La nausea

1

Un treno sotterraneo nella capitale, verso l’ambasciata.
I sedili colorati hanno odore di molluschi, di gusci neri di cozze. Salate. Limone.
È inverno, c’è qualcosa che contraddice tutto.
Mi chiedo come mai su questi quattro sedili non ci sia seduto proprio nessuno. Proprio nessuno.
L’assenza, l’odore di mare, mi danno la nausea.
Forse è il pellame ecologico nuovo.

2

Ho appena udito un ragazzo per strada dire la frase “…lo scrocchiarello lo trovo più gustoso”.
Il suono di queste poche parole l’ho trovato così disturbante che ho avuto una specie di capogiro.
Mi ha riportato alla mente quella volta che un tipo strano a Macerata disse che una donna era morta e contemporaneamente ordinò al barista un bicchiere di Passerina e poi mi chiese, con voce altisonante “…e a lei piace, la Passerina?”.
Ebbi a star male.

3

A Termini è la terza volta che un tizio mi passa davanti. Non so se sia un sorriso o una specie di espressione deforme tipica di certe persone un po’ grasse. Ha i denti piccoli piccoli e le gengive a vista. Ha piccoli denti e gengive a vista, e deambula con questa sorta di paralisi facciale. Per tre volte mi passa davanti. Guarda qualcosa su un cartello con una paralisi facciale e piccoli denti. Mi ricorda il fidanzato di mia cugina: è una buona persona e per questo anche il tizio col sorriso stampato mi fa tenerezza, la stessa tenerezza che provo per quel fidanzato di quella mia cugina. È una buona persona.

4

Se penso alla vita di tutte le persone mi sento male.
Roma è una sopraffazione.
Troppi vecchi, troppi giovani, troppa gente, troppi poveri, troppe badanti, troppa tristezza invisibile, troppi guai silenti, troppi spacciatori, troppe forze dell’ordine. Troppi avventori nei bar che mi lasciano addosso una puzza di dolore e fatica, troppi pendolari sui bus che mi lasciano intorno una nube di germi e di paura.
Troppi zingari, troppi attori, troppe macchine parcheggiate e non c’è mai neanche un posto.
Se penso alla vita di tutte queste persone, la forza di sopravvivere mi annega nel nero Tevere. Se penso a tutte queste persone, io, non esisto più.

5

Gli stranieri mangiano spesso una mela quando sono in giro per le città.
Nonostante questo, non sono particolarmente in forma.
Parlano un inglese che non riesco a capire. Allora cerco di guardare il labiale per comprendere qualcosa ma mi soffermo sulla mela. La addentano. La masticano. Qualcosa sotto la mia lingua inizia a produrre molta saliva: i denti mi stridono, una sensazione di acidità mi gonfia lo stomaco e le ghiandole dietro le orecchie iniziano a farmi male.
La frutta mi fa male.
Non capisco bene l’inglese.

6

Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così in altre città. Gli uomini a Roma capiscono che stai passando e ti guardano tutti in faccia.
Cercando esattamente qualcosa sul tuo volto e tu non glielo darai ad avere. Continuerai a guardarli in faccia suggerendo che forse sì, ci hanno visto giusto, ma resterai impassibile come a dire che no, si stanno sbagliando: non eri tu, sono solo loro, loro e basta. Sono loro che ti vogliono, sono loro che ti guardano e tu non sei che un passante coi capelli biondi e senza occhiali da sole. Sono loro a fare pensieri impuri e non eri tu ad averli suggeriti.
Gli uomini a Roma ti guardano in faccia accettando di essere loro, di essere loro e non tu, e solo grazie a questo tacito accordo puoi lasciare che ti guardino e puoi guardare loro senza che succeda mai nulla, senza che nessuno crei imbarazzo a nessuno.
Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così per altre città.

Annunci

Dubliners

Un venerdì nevica.
Di sicuro a Roma no.
Il regionale che fermerà a Fabriano è in ritardo. Chissà se il treno per la capitale ci attenderà.
Non vorrei restare lì per tutta la notte. Stanotte vorrei arrivare nel piatto di quello sconosciuto.

Aladdin, un magrebino che mi ha dato un’indicazione lungo i binari, mi guarda con insistenza, mi dice che sembra che abbia al massimo ventidue anni, non ci crede sia invece tanto vecchia; mi chiede il numero di telefono, gli dico di no, sorrido, meglio di no.

È buio come può esserlo il 25 di gennaio alle sette di sera. È buio dentro e fuori dalle gallerie, lungo questi muraglioni di roccia, che come il fiume attraversiamo la montagna, buchiamo il freddo, passiamo sotto la cartiera, valichiamo il niente.
Mi sento come una persona piccola. Mi sento come se avessi non più di sei anni. Perché ho un libro in mano, e questo è Gente di Dublino. L’ho rubato in una stanza a Perugia, lo usavano impilato ad altri libri come fosse un comodino. Porta ancora i segni tondi delle candele appoggiateci sopra. Tre cerchi, come quelli delle Olimpiadi, meno due.
L’ho rubato perché un giorno Walter mi disse che non rubare se si ha fame è reato. Walter è un buon uomo. Ho pensato che avesse ragione.
Lo sto leggendo in un treno che mi porta verso un punto interrogativo. Chissà chi è quello che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?) (Mi farà da mangiare?) (Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?) (Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Lo sto leggendo in un treno che conta solo vada via da casa: oggi nevica, non c’è nulla per me in un paese senza il sole. Lo sto leggendo con la malinconia di chi, per tutta l’estate, chiusa in un magazzino polveroso, in mezzo a tonnellate di libri nuovi e usati, ha sudato le forze che non possedeva, invidiando i ragazzi del liceo. Invidiavo i ragazzi del liceo. Loro potevano avere dei libri su cui studiare. In quei libri ci sono i misteri. Tomi enormi di greco e latino. Tra gli scaffali dell’usato in buono stato sognavo di apprendere da dove veniamo. “Potrei comprarne alcuni. Del resto, sono a metà prezzo. Potrei imparare qualcosa in più”.
Nello scaffale più in alto di tutti, quello dove io non arrivo, e in magazzino non ci sono scale, a volte cadevano i readers e bisognava sistemarli. Una volta una mi chiese Dubliners di James Joyce. Riuscii a prenderlo, anche senza scala, mi arrampicai sulle mensole di ferro, non caddi.
Aveva la copertina verde, una versione in inglese avanzato, adatta a un quarto, quinto superiore. Chissà se avrei potuto mai leggerlo, magari in inglese anche io, magari lo avrei comprato anche io.
Era settembre e faceva caldo, la gente ancora al mare, e noi chiusi nel bunker sotto un condominio, in mezzo ai libri per la fortuna degli altri, in mezzo a nuvole di polvere, niente mare, niente vestiti scollati. Neon, luce serale anche al mattino. Neon. La copertina verde. Mi rigiro Dubliners nelle mani, non ho il coraggio di aprirlo, che se i miei occhi cadono su una riga e mi resta qualcosa, poi come un gancio quella mi strappa via tutto.
Poi la signora ha detto che non lo voleva più. L’ho rimesso a posto.
Ho continuato a lavorare come se non avessi che la licenza elementare: un muro lungo lungo e il sapere mi era precluso. Ho continuato a lavorare vendendo agli altri la possibilità di essere migliori, e comunque più felici di me. Se avessi fatto il classico anche io…forse…
So che quella gente di Dublino sta ancora là, dimenticata sullo scaffale del magazzino dismesso durante l’inverno. Ci ho pensato spesso. Mi sono rivista, sudata, piena di polvere, nella mia maglia viola e i leggins con impronte di mani bianche, ogni volta che toglievo i guanti, per preservare la carne dalla polvere. Mi sono rivista come un bambino di cinque o sei anni, davanti a una vetrina di dolci, illuminata al neon, come in un pomeriggio d’ospedale.

Mi sarebbe piaciuto, quest’estate, essere altrove.
Sono su un treno per la capitale.
Ci hanno aspettati.
Sto leggendo Gente di Dublino.
C’è un uomo che mi aspetta (forse).
(Mi aspetta davvero?)
(Mi farà da mangiare?)
(Gli sarò simpatica, mi sarà simpatico?)
(Lo riconoscerò alla stazione Termini?).
Se finissi per amarlo sarebbe un bel guaio.

Il libro poi l’ho finito. E comunque non è un granché.

Strade marchigiane

Le case sono grigie, beige, marroni a due o tre piani.
Sono parallelepipedi senza elementi aggettanti, senza rientranze.
Al piano terra hanno una coppia di grandi serramenti in alluminio e vetro opaco: due occhi chiusi. Dentro ci sono i garage trasformati in stanzoni abitabili e disabitati.
Ci sono le piastrelle sul pavimento, di solito un grande tavolo, un divano coperto da un tessuto sdrucito, un lavello e un piano cottura nell’angolo in fondo. Qualche mobiletto.
Ci si viene solo d’inverno per fare la pizza perché a volte c’è anche un forno. Qui si fanno le cose che non si possono fare in casa, le cose che sporcano, che hanno bisogno di spazio, come l’impasto, stipare la legna, o congelare in un pozzetto le parti di agnello messe in sacchetti di plastica separati; i vari pezzi identificati con una scritta sull’etichetta: testa, costine.
Ci si conservano i vuoti a rendere. Gli attrezzi. Le gomme termiche.
Sopra, i balconi vuoti.
Niente fiori, né panni stesi. Le tapparelle sempre abbassate.
Fuori, il brecciolino bianco.
Dietro, un fazzoletto di erbacce e terreno.
Di lato, una motozappa parcheggiata e automobili due, o anche tre. Un cane alla catena.
Così sono le case marchigiane.
Si trovano ai bordi di statali o strade provinciali asfaltate di recente su cui sfrecciano macchine di grande cilindrata. O, quando ci troviamo più in campagna, sorgono lungo le vie polverose, stradicciole bianche che conducono al cartello Proprietà privata: a volte si sbaglia indirizzo, e manovrare davanti ai cancelli di queste abitazioni sconosciute fa paura. Grosse bestie abbaiano ai fari nella notte e immagino sempre che esca qualcuno con il fucile in mano.
Ognuno a casa sua. È la filosofia di questa gente qua.
Gli pneumatici lasciano tracce bianche quando da queste strade private si ritorna sull’asfalto. A volte i trattori lasciano pezzi di terra, zolle, fango, quando escono dai campi, quando col lampeggiante giallo procedono a sei chilometri orari in mezzo a curve in cui non si può sorpassare. Un albero ogni tanto in mezzo alla carreggiata e radici che deformano il manto stradale; molti, i segnali piegati dagli scontri frontali nei weekend alcolici.
In venti anni le case non sono cambiate più di tanto, però adesso ce ne sono di più colorate. Sono più basse e hanno i profili delle porte e delle finestre ad arco, cordonati di bianco, mentre le facciate sono rosso sangue, azzurro cielo, giallo uovo come quelle di mare a Porto Recanati anche se in campagna il mare proprio non c’è.

26a

Gli italiani hanno pensato di dover essere al passo coi tempi, di dover seguire i consigli dei personal trainer, dei personal shopper, dei wedding planner e degli architetti ristrutturatori di Canale 31. Chi ha potuto s’è fatto una casa all’altezza degli standard contemporanei. Ma i marchigiani no. Loro hanno una geometria funzionale che mai e poi mai può essere sostituita da un elemento più estetico che pratico: se i nostri progetti già funzionano, perché cambiarli? Ecco. Hanno potuto dare al massimo una mano di colore, nuovo e violento, in mezzo alla mitezza del paesaggio.
Qualche altra casa è fatta di mattoncini rossi, di quel poco più gradevoli della muratura incolore, del cemento armato che con gli anni si incupisce e nessuno ritinteggia mai.
Comunque, contemplate le piccole varianti, sono tutte uguali.

Lungo le statali in basso, giù nelle zone industriali ai piedi dei colli ci sono le pompe di benzina. Grosse tettoie con le scritte Tamoil, Q8, e qualche altra nuova compagnia che diluisce il diesel che perciò costa molto di meno e che però è gestita da qualche malavitoso del sud. Ci sono le stazioni di rifornimento di metano bianche, verdi e azzurre. Qui comprano le BMW ma poi ci montano l’impianto a gas per risparmiare.
Ci sono i bar nei distributori di carburante. Nel 2018 sono stati tutti ristrutturati da un bel po’ e dentro ci sono le ragazze belle e giovani a lavorare, e gli operai vecchi o giovani, italiani o albanesi, a giocare. Ci sono le slot machine. I led lampeggiano come in un’eterna festa patronale. Discoteca perpetua.
Un’insegna con la grafica orrenda e un nome incredibilmente fantasioso come Bar Bablù, Roxy Bar o, giuro, Bar-Bie. Eccetera.

3

Ci sono molte rotatorie.
Sulle rotatorie le pubblicità dei grossi scarpari marchigiani (grossi e ancora più grossi, pure quelli che marchigiani non lo sono più, che hanno i loro showroom a Londra e a Milano). Ci sono le pubblicità formato-monumento o quelle più discrete delle aziende minori.
Ci sono le indicazioni per frazioni di ventisette abitanti dal nome ridicolo, e frecce blu che indicano la via per la capitale in entrambe le direzioni: Roma 199 km qualsiasi strada tu prenda. Di qua e di là. Una che contraddice l’altra, così, per non farti mai andare. Rimani.

I cieli sono perlopiù invernali.
È vero che qui le stagioni cambiano colore forte forte, si dichiarano nelle foglie degli alberi. Ma il cielo è sempre un fondale matto*; l’orizzonte ha le nuvole lunghe e senza forma. Grigio.

21

In questi paesi non c’è mai odore di cibo.
Solo, la catena aromatica del benzene che fa progredire l’industria, che fa avanzare i SUV verso casa, dove nei campi si ardono fascine nei giorni gelidi. Solo, l’odore dei gatti nelle abitazioni grandi un piano intero, cento metri quadri riscaldati a stento; i pavimenti degli anni Settanta sanno di un detersivo qualunque.
Lungo le scale che portano agli appartamenti, sempre abitati da uno zio sopra e una nonna sotto, odore di polvere perché ci sono lunghe tende mai lavate ad occultare finestre lasciate sempre chiuse, fatte per chissà quale motivo se a schermare la luce ci sono tapparelle e tessuti. Il corrimano in alluminio dorato. Le scale in finto marmo, le pareti imbiancate. Odore di corridoio d’ospedale.
Tutte così, le case marchigiane.

Siamo un paese fatto di asfalto e Case Cantoniere.
Costruzioni tutte uguali, che siano solo utili, che affaccino in strada dove non occorre altro che benzina.

16ba

E penso ad Edward Hopper e alla sua Gas station ogni volta che passo davanti a una stazione di rifornimento di sera.
È buio e la notte bagna l’asfalto. Ho solo voglia di correre per godermi la strada, ma se voglio godermi la strada devo andare piano. Mi lascio sorpassare.
La tettoia dell’IP mi attira come una falena sulla griglia elettrica. Arancione e blu, una riga orizzontale taglia il cielo nero che è tutt’uno con l’asfalto e le colline. La campagna non è più una certezza, ma solo la promessa della tua fede: le terre che di giorno hai sempre visto circondare questa statale adesso sono invisibili come una divinità. Da qualche parte puoi sperare che ci siano.
In campagna è così notte che esiste un solo dio, e dio è la striscia bianca al lato della carreggiata.
Ho il serbatoio pieno. Mi fermo lo stesso.
Metto la freccia verso sinistra, rientro in strada dopo l’immotivata sosta, come se nulla fosse, accelero.
Cosa sembra una macchina nera che senza ragione, nella campagna desolata, gira in una pompa di benzina senza fare rifornimento e poi va via così com’è arrivata?
Due automobili mi superano. Da dove arrivano? Fino a qualche secondo prima non c’era nessuno dietro di me.
M’inquieto.
C’è una pompa dell’Agip più avanti. Quel giallo nella notte e il cane nero a sei zampe mi fanno pensare un’altra volta a Hopper. Comprendo d’un tratto con una folgorante certezza che sono i monumenti più belli che possediamo.
Non c’è altro nell’architettura moderna.
Nulla che sia più potente dell’apparizione nel deserto urbano di un’oasi. Si materializza come nube luminosa in mezzo alla nebbia.
Sei salvo.
Ma questa volta forse è meglio non fermarsi.

 

 

 

*(“Opaco Senza Lustro, ed è la stessa voce, che dal senso di languido, debole, passò all’altro di fioco, smorto, non lucido, detto di colore e specialmente parlando di metalli”).

Coerente

«Nuje nun simm ‘e tip e fa tutt sti cicer’n ammuoll, comm’a chell’ati mamm, ca s’astregnen ‘e criatur e l’azzecc’n ‘e vas»

«Con i bambini è fondamentale la coerenza».
La diceva sempre mia mamma questa cosa.
E, coerentemente, l’ha applicata fino in fondo.
«Non puoi sgridarli per qualcosa e subito dopo accarezzarli e chiamarli “amore”»
(Che poi, quale melensaggine è chiamare dei figli amore? Che so ste scemità?)
Non puoi farlo perché poi quelli si confondono. Devi mantenere una linea.

Ci sono mamme che riempiono di botte i loro piccirilli.
La mamma della mia amica la trattava come una munnezza. Le diceva che era scema, la sgridava sempre e non si capiva cosa dicesse. Solo, le esternava urlando il rancore per la sua esistenza, le imputava le crisi isteriche che la figlia avrebbe provocato coi suoi atteggiamenti.
Eppure l’autostima di quella mia amica non ne ha risentito.
Oggi, è una persona normale, che non nutre alcun accanimento contro sua mamma.
Oggi, è una persona normale e vuole bene a sua mamma.

Quella era una mamma lancia-ciabatte.
Una donna a ultrasuoni con gli occhi pieni di rabbia.
Quella mamma mi ricordo che ogni tanto aggiustava i capelli a sua figlia.
Ne approfittava per accarezzarla.
Prima la prendeva a schiaffi sulle braccia. Dopo poteva accadere che le pettinasse i capelli.
Quella era una mamma incoerente.

Quando vedo quella scena, nella me bambina accade un corto circuito di informazioni.
– Carezza = gesto di chi vuole bene a qualcuno
– Ciabatta = se lanciata, è volta a fare male

«Signora, adesso voi chi siete? Ma la volete bene a vostra figlia, oppure no? Io mi pensavo che siccome la picchiavate dalla mattina alla sera e strillavate sempre, ed eravate disperata, e a me mi facevate pure un poco pena, quella figlia per voi fosse solo un problema.
E come si fa allora ad accarezzare i propri problemi?
Signora, ma perché la state accarezzando?
Che sentite dentro di voi?
Io lo so, lo vedo che vi fa piacere di picchiarla.
Signora, ma perché mò la state baciando dentro una tempia?
Signò, io vi sto guardando, e non riesco a provare niente, perché non riesco a capire niente.
Non capisco.
E poi la mia amica si sta. Si sta, ferma e buona tra le vostre gambe aperte che state seduta sopra a una sedia. Si sta ferma e zitta quando invece di solito è una terremota esagerata. Guarda dritto davanti, non vi sta pensando neanche. Pare tipo un cane che quando gli fai le carezze, quello smette di abbaiare.
E voi mi sembrate proprio come la Madonna. C’avete presente quei quadri con la Madonna, che quella è un poco sia vecchia che giovane, ma comunque non sorride mai. È come rassegnata che quel suo Figliuolo la fa proprio disperare, che è come se non fosse manco figlio suo, però ‘o Patatern ce l’ha mannat, e mò se l’adda tenè. Lo deve crescere, e ci deve dare ogni tanto pure un po’ d’amore. Ma mica perché è obbligatorio, no! Voi, come la Madonnina quella vera, voi si vede che all’improvviso provate pure un po’ d’amore. Vero. E allora ci date una carezza in testa a vostra figlia, così, e all’improvviso la casa si fa silenzio.
Io vi guardo.
Io vi guardo ancora. E non me lo so spiegare.»

Una mamma che aveva il difetto dell’incoerenza. Oltre a quello delle ciabatte.
Invece per fortuna mia mamma non mi ha mai toccata con una ciabatta.
E nemmeno con una mano.
E nemmeno con una carezza.
Coerente.

Una carezza in quei capelli scuri e lisci, diversi dai miei. Perché io me li sapevo pettinare e legare da sola, che ci vuole?
Hai almeno otto anni, davvero ti fai pettinare ancora da tua mamma?
Ti fai toccare i capelli da tua mamma.
Tu vuoi bene a tua mamma?

«Nuje nun simm ‘e tip e fa tutt sti cicer’n ammuoll, comm’a chell’ati mamm, ca s’astregnen ‘e criatur e l’azzecc’n ‘e vas»
Con i bambini è fondamentale la coerenza.
La diceva sempre mia mamma questa cosa.
E, coerentemente, l’ha applicata fino in fondo.

Ernst

(Credits: “The Virgin Spanking the Christ Child before Three Witnesses: Andre Breton, Paul Eluard, and the Painter“, 1926 – Max Ernst)

 

Stranger Things

Siamo rimasti in quattro.
Io, Giulia, Hiro e Luis.
Firenze è calma la domenica sera. È la fine di ottobre e ci lascia stare senza guanti, senza paraorecchie, senza piumini ma in cappotti leggeri. L’amico giapponese ancora non l’ha neanche tirato fuori dall’armadio: pesa 52 kg, meno di me, e con le sue giacche sottili resiste fino a dicembre inoltrato. Non ha freddo, dice lui. Questione di stile dico io: un raffinato farmacista, un ragazzo dall’educazione aristocratica, che al ristorante paga sempre lui tutte le bottiglie che ci scoliamo, e pure la mia naturale da mezzo, anche se non brindo mai, anche se non lo meriterei perché l’acqua fa male e mai dare da bere agli acidi, si sa. Acquaforte. Acqua liscia no.
Noi abbiamo le nostre bici scassate, chi di una misura troppo piccola, chi troppo grande, e lui invece ha l’ultimo modello di citybike a noleggio, completa di luci e allarme. Completa di freni.
Ottobre stasera è clemente. Firenze è un silenzio rincuorante: hanno appena smontato il mercatino francese, gli stessi bancarellai che dopodomani se ne andranno a Macerata, gli stessi dai quali ogni anno compro saponette, sacchetti di lavanda e pain au chocolat.
Nel pomeriggio avevamo voglia di sushi e invece siamo (quasi) tutti poveri. Ripieghiamo sul cinese più infame della città: è un locale senza nemmeno il bagno (credo sia del tutto illegale non avere l’antibagno, figuriamoci…), senza posate, coi piatti di plastica e per fortuna che sappiamo usare tutti le bacchette. Anche al Circolino se mangi ti danno un coltello e una forchetta di metallo…
Mangiamo. Qualcuno è triste, qualcuno ha mal di stomaco. Qualcuno vuole fumare. Siamo ciò che rimane del Bisonte.
Di fianco alla gastronomia dove mangiamo c’è una lavanderia a gettoni. Guardiamo alcuni cinesi attendere l’ultimo risciacquo seduti su una panca, con una grande dama e sei bottiglie di vetro. Birra cinese. Giocano a qualcosa, bevono assai. C’è un neon rosso in fondo all’ultima lavatrice dall’oblò spalancato. Ubriachi giocatori gialli a luci rosse. Cerco di fotografarli. Non riesco.
Ce ne andiamo da Via dei Servi come in fuga da una schiavitù di pensieri. Giulia scatta in avanti, poi Luis, e io, che resto indietro. Hiro mi segue, che non è elegante superarmi: resta in coda come un galantuomo a guardarci le spalle, lui, che forse capisce la metà delle cagate che diciamo, a guardarci le spalle, lui che ride alle nostre battute malamente tradotte in inglese o nel linguaggio internazionale dei gesti, resta a guardarci le spalle. È notte e si vedono solo le piccole lucine che qualcuna delle nostre bici possiede, più il faro a led della bici a noleggio.
Sembriamo i quattro bambini di Stranger Things.
Vedo Giulia di spalle. È vestita di nero, come qualcosa dentro di lei. Ondeggia, pedala a zig-zag, va a destra e sinistra come se volesse calpestare ogni sampietrino della città. Sembra perdere pezzetti di anima, come una scia poco luminosa nel buio e perciò nessuno se ne accorge. Lascia questa sinusoide malinconica lungo la via e noi attraversiamo il suo giorno di dolore senza dire niente e la seguiamo a una distanza di rispetto, ma non troppo lontani, perché sappia che siamo lì, ognuno col suo carico pesante e al contempo leggero, perché stanotte Firenze è mamma, non più mercenaria, non più lupa che allatta chiunque la voglia, ma è una bolla di calore privato e diventa intima, diventa casa tua la stessa strada che oggi hanno percorso americani, cinesi, coreani, cingalesi, neri, pugliesi, napoletani. Siamo quattro figli lontani da casa, lontano da Roma, Tokyo, dal Guatemala, e io che non mi sento lontana da niente ma esattamente a casa mia con tre coetanei e anzi, Luis è più piccolo di me, di tutti, è un ragazzino e io non esco coi ragazzini e invece lui è il nostro professore, è quello che ci tiene aperta la scuola, che ci aiuta a spostare le pietre pesanti o che pulisce il laboratorio dalle cose che abbandoniamo in giro, dimenticando di essere un nostro “superiore”. Lui è quello che si scorda di mangiare, che la sua pausa pranzo è semplicemente un altro momento buono per bisellare lastre non sue, per preparare il lavoro degli altri. Io che incido da quasi dieci anni e che non so neanche la metà di quello che sa lui; lui che come quelli bravi usa il rame, che come quelli bravi vive solo d’incisione.
Forse, dategli da fumare e si sazierà così, con fumo e catramina, e una goccia di nitrico modificato. Dategli una rotella dentata, ha da fare.
E io in mezzo a loro sono la più grande. Chissà, mi vedranno come una scema, perché li faccio sempre ridere senza mai bere, perché vedo e sento poco, perché mi lamento di tutto, perché imito bene Ortega, perché ho sempre fame o perché faccio solo battute becere sul sesso. Perché vado male in bicicletta (ma non è colpa mia: ho un pedale rotto e ruggine al posto del telaio, ho gli stivali a punta e la suola si sta per staccare).

Tra pochissime settimane non ci vedremo più.
Forse ognuno seguirà una strada che non vuole.
Staremmo in eterno così ma nostro malgrado guarderemo la luna da altri posti e forse tra vent’anni ci saremo scordati il nome di quello giapponese, forse tra vent’anni nessuno inciderà più. Tra vent’anni torneremo a Firenze come i turisti americani, cinesi, coreani, cingalesi, neri, pugliesi, napoletani, niente di più, mentre altri bisontini nel pieno della gioventù ci taglieranno la strada di notte, con le loro bici infami, coi loro pochi soldi in tasca, forti di una borsa di studio ricevuta chissà come, nell’anno migliore della loro vita.

STRANGEST THING – The War On Drugs

Gente di mare

Gente di mare.
Che dici? Uomo o donna?
Non lo so, non si capisce.
Fanno una specie di ginnastica, che carini.
Guardali.
Non sono quelli usciti dalla roulotte?
Io dico che hanno fatto un lungo viaggio.
Si stanno sgranchendo le gambe.
E le braccia.
E quella mossa lì? Cosa sgranchisce?
Qualcosa tra le costole.
Che stile.
Secondo me sono rumeni.
Sembrano scarti ributtati dal mare lungo Lido di Ostia. Tipo quelli che hanno ammazzato Pasolini.
È vero, ho pensato esattamente la stessa cosa!
Risate.
Quello che è sicuramente uomo solleva una pietra.
Che bomber.
Sembra un pugile che abbia vinto la cintura di campione del mondo.
La scuote leggermente nell’aria, sulle braccia tozze e tese, le maniche accorciate fino ai gomiti, nonostante la leggera pioggia.
L’altro/a alza i pugni nell’aria e si congratula con lui.
Appesi alla rete di separazione tra la spiaggia e una rimessa di barcacce, fanno un tentativo di stretching di sei, barra otto secondi.
Immagino che lo sport così fatto sia del tutto inutile.
Il prossimo esercizio si fa col marciapiede. Non se era questione di stile o se quello tarchiato stesse inciampando.
Si divertono molto in mezzo alla puzza di pesce.
Perché non ce ne andiamo? C’è puzza di pesce.
A me piace la puzza di pesce.
Ma è pesce marcio.
Mi piace la puzza di pesce marcio. Da piccola mio padre mi portava spesso al porto, d’inverno. E quella puzza di pesce marcio mi fa schifo, ma al contempo mi piace molto, sai com’è.
Già.

Quanta fame hai da uno a dieci?
Uno.
Sì, ma io adesso devo pisciare, quindi andiamo a mangiarci un piatto di pasta. Lo vuoi un piatto di pasta?
Voglio un piatto di pasta sempre. Anche se non ho fame.
Ma non puoi pisciare in mare?
Che dici, qui ce lo fanno un piatto di pasta? Io non credo.
È gente di mare. Ci faranno un piatto di spaghetti con le vongole.
Puoi giurarci.
Qua non hanno nemmeno la cucina.
Ma io devo pisciare.
Mi faccia una piadina per favore.
Le fate anche le insalate? E avete un bagno?
Fuori sulla sinistra.
Grazie.
Guardate. Avete visto questo pezzo di tatuaggio che mi manca? Mogliema. M’ha dato na cortellata.
Risate.
Posso vedere anche io, per favore? Mi faccia vedere il braccio, me lo faccia vedere.
Ah. Singolare.
Risate.
Un coltello seghettato? Dal danno non sembrerebbe essersi trattato di una lama liscia.
Ma no, un coso, un attrezzo tagliente. Mi sono riparato così:
Segue gesto.
Risate.
Mia moglie era una ossessionata dalle pulizie. Trecento euro di bollette d’acqua al bimestre. Lo potreste credere?
Poi ti ha accoltellato.
Ora siamo separati.
Mangiamo.
Potresti toccarmi un po’ meglio dentro la coscia?
Oh, sì…
…mi piace…
Continua.
No. Vado a fumare.
Ma ti piaceva il tipo che è entrato?
Chi? Quello coi capelli gialli? No. Io guardavo il cane.
Meglio il cane.
Piove di nuovo.
Andiamo via da questo posto di mare.
Torniamo verso le montagne.

fellini la dolce vita6 (67)

(Credits: “La dolce vita“, 1960 – Federico Fellini)

Carte geografiche

La cameriera del bar
che ogni tanto ammira un panorama di Cuba su una cartolina
poi asciuga il bicchiere ed il naso e, sospira
(“Dove fermano i treni” – L.L.)

 

 

Leonessa ha da anni una cartina appesa al muro.
Sventola davanti alla finestra aperta quando è estate. In controluce. Un’isola delle Canarie.

 

La ragazza nera con la treccia e gli zigomi da regina guarda anche lei sempre una cartina. Oppure ascolta su Youtube le canzoni d’amore dei giovani di Addis Abeba.
Canta, e accarezza in testa la sua bambina.

 

Una tipa scorre su Tinder le foto altrui. Non si concentra sulle facce degli uomini che tanto già sa, non le piaceranno.
Una foto che lei invece quando era lì, non s’è mai fatta. Col Ponte Vecchio dietro le spalle. Come tutta questa gente di internet. Tutti, ma proprio tutti ci sono stati almeno una volta. Se ne sono andati, e non sono morti. Al contrario di lei.
Internet è un capoluogo in Toscana.

 

Leonessa si esibisce davanti allo specchio come una diva. La faccia incorniciata dalla criniera dorata.
Le canzoni in spagnolo per la vita nuova.
La lingua in mezzo ai denti bianchi, gli occhi, due fanali cerchiati di scuro. Ombre spettrali.
Meraviglia, di dove sei?

 

La ragazza etiope ha nostalgia del suo paese.
Dice che vuol prendere un aereo, che tornerà a vivere lì, che ha qualche fratello che ancora conosce.
Ma questa sua figlia piccola è per metà bianca, ed è pure nostra.
Come faremo senza?

 

La ragazza bionda a volte piange, di notte, quando sogna l’Arno e il Duomo.
Ma non lo dice a nessuno. Per non intristire i compagni di lì, per non intristire gli abitanti di qui.
Però il suo amico col cane nel nome le ha detto che via di là c’è solo la tristezza. Nemmeno lui vuole andare via. Non vuole andare via.
Ma tu non ci vuoi tornare a Firenze?

 

Leonessa invece l’Etiopia non l’ha vista mai.
Che mi importa di vederla? Io sono nato qui e quella lingua non la so parlare, quella terra non la voglio neanche vedere”.
Di quella zona ha solo il corpo perfetto e il colore mulatto. Il naso dritto e il viso magro, la pelle attaccata alle ossa, i nervi e i muscoli tesi come un meraviglioso animale.
Leonessa è una pantera nera che sa nuotare.
Il disegno dell’isola appesa in cucina…il mare tutt’intorno.
A casa sua guardavo le città cerchiate con la penna blu. Pensavo, è per quei luoghi che non lo vedrò più. Mai più.

 

E se Gennet un giorno se ne volesse davvero andare, chi di noi la potrà fermare?
Anche la bambina apprenderebbe un’altra lingua e si scorderà di noi.
Le persone sono cose libere e la geografia è un campo da gioco. È un mappamondo che gira a caso.

 

Dove fermano i treni (parte un po’ di vita)” è il titolo di una canzone.
E passava i suoi pomeriggi a Santa Maria Novella, a guardare architettura e binari, ad ascoltare la voce meccanica che annuncia i ritardi, a guardare i tabelloni luminosi e immaginare di prendere il treno per Livorno che non ha visto mai.
Passava le notti ad ascoltare le voci registrate degli uccelli illudendosi che a Firenze anche d’inverno, anche di sera, le bestie cantassero per davvero e che la stazione fosse una voliera, uno zoo a cielo aperto di fronte alle luci del McDonald’s che non chiude mai.
Mica New York. Le basterebbe stare lì. Tra il cantiere sempre aperto per la tramvia e l’attraversamento pedonale pieno di cinesi e di pugliesi.

 

Leonessa ride sempre.
Il mio professore dice che gli africani ridono sempre, che anche le prostitute africane ridono mentre fanno qualcosa di aberrante, mentre quelle albanesi piangono.
I neri non hanno avuto la tragedia greca. La loro cultura è priva di disperazione”.
E così Leonessa ride sempre. Leonessa è bella perché ride sempre e le sue lacrime non si sono viste mai.
Ma immaginate che diamanti immensi brillerebbero dai condotti dei suoi occhi scavati come una miniera buia? Ve le immaginate quelle pietre cadere lungo i crinali della sua anatomia speciale?
Lo sapete che l’acqua che bagna i neri è più potente a scintillare?
Forse è per quello che uscito dal mare non si asciugava mai la testa.
Una goccia, ogni tanto, cadeva dai suoi capelli lunghi e mi bagnava la faccia.
Ed è così che Leonessa rideva e fa piangere me. Come una stoica prostituta albanese. Nell’attesa che lui vada via per sempre.

 

La ragazza nera insegna alla bambina a contare.
And
Hulet
Sost
Arat
Chissà se da grandi avranno una loro lingua segreta, un luogo a me inaccessibile.
E già non so come accedere a questa parente stretta che non ha la mia fisionomia, né quella di mio fratello.
Le spunteranno due incisivi larghi in mezzo, come la sua mamma, ragazza nera dagli zigomi da principessa, col collo lungo e gli occhi a mandorla.
Uno
Due
Tre…
…questa bambina di chi è?

 

E io?
Resto qua.
Quando giro il mappamondo per puntare l’indice in un luogo a caso in cui andare.
Macerata.
Il mio esilio perpetuo in Alaska.

 

 

 

(Credits: frame from “The Young Pope“, 2016 by Paolo Sorrentino)