Miss Violence

La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
Mi veniva da ridere, quando ero piccola, a vedere la mia amica del cuore che veniva picchiata dalla madre.
Era qualcosa di molto divertente, perché la Signora, una donna di cui ho molto rispetto e che ricordo come una statua grande e grossa, immobile, levigata e seriosa, tale e quale alle sculture di partito comuniste (anche se era tutt’altro che comunista; una devota della TV e di conseguenza una seguace di certe chiarissime tendenze politiche dagli anni del berlusconismo a oggi. Chissà, prima del ’94 che cosa votava…), e nonostante la sua mole fisica e morale, quando si arrabbiava con la figlia, iniziava a urlare con voce stridula. Tanto stridula da somigliare a degli ultrasuoni.
Credo che le mamme del sud, anche quelle con le voci da uomo (che ce ne sono tante, giù, di donne-non-donne, di signore coi baffi e la voce roca) quando perdono la calma, emettono delle sonorità imbarazzanti, quella voce che a teatro si definisce “di testa”, quella che spacca i bicchieri di cristallo quando esce dall’ugola di una cantante lirica, quella che trapassa il cervello come una saetta dolorosa, da una tempia all’altra.
La mamma della mia amica era così. Appena si innervosiva, anche se cercava di mantenere una certa calma esteriore, veniva tradita da quel suono che improvvisamente si faceva stridulo, che come un fuoco le saliva dalla gola fino al cervello infiammandole i pensieri.
Allora iniziava a rincorrere la figlia per tutta la casa con l’intento r’a struppià o r’a scummà ‘e sang. Ecco, era anche questo che mi faceva ridere.
Sangue non gliene fece uscire mai, però ricordo che le dava degli schiaffi in faccia, addosso. Ovviamente la picchiava anche con le ciabatte, da lontano, quando lei, secca com’era, riusciva a divincolarsi e a fuggire un po’ più in là.
La mia amica piangeva lacrime modeste che s’asciugavano presto. Ne ricordo le smorfie nei momenti di dolore acuto dei colpi, quando cercava di ripararsi con le braccia magre intorno al capo, la nuca che rientrava nelle spalle e la bocca le si deformava: vedevo i suoi dentini piccoli piccoli (che sono rimasti tali anche adesso che è adulta), lo spazio grande tra i due incisivi e i filamenti di saliva che luccicavano illuminati dalle luci a incandescenza di quegli interni domestici antiquati, in cui le finestre rimanevano chiuse anche al mattino, per non far entrare la polvere, e benché fuori ci fosse il sole del sud e l’aria cristallina delle mattine sotto al Vesuvio, bisognava tenere sempre accesa la luce elettrica. E tutto allora diventava giallo. Gli infissi in alluminio rosso, come non se ne vedevano molti nelle case più popolari tipo il palazzo in cui vivevo io, riuscivano a fare un buio denso nelle stanze. Ebbene, seppure la casa della mia amica fosse una bifamiliare di proprietà (al tempo in cui la mia famiglia il concetto di “proprietà” lo intendeva come un fatto altolocato e me lo insegnava come attributo di altri ceti sociali pur non facendomi mai e poi mai percepire che il nostro non fosse un ceto altrettanto “alto”) la sua famiglia viveva al pian terreno come se fosse la servitù. Esattamente come nel medioevo, il piano nobile era riservato. E riservato restava. Per trent’anni non hanno quasi mai aperto quella casa al piano superiore. “La casa di sposa” completamente arredata circa negli anni Settanta è infatti rimasta sotto chiave fino ai primi del duemila. Quando l’aprirono, si scoprì che quelle piastrelle che rivestivano interamente il bagno (a parte il soffitto) con un colore ottanio lucido e i sanitari beige, la moquette bordeaux in tutte le camere da letto e la cucina fatta di pensili tipo cottage di montagna (lì dove la neve non l’ha vista mai nessuno fatta eccezione di quel po’ di gelo in trasferta a Roccaraso) in cui non era stato mai cotto nemmeno un uovo sodo, erano cose ormai logore e fuori moda. Erano inservibili, impolverate (nonostante tutte quelle mandate di chiave servissero proprio a tenere la casa salva dal nemico invisibile), erano lo specchio preciso preciso di quella sposa mummificata dagli anni Settanta. Ed è anche probabile che prima di essere sposa, non sia di certo stata una bambina e una ragazza felice. Ma questa è una storia che non conosco.
La mamma della mia amica ha sempre avuto gli occhi tristi, e quelli però li conosco. E carica di livore gettava veleno sul mondo fuori. La sua era una vita di reclusione.
Reclusione in una casa che chiamava “cesso”, e nonostante al piano di sopra avesse quella che all’epoca poteva benissimo essere considerata una reggia, continuava a voler vivere in quel posto che davvero era orrendo; continuava a dormire in una stanza da letto dove sembrava che la morte dovesse venire a farti visita nel sonno da un momento all’altro, perché in una camera così spoglia, senza un comodino, ma solo con un vecchio letto di legno scuro, una branda di fianco e un armadio antico tutto nero, una sedia dallo schienale alto di fianco alla finestra (ovviamente chiusa), l’unica cosa plausibile era che si trattasse di una camera ardente fatta di oscuro silenzio.
La Signora era reclusa in un corpo diventato troppo grosso. Eppure io che vivevo praticamente in casa con loro, lo vedevo, lo vedevo che lei non mangiava mai. La Signora non mangiava. Cucinava per gli altri e non mangiava. Quando lo faceva, si trattava perlopiù degli avanzi di qualcuno, o di piccolissime porzioni di cibo che metteva in un piatto più piccolo degli altri. Quasi, il suo posto a tavola sembrava essere marginale, come se si stesse soltanto appoggiando per un momento, prima di tornare al lavello, a spegnere sotto il getto d’acqua il mozzicone di sigaretta che teneva colmo di cenere tra le labbra, prima di andare a caricare la moka e a passare la scopa e a togliere le macchie dalle superfici con il Pannopell.
La Signora era reclusa nel suo aspetto non esaltato, seppure di non particolare bruttezza, curato nell’igiene e nella decenza. Era solo triste. E questo la faceva sembrare non bella. Però io vidi una foto di lei ragazza, appena sposata, con in braccio la prima figlia di un anno solo. Era magra, bionda, bella. Mi sono chiesta per tanti anni come avesse fatto la tristezza a ridurla così.
Nel corridoio avevano un brutto quadro. Raffigurava una giovane coi capelli mori e le labbra carnose. Aveva un vestito povero indosso e un mazzolino di fiori mezzo appassiti in grembo. Mi sembrava la stessa persona che avevo visto in quella vecchia foto scolorita. Allora ho iniziato a credere che fosse un suo ritratto da ragazza. Non lo era, lo sapevo, ma la fissità e la bellezza accantonata per sempre in una cornice datata, in un punto inutile della casa, erano lì a farmi pena, ogni giorno, tutte le volte che passavo dall’ingresso. Mi chiedevo sempre come mai, quella mamma, avesse smesso di specchiarsi in quel ritratto.
Che forse lei concentrava tutto il suo gusto e i suoi desideri (che pure incredibilmente aveva o aveva avuto qualche secolo prima) nelle due giovani e bellissime figlie, comprando loro i vestiti più alla moda, sincerandosi che fossero perfette in ogni dettaglio, guardando ai minimi particolari, come poteva essere un filo tirato o un occhio truccato asimmetricamente rispetto all’altro, cose drammatiche, da impedir loro di mettere la testa fuori di casa. Cose che non ti aspetteresti da chi il trucco e i vestiti proprio pareva non averli contemplati mai (almeno per se stessa). E al contempo era intransigente per quanto riguardava la volgarità: sia mai che le figlie fossero uscite troppo scosciate o conciate come delle puttane. Mai, mai, sia mai. Una donna che sapeva com’è il mondo di una donna pur vivendo un’esistenza da reclusa.
Un’invidia, io credo. A volte ci leggevo l’invidia, persino nei confronti delle figlie. La si poteva cogliere nelle maledizioni che a esse dedicava, così come al resto di quel mondo, fuori, che girava in modo malvagio lasciandola da parte e coinvolgendola solo nelle disgrazie. Eppure l’unica malvagità che io percepivo, allora, essendo bambina, era proprio nelle sue parole invidiose al gusto di mandorle amare. Io non avevo mai sentito mia madre parlar male di qualcuno, tantomeno bestemmiare. Invece in quella casa il padreterno e Gesù bambino venivano fatti in padella come fegatini: fritti, rosolati nell’olio bollente, punti con un forchettone d’acciaio, schiacciati coi rebbi, disgregati sul tossico fondo di teflon che si sfaldava e si mescolava coi santi ormai divenuti tutti neri, indistinguibili dal cancerogeno PTFE.
La Signora era reclusa in questo sentimento rabbioso che non poteva manifestare agli estranei e per questo lo riservava alle poche elette del cerchio familiare. La sua vita era il suo cesso di casa, le sue belle ma difficili figlie, il suo odio, il suo corpo grasso, un maglione di lana senza disegni, un pantalone marrone con le pence e un paio di pantofole. Ricordo l’odore di quei piedi in inverno, coperti solo dai collant sfilati, dopo una giornata intera densa di nulla e poggiati sopra la stufa a gas, mentre tutte insieme, io, lei, le sue figlie e a volte la vicina di casa, guardavamo un film di Mediaset (Allora, forse, si chiamava ancora Fininvest). Non so come, ma non presero mai fuoco.
Piedi, gas, sigaretta.

Nella casa della mia amica dunque era sempre notte. Era notte perché tenevano tutto chiuso per paura della polvere. Era notte perché il mobilio, nella casa al piano inferiore, quella in cui viveva anche la nonna, ricordava quello nelle povere vecchie dimore settecentesce di una Napoli borbonica. Anche le tende erano pesanti, le ricordo, perché ce le avevo davanti agli occhi spesso, ad esempio quando giocavamo a nascondino o quando la mamma della mia amica picchiava la mia amica. Tra quelle cortine mi rendevo invisibile e mi mettevo a ridere cercando di non far rumore.
Ridevo per via della bocca deformata della mia amica, e per via del fatto che, in un continuo di umiliazione che io dovevo subire da parte sua, per una volta anche lei mostrava un segno di debolezza. Era la vittima al mio posto.
Ma a differenza mia, (e questo la rendeva per l’ennesima volta ancora più forte di me e ancora più forte schiacciava la mia personalità), appena dopo aver preso le botte, appena passato il momento acuto di dolore, lei smetteva subito di piangere e tornava a giocare con me come nulla fosse. “Tanto le mazzate passano subito, il dolore dura un secondo, ma però almeno ho fatto quello che volevo io”.
Un messaggio potentissimo.
Io non ho mai preso neanche uno schiaffo dai miei genitori. Sia perché ero una bambina molto intelligente e tranquilla, sia perché non è mai stato nello stile della mia famiglia. Eppure, se solo mia madre mi avesse urlato contro, semmai mi avesse dato uno schiaffo, il mio senso di umiliazione sarebbe stato tanto profondo da non consentirmi né di smettere in fretta di piangere, ma soprattutto di tornare a giocare guardando in faccia qualcuno, specialmente qualcuno che avesse assistito al mio pubblico ludibrio. Non si trattava di rancore, ma di responsabilità. Io non potevo fingere che nulla fosse successo perché qualcosa di grande era avvenuto e io davo importanza alle cose, un’estrema importanza. Cedere alla dimenticanza era per me imperdonabile. Allora potevo tenere le distanze da mia madre per giorni, come se fosse necessario un periodo di smaltimento e purificazione da ambo le parti per un fatto che bisognava assimilare. Ma tutte quelle volte mi accorsi che mia madre, invece, tornava normale due secondi dopo. Come la mia amica.
La mia amica era magica.
Forse abituata, forse cosciente di essere l’ultimo anello di una catena, che in ordine di grandezza riversava sul più piccolo una cascata di animalità, con lei assistere a una violenza sembrava essere un fatto del tutto normale. Asciugata la bava, tornavamo a giocare.
Era l’ultimo anello della catena che cominciava col padre. Avevo molta paura di suo padre perché era assai burbero. Crescendo, da adulta, ho scoperto che si trattava solo di una strana burla, che quel suo atteggiamento, la voce grossa, gli sguardi storti e zero parole, erano parte di un personaggio sia pubblico che privato perché bisognava assolutamente farsi rispettare. Da grande ha continuato a farmi la voce grossa e gli sguardi torvi, salvo poi girarsi di tre quarti e sciogliere quel ghigno in un mezzo sorriso e uno sguardo ammiccante.
È che bisogna farsi rispettare prima di tutto dalle proprie donne, in casa, altrimenti come sarà possibile essere riconosciuto dagli altri uomini, fuori?
Per farsi rispettare, come ogni cane feroce, bisogna abbaiare.
Il padre della mia amica, letteralmente, abbaiava. Perché le poche volte che concedeva la grazia di qualche suo intervento, le rare volte che apriva bocca non per mangiare o infilarci la sigaretta in mezzo, egli parlava in dialetto talmente stretto e con una voce così abnorme da rendere indecifrabile il contenuto del suo messaggio sibillino. Certo era, che qualsiasi cosa gli avessero domandato, la risposta era un gigantesco, terrificante “NO”.
Aveva le labbra molto sottili e scure, lo ricordo, quasi viola. E i denti erano ingialliti dal troppo fumo, larghi in mezzo, come sua figlia. Aveva le labbra fine e lì nei pressi, un neo sulla guancia sinistra. Una bocca che mi disgustava, per certi versi, ma che allo stesso tempo mi ipnotizzava. Mi sembrava quella del Padrino, di un camorrista, con quel labbro alzato e la narice allargata mentre succhiava uno stuzzicadenti a tavola dopo pranzo per intere mezz’ore.
Gli occhi erano due fessure e non ho mai visto come fosse l’iride. Solo delle scintille, che quando prendevano la tua direzione, era un brutto segno.
Per fortuna quel signore tornava in casa solo alle due del pomeriggio quindi noi avevamo la mattinata libera per giocare, ma quando arrivava voleva trovare un piatto pronto in tavola. E per fortuna lo trovava sempre. Al sud non esiste che una donna non faccia trovare tutto pronto al suo padre padrone.
Quando mangiavo con loro, il mio posto era dal lato del tavolo che di solito rimaneva accostato al muro. Lui era ovviamente a capotavola, io, mi spostavo nel mezzo, ma non potevo allontanarmi più di tanto poiché al capo opposto, sedeva la nonna, una vecchia oramai quasi del tutto cieca che mi odiava. Eppure sono sempre stata molto educata, solo che, quando c’ero io, sua nipote si comportava peggio del solito, facendole dispetti nel buio, spinte e sgambetti mentre attraversando il corridoio si dirigeva a lenti passi verso la branda nella camera ardente, e tutto ciò, un po’ perché l’odiava (la nipote alla nonna e la nonna alla nipote) e un po’ per farmi ridere. Ma la nonna odiava tutti. Era solita, nel suo mondo senza luce, inveire contro chiunque, lanciare anatemi a voce alta o recitare un rosario di bestemmie tra i denti. Ad avvicinarsi un po’ di più a quell’orifizio carico di merda, quella bocca rugosa con la pelle di gallina, si potevano percepire parole come dette al contrario, e solo per esperienza si poteva intendere che stesse augurando una morte violenta a qualcuno. Quando andava sul leggero, ti augurava ‘e jettà o sang pe l’uocchie e pe vocc.
Restavo quindi al centro, un po’ lontano da tutti e mangiavo, mangiavo come un piccolo bue affamato, mangiavo più di tutti, più della nonna che era stravecchia, più della mia amica che era uno scheletro, più di sua sorella fotomodella, più della Signora che si privava di vivere, figuriamoci di mangiare. Più di me mangiava solo lui, l’orco. E mi guardavano per questo, con simpatia.
La Signora cucinava molto bene.
Guardavamo Beautiful e il padre urlava contro la TV sbattendo il bicchiere pieno di vino e percoche inveendo contro quella puttana di Brooke Logan come se si trattasse di sua sorella. Le questioni televisive prendevano un’accezione così realistica che temevo che a un certo punto la rabbia sarebbe andata fuori controllo. A casa mia, non urlava mai nessuno, figuriamoci per cose che non esistevano.
Dopo pranzo lui andava a dormire e per noi cominciava il momento tassativo di assoluto silenzio. Se solo avessimo fiatato, fatto volare una mosca, lui si sarebbe svegliato dal suo sonno pomeridiano, avrebbe smesso di russare come un carrarmato, si sarebbe alzato e ci avrebbe riempite di botte. Perlomeno, questa era la leggenda. Ovviamente noi non facemmo mai il benché minimo brusio.
A un certo orario tornava a lavoro (credo) per poi rincasare la sera molto tardi, verso mezzanotte e siccome io restavo lì spesso fino alla fine dei film su Canale 5 per attendere che la madre potesse farmi compagnia con lo sguardo mentre nel buio attraversavo il vialetto ed entravo nell’androne enorme e vecchissimo del mio semidistrutto palazzo, lo vedevo. Non ho mai capito che lavoro facesse esattamente.
Una volta lo vidi arrabbiarsi con la Signora. Non perché avesse fatto lei qualcosa, ma credo che lui le stesse riportando discussioni tra fratelli e cognate per chissà quali soldi e appartamenti. Ricordo solo che lui urlava, spiegava qualcosa urlando come se davanti avesse uno dei suoi irragionevoli fratelli, e la Signora non avendo una soluzione a quel problema sembrava umiliarsi, diventare seria, come un imputato alla macchina della verità, lei cambiava espressione assumendo tutta la mestizia possibile, e lui le si avvicinava alla faccia e la toccava sul volto parlandole sempre più vicino come se volesse farle qualcosa ma non le faceva niente, e lei cercava di scostarsi ma non troppo, non troppo – tanto, dove vuoi andare? – e tentava di alzare un pochino la voce con quel suo tono stridulo per il nervosismo e poi strizzava un po’ gli occhi quando lui si avvicinava davvero troppo e sembrava volerle mollare un ceffone che però non le ha mai mollato perché del resto, lei era dalla sua parte, in quella questione familiare, lei gli dava ragione. Ovviamente.
La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
In quell’istante la faccia della Signora era fatta di occhi vuoti e non più animati dall’intelligenza seppur deviata che la contraddistingueva. L’ho vista e non l’ho riconosciuta più, come quando guardavo sua figlia con la bocca deformata e la bava sui dentini piccoli. Come quando guardo i cani randagi azzuffarsi per strada e dopo tanto ringhiare uno del gruppo non dominante abbassa gli occhi e la coda, e cambia guaito, e diventa piccolo piccolo e si sottomette.
La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
La Signora era per me come una specie di mamma. Si è presa cura di noi per tutti gli anni che ho vissuto giù, 365 giorni l’anno, perché io e la mia amica eravamo come una coppia di fidanzati, non potevamo stare l’una senza l’altra, benché avessimo caratteri, corpi, colori, interessi, abitudini e famiglie totalmente diverse, agli antipodi direi. Forse è perché non avevamo altre amiche lì vicino. Abitavamo l’una di fronte all’altra e, lo dico sempre, come fossimo state due vere sorelle, i parenti non li scegli, ti tieni quelli che ti capitano. E noi ci eravamo capitate. Ed è probabile che in tutta quella catena di violenza, l’ultimo vero anello fossi io.
La mia amica era bella. Io no.
Era magra, io ero grassottella.
Alta, io non sono mai arrivata al metro e sessanta.
Babbo Natale le portava tutto quello che chiedeva, non a me.
Era più grande di me di appena quattro mesi e quindici giorni, e faceva valere questo privilegio anagrafico per impormi qualsiasi decisione, giochi, regole e quant’altro. E io non mi potevo opporre che con la ragione, lucida, ma di fronte al totalitarismo, non c’è nulla da fare. C’è solo la cieca obbedienza.
Eppure io ero una persona così intelligente.
A scuola ero rispettata, adulata, considerata, ed ero il capogruppo naturale di ogni assemblea spontanea. Questo però non accadeva tra le piccole bestioline di strada che, fuori dalle aule scolastiche, vivevano come selvaggi e imponevano la loro legge con le spinte. Bambini di quattro anni col codino sulla nuca, un brillantino all’orecchio e zii pregiudicati da tirare fuori all’occorrenza assieme alle minacce che contenevano parole come “coltello”, “pistola”, ecc, ecc.
La vita giù era tutta una sottile violenza.
Quando da adolescente ci trasferimmo nelle Marche, pensai per lungo tempo che le persone fossero stupide.
Nelle Marche le persone sono molto tranquille.
Nelle Marche le persone hanno il privilegio di una vita al riparo dai soprusi.
E non sanno che tipo di fortuna sia.

(Credits: Frame from “Miss Violence“, 2013 by Alexandros Avranas)

Un uomo solo

Mentre guardi un porno nella luce bassa del tuo appartamento sei da solo.
In una zona interessante di Roma, come in un borgo di campagna sull’Appennino dell’Emilia Romagna.
Sei un personaggio famoso, o, un uomo interessante per i più.
Praticamente assente.
Rifuggi il mondo.
L’immagine di te. Non la sai.
Hai solo uno specchio fissato troppo in alto nel bagno e uno chiuso nell’armadio pieno di coperte e pochi abiti pressoché uguali.
Sei solo chi sei.
Sei solo.
Love will tear us spart.
Perché la camera da letto è così fredda?
Girato dalla tua parte
Il mio tempismo è così imperfetto?
Il nostro rispetto è così secco?

Pensi a un’altra-in-teoria, e non pensi nemmeno davvero a quest’altra che esiste solo come idea, di un passato, morto, morde come un torto. Le ragazze aperte sul monitor mostrano gli organi interni ed è solo un automatismo che ti porta a eiaculare. In nessun dove, in nessun modo la tua mente è presente. Un atto fisico dovuto, mentre sei solo nella tua casa, in un posto interessante di Roma o in un novembre gelido sull’Appennino.
Di quanti si immaginano te, non ti arriva nessun riflesso, non ti sfiora l’idea della possibilità.
Nemmeno una fica vera riuscirebbe a farti compagnia.
In fin dei conti, meglio esser soli.
In fin dei conti in casa non hai neanche uno specchio.

Una donna sopporta la sua solitudine immaginando un uomo.
Un uomo solo, è solo. Nella luce bassa della sua vuota casa.

Male

Non posso fare a meno di pensare a quelle cose lì.
Quando mi colpisce con la cinghia dei pantaloni, o con la frusta di cuoio, quando la carne della schiena mi brucia e le natiche iniziano a diventare viola, con quelle piccole macchioline sottopelle (così belle), non riesco a non pensare che a volte la gente viene torturata.
Non riesco a non pensare alla legge. Alla legge islamica che ti condanna a trenta frustate.
Cerchi di divertirti, e invece pensi a una condanna a trenta frustate.

E sai che quelle sono “solo” trenta perché sono capaci di farti morire: te le danno così forte che la pelle si apre. La carne lucida appare. Sgorga il sangue.
Con trenta frustate di un boia si può morire.
Allora penso che sono fortunata, che di frustate me ne piglio più di cento, ma sono date piano (anche se “piano” ti infiamma il nervo sciatico o provoca indurimenti del tessuto sottocutaneo) e allora mi sento in colpa.
Mi sento in colpa a farmi venire in mente certe cose.
Mi faccio venire in mente certe cose in cui la gente muore mentre io non morirò affatto, e, anzi, stiamo solo giocando.
Ma mi tappo le orecchie e mi metto le mani intorno alla testa mentre una paletta di cuoio mi batte. Chiudo gli occhi e me ne vado via da questo letto con la trapunta di fiori in una camera spoglia, di un posto un po’ rétro. Me ne vado in mezzo alla sabbia dei deserti umani. Me ne vado sotto una forca. Me ne vado. E sto ai piedi di un uomo arso: il suo cadavere nero, carbonizzato, come quello che ho visto mio malgrado una volta in TV.

Arrivano i colpi e a volte smetto di sentirli. Come mi tappo le orecchie, anche il dolore, assieme al suono, si fa ovattato: capisco. Capisco perché i bambini si tappino le orecchie e chiudano gli occhi se qualcosa non va. Capisco. Capisco che le cose brutte prima di arrivare al cervello e al cuore passano per i sensi.
E allora le orecchie, il naso, la bocca, gli occhi, vanno preservati. È così anche il dolore del corpo si smorza.
Si smorza quando lo copro col mio respiro. Come quello di un ruminante faccio sì che l’aria entri ed esca rumorosamente dentro me attraverso le narici ghiacciate e infuocate allo stesso tempo con un ritmo sempre uguale. A volte quel suono diventa foresta, altre sirena di un’autoambulanza. A volte lo stridore di una lepre ammazzata a bastonate in campagna.

E allora mi sento forte. Quando il dolore mi fa sussultare e i colpi successivi si fanno più sordi, mi dimentico di chi mi batte a mani nude o con strumenti singolari e me ne vado; fluttuo lontano col suono automatico del mio respiro, che sembra il pianto di un neonato idiota, che sembra il vento di tempesta, che sembra cose ridicole e mi rilasso. Non ci sono più. Non sono più su quel letto, sotto i colpi di quella mano.
Non ci sono più.
Non sono più l’uomo sulla forca.
Non sono la donna lapidata.
Non sono la bestia torturata.
A nessuno.
Questo non sta succedendo a nessuno.

Abbina.
Abbina sensazioni piacevoli a questo delirio.
Pensa all’aria tiepida.
Abbina.
Il dolore è una carezza e il bacio dato sul colpo partito troppo forte si confonde con il resto, mi fa trasalire, come una nuova scudisciata e le labbra sulla carne bruciano da impazzire.
Abbina.
Abbina i baci e le carezze al seguito di una punizione.
Confondi.
Confondi il piacere e il dolore che tanto già lo sai, il danno e fatto, un innesto è stato allacciato chissà quanto indietro nel tempo e non sai distinguere più la mano che ti fa una carezza da quella che ti percuote.
Mischia.
Mischia questo fuoco della carne con i piaceri del sesso: non fare più distinzione tra il culo che ti brucia per il cazzo che ti fotte o la mazza che ti batte.
Godi.
Cerca di venire con la corda che ti taglia. Ti taglia il clitoride, ruvida e stretta intorno alle anche mentre come un anaconda stringe sempre più il corpo tutto.
Vibra.
Come la canna nell’aria.
Unisci.
Ciò che è stato separato.
Lo sai che non puoi più venire senza farti del male.
Pensa.
Ventimila immagini di morte e tortura attraversano il campo visivo. E ti senti in colpa.

Dai! Di più! Dammene di più. Aumenta. Più forte.

Provare la milionesima parte di un dolore reale in maniera ordinata.
Espiare.
Una colpa non tua. Un peccato originale. Come stare al mondo da fortunati in un mondo di dannati.
Male, ancora più male. Fa male. Così male.

Vengo.

I feel love

Giorgio Moroder la sapeva lunga.

È un beat travolgente.
Si prepara.
Sale.
Sempre lineare. Identico, per la terza volta.
Aumenta.
Tempo.
È un acuto…
And I’m in love

SLASH!

È in posa da cowboy, in mutande, con gli occhiali da vista e la montatura dorata, preciso come un chirurgo, tiene il codino di cuoio tra pollice e indice, come fosse una freccetta, prende la mira e – SLASH! – sulla schiena.

Ooh, it’s so good, it’s so good
It’s so good, it’s so good
It’s sooooo good

Donna Summer rincara la dose, il vecchio pure.
Si prepara da capo.
Sale con il braccio.
Sempre lineare. Identico nelle movenze, ancora un volta.
Aumenta l’altezza.
Tempo.
Un piede avanti all’altro, il peso poggia sulla gamba destra. Giusto lo spazio tra la credenza e il divano, la distanza che intercorre tra lui e me. Si direbbero circa due metri, la lunghezza minima standard di una frusta.
Il synth fa un altro giro e il vecchio ne fa mezzo intorno al polso col cordino.
È pronto.

Ooh, fall and free, fall and free
Fall and free, fall and free
Fall and freeeee…

Una caduta libera. Verso la pelle della schiena. La corda finalmente svincolata dalla presa dell’uomo precipita sulla bianchezza della mia schiena.
Che ora non è più bianca.
È a righe, sghembe, soprattutto, macchiata ai lati, ai fianchi, con i lividi procurati dal guizzo terminale di ogni colpo.
E ad ogni colpo io provo amore. I feel love, mi innamoro della canzone, mi innamoro del dolore, dell’acuto, voce e puntura, che salgono fino al cervello, così pungenti e insostenibili che vuoi sentirli ancora, e ancora e ancora, e poi “Basta!” e “…no, ancora…” fino a quando un colpo più bastardo ti inarca la schiena e urli una bestemmia, allora il cowboy domestico senza pantaloni, con le ciabatte di gomma e i calzini bianchi si avvicina per accarezzarti le ferite, per dare un bacino sulla bua e subito dopo riporre la frusta cattiva che ti ha fatto tanto male.
Ripone la frusta cattiva.
“Adesso basta con la frusta. Adesso ti presento il signor Cane
Come se già non lo conoscessi…per favore…no…

WHEEEEP!

 

 

 

“I FEEL LOVE” – D. Summer, G. Moroder.

(Credits: Alex in a frame from Clockwork Orange, 1971, directed by Stanley Kubrick)

50 centesimi

Forza, avvocà, cinquanta centesimi, il cesso è là.
Cinquanta centesimi per quindici minuti, entriamo alla svelta, ci sono troppi occhi e le guardie laggiù.
Che schifo, avvocà. Sto posto disgusta anche te, anche te che mi hai domandato di pulirmi il culo con la lingua; questo posto disgusta anche te, te che adesso ti slacci i pantaloni, ti apri la camicia e affondi la tua faccia tra le mie natiche sudate.
Aspiri forte, tiri su col naso, ti piace, eh, avvocà?
Ti piace mettere la faccia nel culo di una che non hai visto mai, avvocà?
Dopo un giorno di lavoro, nei cessi della metro. Una che non hai visto mai. Ti allenti tutti i bottoni, appendi la giacca a questo muro infame, lo zaino con le tue cose, in ginocchio sul pavimento bagnato di candeggina fetida. In ginocchio da me.
Cinquanta centesimi e quindici minuti. La voce automatica elenca i servizi offerti dai bagni automatici autopulenti e tu senza guardarmi nemmeno in faccia sei già sotto la mia gonna. Mi annusi. Mi hai chiesto di non lavarmi per un po’.
È con infinito disprezzo che io ti porto le mie cosce sudate: io, almeno tre docce al giorno, io, mutande nuove più volte al giorno. Sperimento di fare schifo insieme a te, a te, che non t’ho immaginato mai prima d’ora.

Puliscimi con la lingua, avvocà, che mi brucia il culo. Pulisci bene con la lingua queste cosce nude che ho appoggiato sui sedili della metro. Beccati tutti i germi del caso, avvocà, fai schifo! Ti spingo la testa dentro, ti spingo meglio. Ti metto una mano sul collo, mi sa che è una carezza. Una carezza sulla nuca che regge una collana d’oro. Hai un ciondolo con una forma strana, indecifrabile. Ti accarezzo il petto. Sei giovane.
Segati avvocà, prendi il cazzo in mano mentre la fronte ti si imperla di sudore, perché nei cessi fa caldo, perché il mio odore ti inebria, e la voce automatica ricorda-che-abbiamo-ancora-a-disposizione-solo-cinque-minuti.
E vieni, avvocà, vieni forte e sborra sul pavimento bagnato di candeggina terribile. Sborra e macchia di bianco il suolo con la tua colla vinilica, densa, “La prossima volta ti metto incinta, ti sborro tutto dentro” mi dici, “Ma muori!” ti dico.
Lascia tracce in mezzo alla stanza, cospargi di seme un luogo pubblico e infilami la lingua in bocca mentre il fiume ancora a lente e reflue gocce ti sgorga dal pene.

Racconteremo ai nostri figli com’è stato il nostro primo bacio
Gli diremo che però prima hai leccato il buco del mio culo, e che non sapevamo nemmeno come ci chiamavamo
Ma io, non lo voglio mai sapere

Infila ancora la lingua in bocca a una sconosciuta, avvocà. Falle sentire il suo stesso sapore, quell’aroma di merda e amore e vedrai che lei ti ricambierà, offrendoti le labbra e la saliva. Vedrai che forse, domani, ti amerà.
Non te lo aspettavi, vero, avvocà?
Non te lo aspettavi proprio di trovare davvero qualcuno davanti ai bagni ad attendere. Ad attendere con un libro in mano e sotto la gonna niente, pronta ad accontentare le tue perverse coprofilie.
Quanto ti piace, eh, avvocà?
La prossima volta, forse, ti porto qualcosa da bere e da mangiare. Per adesso, ti basti anche così, senza sapere il mio nome, ma solo il gusto acre del mio sudore.
Tempo-scaduto. Si-prega-di-uscire.

 

 

 

(Credits: frame from “Trainspotting“, 1996 – directed by Danny Boyle)

Il contagio

Se chiudo gli occhi e non ti guardo, la tua lingua che striscia sotto i miei denti lasciandomi in bocca una patina di te, mi fa meno schifo.

Se mi tappo le orecchie mentre la tua mano mi batte ripetutamente le natiche e la carne va a fuoco, non fai più male.

Parrebbe che il suono acuisca la percezione del dolore.

E che la vista aumenti la nausea, quella ribellione dello stomaco che cerchiamo di soffocare quando con la mente pieghiamo il desiderio al dovere.

Se ti guardo dall’alto osservo quei maledetti denti sporgerti dal laido sorriso. Un omuncolo disgustoso, coi pochi capelli rimasti, ricci e capricciosi. Un omuncolo compìto, le lenti ovali e un taglio d’occhi luciferino.

Li odio quei tuoi occhiali dalla montatura fine e antiquata. Li odio quegli occhiali che ti rendono più vecchio, più brutto, più porco.

Se invece non ti guardo e sopporto i tuoi baci, se chiudo gli occhi e apro a stento la bocca, ho comunque voglia di morire. L’odore della tua saliva mi disgusta, e ti odio, ti odio quando mi lecchi la piega delle braccia o un punto imprecisato sulla coscia. Quando per lenire gli schiaffi dati a mano aperta mi depositi saliva fresca sulle natiche viola.

Preferisco quando mi stendi sulle tue ginocchia e cominci a colpire.

Lo preferisco. Perché il dolore passa, i colpi sono solo momenti che si possono scordare, ma la tua bava mi trapassa l’epidermide, il mio corpo l’assorbe, diventi parte di me e io mi contamino della tua orribile persona. Mi contagio della tua schifida saliva e divento tua.

Divento tua come dici. Divento tua come pretendi, come desideri.

Divento tua.

Come quando mi cingi tra le braccia e mi dondoli come una figlia. Come quando mi dici che ti affezioni e forse un giorno non mi picchierai più.

Ma io spero che mi picchi sempre.

Che mi picchi e basta.

Che mi picchi senza toccarmi.

Che mi picchi senza baciarmi.

I tuoi baci disgustosi.

Io spero che mi picchi e che ti facciano male alla svelta le mani, così ti stanchi e andiamo a comprare il gelato. Cioccolato amaro e limone.

Mi fanno un cono grande. Quando arrivo alla fine ho sempre voglia di vomitare.

Canti delle canzoni che conosci solo tu, canzonette di fine ‘800. Perché sei un vecchio di merda.

Urina

Accarezza la gamba bagnata di urina.
La tocca appena, con occhi socchiusi, per sentire qualche goccia che scende ancora.

***

Solo un paio di volte. Una studentessa. Due volte, sempre con lei
Ok

***

Se aspetti posso farlo ancora. Bevo un altro po’

***

Mi racconti qualcosa?
Sono di Latina. Faccio avanti e indietro
Io vivo qui da poco

***

Mi piace guardarti” le dice.
Si alza il vestito ancora un po’.

***

Avevo una ragazza con la quale facevamo alcuni esperimenti. Adesso è più una cosa così…ogni tanto…ho qualche fantasia
Capisco

***

Dimmi come vuoi che lo faccia

***

A casa da me non è possibile
Lo facciamo in strada?
No. Vieni a quest’indirizzo

***

Eccola. Arriva…
Un getto fuori controllo gli arriva in faccia. A volte alcune cose non seguono le leggi di gravità in modo così ferreo.
Oddio, scusami. Scusami tanto, scusami
Con le mani gli asciuga la faccia, gli toglie il piscio dalle labbra. Somigliano a delle carezze. Le due mani intorno al viso, come a tenerlo calmo.
Avrebbe voluto baciarlo.

***

Permesso?
C’è odore di pareti appena imbiancate.
Non c’è niente, solo il bagno. È sfitta. Sono un agente immobiliare. Se se ne accorgono mi cacciano

***

L’hai mai fatto?
Ho fatto tante cose

***

21.38: “Dimmi quando sei arrivata al 13 che ti apro
21.59: “Sono di sotto
21.59: “Ok, ora ti apro il portone
21.59: “Ok. Che piano?
22.00: “Quarto piano. Entrata?

***

Non ti preoccupare. Puoi sorseggiarlo a bordo vasca come se fosse un Martini. Hai tutto il tempo che vuoi
Sorride.
Il thermos è sul pavimento.

***

Niente di ché. Tu me la fai addosso, e io sto lì. Magari mi vorrei masturbare un po’, tutto qui
Ok. Mi tolgo le scarpe

***

Oddio, di nuovo…scusa…
Non importa. Va bene così
Chiude gli occhi e la bocca per non sentire il sapore del piscio. Forse però il cazzo diventa più duro. Una cosa nuova. L’asticella che si alza.

***

Tranquilla, non occorre che ti devasti. Se hai finito, basta
No, è che ho le mani piccole. Le mie dita non arrivano…altrimenti io potrei…potrei ancora
Un rumore d’acqua.

***

Le piace giocare col piede in quella pozza diventata ormai fredda.

***

Non mi sento un sottomesso. Mi piace proprio la cosa in sé. Il calore che scende

***

Ha la faccia assorta. Si tocca piano il cazzo piccolo. Forse non riesce a venire. Avrebbe voluto un po’ di pioggia in più.

***

Mi piacerebbe pisciarti sui vestiti e farti andare in giro così

***

In faccia non l’ho mai fatto ancora. Proviamo per adesso solo addosso

***

Devo bere molto the caldo. Prima di uscire di casa purtroppo non sono riuscita a trattenermi e l’ho fatta. Ora mi devo riempire di nuovo. Puoi aspettare un po’? Intanto parliamo

***

Qualcuno risponde all’annuncio?
In tante in realtà. Ho aperto una mail a caso. E sei uscita tu

***

Dice che sta per venire, e che ora può spostarsi.
Non si sposta.
Le ha poggiato una mano sul ginocchio, la testa reclinata sul suo stesso braccio. Le aveva accarezzato piano il polpaccio fradicio.
Dice che sta per venire.
Non è prudente stringergli la mano. Eppure.
Che senta che lei c’è. Con le dita gli preme nell’incavo del palmo.
C’è una pietà di andata e ritorno da una faccia all’altra.
Sembra quasi tenerezza.

***

Questi puoi gettarli di sotto nei cassonetti

***