sé.
E poi la maschera, oggetto magico del teatro, che riproduce esattamente le fattezze della danzatrice che la indossa ribadendo la sua identità e al contempo negandola in quanto, se l’unico risulta essere riproducibile, allora la domanda “chi sono?” non trova nessuna risposta, neanche guardandosi nella maschera dell’altro che è cieca, a occhi chiusi: un volto non vedente perché posto dietro la testa. Una visione dunque potenzialmente stereoscopica che invece deve fare totalmente a meno dello sguardo: le danzatrici infatti lavorano al contrario, con la faccia (quella vera, viva e vedente) rivolta al fondale o al pavimento, dando la schiena al pubblico, in una contorsione che ci fa smarrire la percezione delle regole del corpo umano che perde ogni orientamento spaziale.

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Uno e Due. I personaggi sono l’uomo che esiste per sé e cerca giustificazione nell’altro.
Due e Uno. Lo spettacolo si conclude in un abbraccio e i corpi, oramai divenuti quasi gemellari (si fatica a distinguere le due danzatrici che nella parte finale subiscono una metamorfosi nello specchio) trovano quello che durante la loro danza stavano cercando o più probabilmente si accontentano dell’approssimazione dell’essere dentro e fuori di sé ma mai completamente né dentro né fuori.

Claudia Caldarano, coreografa e ballerina, già danzatrice della compagnia di Virgilio Sieni, fa del corpo strumento e fine della sua ricerca. Assieme a Lisa Labatut mette in scena una piccola lotta verso la conoscenza del mondo fuori e dentro il sé guidate dall’improvvisazione del demiurgo Valeria Sturba cantante e polistrumentista, nello spazio semioscuro del Cango di Firenze dove mercoledì scorso, il 29 novembre 2017, è andata in scena la prima nazionale dello spettacolo Anomalia sulla distanza.

Carogna.
Non c’è corpo più corporeo della carcassa senza vita.
Come è possibile guardare all’essenza delle cose se queste sono in essere? Occorre un’imprescindibile distanza. Ed è proprio in questa anomalia che il corpo riconosce il corpo: tramite il divario che si frappone tra e l’altro, questo mitologico essere che non è che il proprio specchio.
Lo specchio e il cadavere.

Sono il cadavere e lo specchio che ci insegnano che abbiamo un corpo, che questo corpo ha una forma […], che assegnano uno spazio all’esperienza profondamente e originariamente utopica del corpo. […] Ora, se pensiamo che l’immagine dello specchio si trova in uno spazio per noi inaccessibile e che non potremo mai essere là dove sarà il nostro cadavere, se pensiamo che lo specchio e il cadavere sono essi stessi in un insuperabile altrove, scopriamo che solo le utopie possono richiudere su di sé e nascondere per un momento l’utopia profonda e sovrana del nostro corpo.
(“Il Corpo. Luogo di Utopia.” – Michel Foucault – conferenza radio 1966)

(Credits: fotografie di Micaela Mau)

TREASURES FROM THE WRECK OF THE UNBELIEVABLE

Devo premettere che Hirst è il mio preferito, che io adoro gli spacconi buffoni provocatori di stocazzo e che ad esempio mi è sempre piaciuto anche uno come Cattelan e non sono per nulla indisposta dalla grande “cahata” attualmente esposta in Piazza della Signoria a Firenze, The Big Clay di Urs Fischer, quindi sono un po’ di parte.

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Però…come può non piacere, se non altro affascinare, quel grande parco giochi realizzato con ipertrofie di animali e statue arcaiche affette da gigantismo, simboli antichi, corpi perfetti e atletici, Transformers aurei e personaggi Disney?


È evidente che Treasures from the wreck of the unbelievable, tale e quale a un panino di McDonald’s, sia una mostra costruita sapientemente con dosi esatte di zucchero-sale-grassi affinché potesse incontrare il gusto (o perlomeno dare assuefazione anche senza alcun piacere) più o meno a chiunque. Pur rendendoci conto che si tratta di una grande presa in giro, l’assaggiamo. Io, almeno due o tre volte l’anno, un panino fatto di quella merda squisita me lo concedo.
Ovviamente preferisco l’Hirst medico. Preferisco la sua farmacia, gli animali sotto formalina, i dipinti con le pasticchine medicamentose e le teche con gli strumenti chirurgici e i modellini anatomici.

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Preferisco le sue vetrate gotiche fatte di rarissimi lepidotteri ipercromici.

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Ma, (diciamolo!) esteticamente, proprio dal punto di vista visivo, questa mostra è assolutamente accattivante. Le finte antichità ricoperte da sempre più finte incrostazioni marine hanno un fascino strepitoso. E ancor di più le statue riprodotte con materiali costosissimi e rari, difficili da scolpire, come il marmo e le pietre dure. Incredibile la fattura delle opere (realizzate a mano? Coi laser? O fatte con calchi laddove si tratta di metallo?) ma tra verità e finzione, il gioco è anche quello di capire se le venature dell’onice siano fintamente imitate con la pittura o se, maledizione, quel pazzo ha davvero usato un grosso blocco di pietra verde per fare quella testa di Medusa tanto kitsch.

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Così come un geniale propagandista a capo di uno stato immenso, Hirst utilizza i messaggi veicolati dal gigantismo e dall’oro: tutti attributi di Dio che inevitabilmente riversa su se stesso: il grande artista/artefice, il Creatore, il narratore della fabula: l’affabulatore.
E poi ambientare questa mostra a Venezia, città che emerge dalle acque (o che pian piano sprofonda) è una mossa intelligentissima. L’intero museo sembra appena spuntato dal mare (così come le opere “ritrovate”) e la scultura con mostro marino e sirena messa lì, alla Punta della Dogana, è davvero azzeccata: è polena di una grande nave che è la città stessa; si vede da lontano e sembra essere una memoria storica di una Venezia precivilizzata, per quanto sia fatta di resina blu, prepotentemente attuale, moderna, futura. Una mitologia del futuro. È questo che è la mostra di Hirst.
Credo che abbiamo bisogno di nuovi (vecchi) miti in un’era in cui la mitologia è costituita semplicemente dai personaggi del jet set (Jeff Koons ce lo ricorda). Hirst ha saputo attingere anche tra questi ma scegliendo puntualmente: Mickey Mouse magari oggi non rappresenta più niente per nessuno ma di certo racchiude in sé più mito ed essenza di qualunque pop star. Attraversa epoche cruciali, getta un ponte tra continenti lontani, è senza età.

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Non tutto, ovviamente, nella mostra è bello. Alcune cose sono superflue, altre insopportabili (tipo l’ostentata perfezione dei corpi ma comprendo che sono idealmente degli dei, quindi è teoricamente giusto così). I video a corredo della mostra sono molto belli ma non comprendo come mai, dato che Hirst dispone di soldi (molti) e di tecnologia, non siano più “verosimili”. Magari la cosa è voluta, magari questa continua mescolanza tra il vero e il falso, tra il palesemente finto e il verosimile è proprio la sua cifra. Sono comunque documentari affascinanti che rappresentano il momento cruciale: il ritrovamento, la seconda nascita, il riportare alla luce, la resurrezione degli dei creduti morti, perlomeno perduti per un certo qual tempo. E ad opera dell’uomo senza identità (chi saranno stati gli eroi, i privilegiati, le singolarità celate sotto le maschere da sub e i respiratori? Chi sono stati i primi a vedere e a toccare il tesoro?) un’antica civiltà torna a risplendere.

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Non sono gli oggetti grandiosi, le statue straordinarie, i gioiellini finemente scolpiti, i finti reperti archeologici fatti di monete e alfabeti ignoti, di oggetti indecifrabili. Non sono i totem antropozoomorfici, né l’oro o il marmo. È il progetto, l’idea, l’inganno esplicito o il suggerimento che sia tutto tale.
In mostra è la mostra stessa.

Insomma, lungi dall’esserne affabulata, cerco di guardare la mostra criticamente e di capire cosa sto vedendo: Treasures from the wreck of the unbelievable di Damien Hirst, in mostra dal 9/04 al 3/12 a Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia mi piace, ma so esattamente perché mi piace, quindi manca lo sconvolgimento e l’estasi…non è più opera d’arte ma una messa in scena a cui non concedo la sospensione dell’incredulità.

‘LA PELLE’ di Curzio Malaparte

Se rispettano i templi e gli Dei dei vinti, i vincitori si salveranno”
ESCHILO, “Agamennone”

 

 

Lo presi in mano e leggendo le prime righe il mio cuore s’incendiò.
L’immagine di una divisa inglese rubata a un soldato morto e una chiazza di sangue nero che si allargava sotto l’ascella.
Mi accorsi di conoscere quelle frasi a memoria. Eppure, che io sapessi, era la prima volta che toccavo quel libro. Forse ne avevo letto l’inizio sugli scaffali di qualcuno? Nelle case degli altri io guardo i libri e cerco di conoscere i segreti di chi mi ospita, m’immagino di sceglierli per me come dalla Biblioteca di Babele di Borges. Li tocco. Li apro.
Forse invece mi era apparso in sogno, pari pari, senza cambiare nemmeno una virgola.
La pelle di Curzio Malaparte.
L’ho preso senza saperne granché. Io che ho letto sempre molto poco, io che sono vuota. Avevo solo una voglia. Avevo voglia di sentir parlar male del mio popolo del sud. Avevo voglia di mescolarmi tra la peste che affligge la mia stirpe da sempre. Avevo voglia delle cantilene. Avevo voglia di sentire le urla. E quasi come per intuizione, ho immaginato che in questo libro ci fosse tutto ciò. Ho immaginato che sarebbe stato un bestiario liturgico. Una favola storica. Un vademecum per la sopravvivenza alla guerra, ai morbi, alle eruzioni vulcaniche, alle eruzioni cutanee, per la sopravvivenza alla sopravvivenza: come restare uomini senza cedere alla vita. Ebbene. 25 righe, non di più, il mio cuore s’incendiò.
Questo è il mio libro preferito di sempre.
Nessun napoletano è più napoletano di Malaparte.
Non ho mai udito parlar peggio dei napoletani, non ho mai udito parlar meglio dei napoletani se non da quest’uomo che napoletano non è. Il disgusto e la pietà. Solo un occhio sacro ci vede alla stessa maniera: con disgusto e pietà, con disapprovazione e immensa comprensione. Solo Dio può giudizio e assoluzione. Ed è così che Malaparte somiglia a questo dio immerso tra la gente. Come un povero Cristo, colpevole, vittima, contemporaneamente dentro e fuori dagli eventi.

All’entrata degli Alleati a Napoli nell’ottobre del ’43 ecco rivelarsi la doppia natura del popolo partenopeo. E noi impariamo a conoscerli con gli occhi degli americani. Un popolo nuovo, fatto di eroi sbarcati da oltreoceano, perfetti nel corpo, incorrotti nello spirito. E i napoletani (gli europei tutti n.d.r.) cosa sono? Che cosa sono se non una massa di “appestati”?
Ed è così che inizia il libro, con una sfilata di Alleati vestiti alla meno peggio, con divise raccattate qua e là osannati da una calca di ammalati di fame, di stenti, di stanchezza, di coraggio e paura, ammalati di tutto il possibile, intaccati nel corpo e nello spirito da questa afflizione fluida che tutto ammorba, che tutti appesta ma che non contagia gli americani.
Come una squadra di infermieri guantati, bianchi e senza volto, gli americani sono immuni dal male perché puri come bambini, perché guardano tutto con occhi innocenti e increduli, perché essi stessi lo hanno portato: non era la guerra il male vero (forse) ma quella sconfitta subita che nel cuore della gente si mutava in una sorta di vittoria. Era quella dominazione travestita di festa, era quel nuovo status da sopportare. Era quel doverne uscire vincitori (poiché palesemente vinti) ad ammalare la plebe. Se fino ad allora infatti essi erano stati impegnati a scampare alla morte, adesso dovevano impegnarsi a vivere. Interessarsi alla propria pelle. E in nome di essa a commettere le peggiori nefandezze.
Un popolo descritto con parole dure.
Una lingua e un pensiero che feriscono. Ma è pur sempre un romanzo e allora poco importa se i napoletani sono davvero così, se San Gennaro il sangue lo scioglie veramente o se dalla morte si rinviene: quando la folla urla al miracolo, quando il cadavere di una giovane viene lavato, profumato e vestito di pizzi, che importa se essa è ancora cadavere? Cosa conta più, se agli occhi di tante persone, ella è sembrata di nuovo viva? Ed è così che come in una visione collettiva, ogni bruttura si redime rischiarata da una luce spirituale che tende a qualcosa di superiore: tanti piccoli miracoli avvengono in basso, molto in basso, e se siano finzione o realtà non è rilevante; se il romanzo sia romanzo o qualcosa di più, poco conta.
E mi sembrava di leggere Céline, in quel Viaggio al termine della notte che non sono mai riuscita ad amare, che ho terminato con la stessa fatica con cui esso si è compiuto. Quel Céline che mi avevano fatto leggere col motivo del linguaggio, per la ragione della scrittura, per quel qualcosa di straordinariamente contemporaneo che avrei dovuto amare e che invece non ho riconosciuto tra le centinaia e centinaia di pagine indigeste, tra quel peregrinare senza convinzione di un uomo che tutto si lascia scivolare addosso, che percorre la sua esistenza come se non avesse nulla a che spartirvi. Uno spettatore passivo della storia che mi ha fatto arrabbiare. Ma quando ho letto La pelle improvvisamente tutto mi è apparso. C’è un passaggio preciso in cui Malaparte parla come avrebbe potuto parlare Céline e ancora meglio:

Era stato per noi un magnifico giorno, quello dell’8 settembre 1943, quando avevamo buttato le nostre armi e le nostre bandiere non soltanto ai piedi dei vincitori, ma anche ai piedi dei vinti. Non soltanto ai piedi degli inglesi, degli americani, dei francesi, dei russi, dei polacchi, e di tutti gli altri, ma anche ai piedi del re, di Badoglio, di Mussolini, di Hitler. Ai piedi di tutti, vincitori e vinti. Anche ai piedi di coloro che non c’entravano per nulla, che stavan là, seduti, a godersi lo spettacolo. Anche ai piedi dei passanti, e di tutti coloro ai quali veniva il capriccio di assistere all’insolito, divertente spettacolo di un esercito che buttava le proprie armi e le proprie bandiere ai piedi del primo venuto. E non già che il nostro esercito fosse peggiore o migliore di tanti altri. In quella gloriosa guerra, non soltanto agli italiani, siamo giusti, era capitato di voltar le spalle al nemico: ma a tutti, inglesi, americani, tedeschi, russi, francesi, jugoslavi, a tutti, vincitori e vinti. Non c’era un esercito al mondo che, in quella splendida guerra, non si fosse, un bel giorno, preso il gusto di buttar le proprie armi e le proprie bandiere nel fango. Nell’ordine firmato dalla graziosa Maestà del Re e dal Maresciallo Badoglio era scritto proprio così: «Ufficiali e soldati italiani, buttate le vostre armi e le vostre bandiere, eroicamente, ai piedi del primo venuto». Non c’era da sbagliarsi. Era proprio scritto «eroicamente». Anche le parole «primo venuto» erano scritte in modo chiarissimo, da non lasciar dubbio alcuno. Certo, sarebbe stato molto meglio per tutti, vincitori e vinti, e molto meglio anche per noi se avessimo ricevuto l’ordine di buttar le armi non già nel 1943, ma nel 1940 o nel 1941, quando era di moda, in Europa, buttar le armi ai piedi dei vincitori. Tutti ci avrebbero detto: «bravi». È ben vero che tutti ci avevano detto «bravi» anche l’8 settembre 1943. Ma ci avevano detto «bravi» perché, in coscienza, non potevano dirci altro.
Era stato veramente un bellissimo spettacolo, uno spettacolo divertente. Tutti noi, ufficiali e soldati, facevamo a gara a chi buttava più «eroicamente» le armi e le bandiere nel fango, ai piedi di tutti, vincitori e vinti, amici e nemici, perfino ai piedi dei passanti, perfino ai piedi di coloro che, non sapendo di che si trattasse, si fermavano a guardarci meravigliati. Buttavamo ridendo le nostre armi e le nostre bandiere nel fango, e subito correvamo a raccoglierle per ricominciare da capo. «Viva l’Italia!» gridava la folla entusiasta, la bonaria, ridente, rumorosa, allegra folla italiana. Tutti, uomini, donne, bambini, parevano ubriachi di gioia, tutti battevan le mani gridando: «bis! bravi! bis!», e noi stanchi, sudati, trafelati, gli occhi scintillanti di virile orgoglio, il viso illuminato di patriottica fierezza, buttavamo eroicamente le armi e le bandiere ai piedi dei vincitori e dei vinti, e subito correvamo a raccoglierle per buttarle nuovamente nel fango. Gli stessi soldati alleati, gli inglesi, gli americani, i russi, i francesi, i polacchi, battevan le mani, ci gettavano in viso manciate di caramelle, gridando: «bravi! bis! viva l’Italia!». E noi buttavamo sghignazzando le armi e le bandiere nel fango, e subito correvamo a raccoglierle per ricominciare da capo. Finita la festa, ci ordinammo in colonna e così senz’armi, senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli Alleati questa guerra che avevamo già persa con i tedeschi. Marciavamo a testa alta, cantando, fieri di aver insegnato ai popoli di Europa che non c’è ormai altro modo di vincer le guerre che buttar le proprie armi e le proprie bandiere, eroicamente, nel fango, «ai piedi del primo venuto».

Ecco. In questa follia di argomenti, ripetizioni come in una filastrocca, rileggo Céline; discendono giù veloci i fatti, i misfatti, le scene grottesche accadute o no, auspicabili, deplorevoli: lo sfacelo dopo una guerra, nessun orgoglio è più possibile e ci si diverte a far sfoggio della propria meschinità. Sfregio, scempio. Del resto dopo l’orrore, cos’altro avrebbe senso se non una dirompente, tonante, tragicomica risata?

Ma in mezzo a tanto orrore, all’iperrealismo malapartiano che guarda ai rigagnoli fetidi ai bordi delle strade restituendoli con vivida sensazione e con lo stesso nauseabondo puzzo, ci sono le pennellate barocche. La pelle è un libro intriso di meravigliosa pittura. Quando già non descrive opere note di artisti come El Greco, come Watteau, Corot, Salvator Rosa, Malaparte è egli stesso un pittore di mirabile tecnica: mai nessun riferimento all’aria o al mare del Golfo di Napoli o al Vesuvio è restituito con meno di tre toni di colore vivo e palpabile. Le pennellate sono materiche, hanno la densità del metallo, vibrano di riflessi al sole, i pigmenti si gonfiano come polimeri reagenti, brulicano di vita come se fossero vermi, come fossero lucertole, animali preistorici fatti di rocce dai mille toni. Ed è proprio ai rettili e agli anfibi, ai rospi, alle salamandre, ai gechi che Malaparte fa riferimento quando descrive la terra. Come un vecchio coccodrillo inanimato in un mare di argento vivo, liquido, che è il cielo, e poi l’acqua, che è densa come verderame e fasce d’oro e quarzo rosa. Gli elementi si fondono e solido e liquido e aeriforme sono un tutt’uno in questa pittura splendente e barocca, non cupa come la tradizione pittorica napoletana della Scuola di Posillipo ma dilagante di luce tenue e chiarissima come all’ora dell’alba e a quella che precede di un attimo il tramonto estivo.
Malaparte scrittore, Malaparte pittore, Malaparte poeta.

E se il paesaggio rapisce, se le descrizioni auliche e al contempo oltremodo realistiche dell’ambiente in cui si svolgono i fatti trafiggono gli occhi come se nello stesso istante si spalancasse una finestra da un palazzo inerpicato sulla scogliera di Capri alle dieci e mezzo del mattino, in mezzo alla peste che ammorba i napoletani e l’animo di tutti, un altro piccolo miracolo della scrittura avviene. A camminare per le strade di Napoli si possono incontrare le vaiasse, le prostitute, i venditori di bambini o di parrucche pubiche; si possono vedere i morti, gli scugnizzi che si affittano i soldati neri, le nane più vicine alle forme demoniache che a quelle umane; si sentono l’odore della carna cotta, dei fiori marci, “[…] dello scirocco, che sa di cacio di pecora e di pesce guasto”, di olio rancido delle friggitorie, degli orinatoi, della decomposizione. E se tutto questo fa male all’anima così come fa male al corpo contratto durante la lettura immedesimato nello spasmo nauseabondo dello stomaco, appare, di continuo durante tutte le pagine, dalla prima all’ultima, la letteratura greca. Appare, la lingua francese. Ufficiali americani colti, amanti dell’Europa, dell’antica culla della civiltà, si alleviano l’alma citando a memoria passi della più alta drammaturgia greca, o parlando la lingua soave d’oltralpe, quel francese imparato ad hoc per poter leggere in lingua originale le grandi opere, per poterselo rigirare nella bocca, per bearsi del suo suono quando è pronunciato da altri, in lontananza, magari dagli eserciti madrelingua e fremere, gioire dentro.
Arrossire. Ebbene sì, Malaparte arrossisce, gli ufficiali alleati arrossiscono, non quando colti in flagrante per un qualche misfatto, bensì per questi bagliori d’infinito, quando alla mente sovviene un verso antico, quando qualcun altro cita un poema, un componimento classico. Arrossire di bellezza, perché dentro, in mezzo alla cruda esistenza, qualcosa vibra. E allora, come si fa a non sospirare dinanzi all’anima colta e tremante di un soldato? Uno di quelli che la guerra la vincono, uno degli eroi preannunciati, gli americani stupendi (e non so quanto Malaparte sia malevolmente ironico nell’elogio sfacciato di questa stirpe eletta…non so quanto ne sia davvero invece affascinato).

Malaparte, fascista della prima ora, autore di libri controversi, Malaparte parlato, Malaparte stimato, protagonista, non vittorioso ma vincente, dalla parte del giusto perché su questo egli s’interroga, con le mani nel fango e la faccia contro il vento nero; viene fuori dal racconto come uomo reale (a rafforzare la verità dell’uomo letterario) soprattutto in un paio di capitoli. Proprio in Il vento nero egli è deriso dalla tragicità dell’esistenza, sputato, umiliato, posto come in un gioco crudele dinanzi all’impossibilità di fare la scelta giusta. Emerge dunque con la debolezza dell’uomo comune, privato dello spessore dell’intellettuale, lungi dall’uomo colto quale era; lo si vede piangere, si prova pietà per il genere umano tutto in un intermezzo evocativo, lontano, quasi si trattasse di una steppa interiore e immaginaria, come una digressione in un tempo fuori dal tempo, non noto, come in Bulgakov di Il Maestro e Margherita nelle vicende del Cristo del futuro o proveniente da un passato mai passato del tutto: così quei poveri morti viventi sulla croce sono un monito costante, avvolti da quell’alone nero del vento che sporca tutte le cose, come un incubo, pagine visionarie, che sembrano un sogno da fare tutte le notti per ricordarsi di non dimenticare di essere esseri umani.

La bandiera è un capitolo tremendo dove “bandiera” non è vessillo svolazzante che urla “viva la patria!” ma un uomo schiacciato da un carrarmato, appiattito, ridotto come una tela grezza dipinta di viscere fuoriuscite e sangue secco e pezzi d’osso bianchissimo spappolati qua e là dove non dovrebbero essere, “un tappeto di pelle umana”, “un profilo d’uomo morto” che gli ebrei di Ucraina scrostavano dalla fossa nel terreno in cui si era incassato portandolo appeso in punta di pala, proprio come fosse una bandiera, verso qualche luogo più dignitoso. Pagine molto dure. Dolorose, anche se lette con un forzato distacco (necessariamente posto tra sé e il testo affinché non siano “troppo”), penetrano nell’immaginazione come un vilipendio a una morale improvvisamente apparsaci dentro, che non credevamo di avere: quel pudore dinanzi all’esibizione spettacolarizzata della morte di un uomo.

Un uomo morto è un uomo morto. Non è che un uomo morto. È più, e forse anche meno, di un cane o di un gatto morto. […] «Ah, tu non sai che cos’è un uomo morto. Se tu sapessi che cos’è un uomo morto, non dormiresti più.»

E qui Malaparte riflette sul senso profondo della morte di un uomo, di un solo singolo uomo in un contesto di morte massiva. Con il rischio sempre incombente di non significare più nulla, (un uomo come o meno di un cane), la morte, anche di uno solo, turba l’autore al punto di non poter mai più davvero dormire.
E ancora, gli ultimi capitoli del libro, quelli che si svolgono in una Firenze in assedio con esecuzioni sommarie sui gradini di Santa Maria Novella da parte di partigiani inferociti come cani, cecchini fascisti sui palazzi in Via Maggio, cadaveri ai piedi di Ponte di Santa Trinita e Ponte Vecchio, donne, bambini deceduti ai bordi delle strade. È in quest’ultima cruciale fase che Malaparte si mostra a noi più che un ufficiale, più di un intellettuale, più di uno scrittore di successo: egli diventa definitivamente uomo, umano, perché il coraggioso combattente uscito indenne dalla Grande Guerra (differentemente dai suoi molti compagni di viaggio), si spoglia delle armi:

In quei quattro anni ero riuscito a rimanere cristiano: ed ora. Mio Dio, ecco che il mio cuore era marcio d’odio, che io pure camminavo col fucile mitragliatore in pugno, pallido come un assassino, ecco che io pure mi sentivo bruciato fin nel profondo dei visceri da un’orribile furia omicida. Quando attaccammo Firenze, e da Porta Romana, da Bellosguardo, da Poggio Imperiale penetrammo nelle strade di Oltrarno, io tolsi il caricatore del mio mitra, e porgendolo a Jack gli dissi: «Aiutami Jack. Non voglio diventare un assassino». Jack mi guardò sorridendo: era pallido, e gli tremavan le labbra. Prese il caricatore che gli porgevo, e se lo mise in tasca. Poi tolsi il caricatore della mia Mauser, e glielo porsi. Jack allungò la mano, e, sempre sorridendo, di quel suo sorriso triste e affettuoso, mi tolse i caricatori che sporgevano dalle tasche della mia giubba. «Ti ammazzeranno come un cane» disse. «È una bellissima morte, Jack. Ho sempre sognato di poter essere, un giorno, ammazzato come un cane». In fondo a via di Porta Romana, là dove quella strada entra obliquamente in Via Maggio, i franchi tiratori ci accolsero con un rabbioso fuoco di fucileria dai tetti e dalle finestre.

Non c’è un solo passo in tutto il libro che non sia degno di essere annotato. Non picchi aulici di improvvisa bellezza, qui si tratta di un serbatoio di parole massime, di parole magiche, simboli e forza, e potere concentrato in ogni vocabolo sapientemente scelto, calibrato, in una scrittura densa ma non ridondante, tesa, volta al dispiegamento del racconto ma che si sofferma sulle descrizioni, puntuale, una scrittura del sud per la sua vitalità, una scrittura del nord per la sua esattezza. Malaparte toscano, Malaparte napoletano. Malaparte che è diventato per me un contagio, una peste letteraria dell’anima. Come ci si potrà, ora, salvare?

 

(Credits: frame da “Naples ’44” di Francesco Patierno, 2016)