Male

Non posso fare a meno di pensare a quelle cose lì.
Quando mi colpisce con la cinghia dei pantaloni, o con la frusta di cuoio, quando la carne della schiena mi brucia e le natiche iniziano a diventare viola, con quelle piccole macchioline sottopelle (così belle), non riesco a non pensare che a volte la gente viene torturata.
Non riesco a non pensare alla legge. Alla legge islamica che ti condanna a trenta frustate.
Cerchi di divertirti, e invece pensi a una condanna a trenta frustate.

E sai che quelle sono “solo” trenta perché sono capaci di farti morire: te le danno così forte che la pelle si apre. La carne lucida appare. Sgorga il sangue.
Con trenta frustate di un boia si può morire.
Allora penso che sono fortunata, che di frustate me ne piglio più di cento, ma sono date piano (anche se “piano” ti infiamma il nervo sciatico o provoca indurimenti del tessuto sottocutaneo) e allora mi sento in colpa.
Mi sento in colpa a farmi venire in mente certe cose.
Mi faccio venire in mente certe cose in cui la gente muore mentre io non morirò affatto, e, anzi, stiamo solo giocando.
Ma mi tappo le orecchie e mi metto le mani intorno alla testa mentre una paletta di cuoio mi batte. Chiudo gli occhi e me ne vado via da questo letto con la trapunta di fiori in una camera spoglia, di un posto un po’ rétro. Me ne vado in mezzo alla sabbia dei deserti umani. Me ne vado sotto una forca. Me ne vado. E sto ai piedi di un uomo arso: il suo cadavere nero, carbonizzato, come quello che ho visto mio malgrado una volta in TV.

Arrivano i colpi e a volte smetto di sentirli. Come mi tappo le orecchie, anche il dolore, assieme al suono, si fa ovattato: capisco. Capisco perché i bambini si tappino le orecchie e chiudano gli occhi se qualcosa non va. Capisco. Capisco che le cose brutte prima di arrivare al cervello e al cuore passano per i sensi.
E allora le orecchie, il naso, la bocca, gli occhi, vanno preservati. È così anche il dolore del corpo si smorza.
Si smorza quando lo copro col mio respiro. Come quello di un ruminante faccio sì che l’aria entri ed esca rumorosamente dentro me attraverso le narici ghiacciate e infuocate allo stesso tempo con un ritmo sempre uguale. A volte quel suono diventa foresta, altre sirena di un’autoambulanza. A volte lo stridore di una lepre ammazzata a bastonate in campagna.

E allora mi sento forte. Quando il dolore mi fa sussultare e i colpi successivi si fanno più sordi, mi dimentico di chi mi batte a mani nude o con strumenti singolari e me ne vado; fluttuo lontano col suono automatico del mio respiro, che sembra il pianto di un neonato idiota, che sembra il vento di tempesta, che sembra cose ridicole e mi rilasso. Non ci sono più. Non sono più su quel letto, sotto i colpi di quella mano.
Non ci sono più.
Non sono più l’uomo sulla forca.
Non sono la donna lapidata.
Non sono la bestia torturata.
A nessuno.
Questo non sta succedendo a nessuno.

Abbina.
Abbina sensazioni piacevoli a questo delirio.
Pensa all’aria tiepida.
Abbina.
Il dolore è una carezza e il bacio dato sul colpo partito troppo forte si confonde con il resto, mi fa trasalire, come una nuova scudisciata e le labbra sulla carne bruciano da impazzire.
Abbina.
Abbina i baci e le carezze al seguito di una punizione.
Confondi.
Confondi il piacere e il dolore che tanto già lo sai, il danno e fatto, un innesto è stato allacciato chissà quanto indietro nel tempo e non sai distinguere più la mano che ti fa una carezza da quella che ti percuote.
Mischia.
Mischia questo fuoco della carne con i piaceri del sesso: non fare più distinzione tra il culo che ti brucia per il cazzo che ti fotte o la mazza che ti batte.
Godi.
Cerca di venire con la corda che ti taglia. Ti taglia il clitoride, ruvida e stretta intorno alle anche mentre come un anaconda stringe sempre più il corpo tutto.
Vibra.
Come la canna nell’aria.
Unisci.
Ciò che è stato separato.
Lo sai che non puoi più venire senza farti del male.
Pensa.
Ventimila immagini di morte e tortura attraversano il campo visivo. E ti senti in colpa.

Dai! Di più! Dammene di più. Aumenta. Più forte.

Provare la milionesima parte di un dolore reale in maniera ordinata.
Espiare.
Una colpa non tua. Un peccato originale. Come stare al mondo da fortunati in un mondo di dannati.
Male, ancora più male. Fa male. Così male.

Vengo.

I feel love

Giorgio Moroder la sapeva lunga.

È un beat travolgente.
Si prepara.
Sale.
Sempre lineare. Identico, per la terza volta.
Aumenta.
Tempo.
È un acuto…
And I’m in love

SLASH!

È in posa da cowboy, in mutande, con gli occhiali da vista e la montatura dorata, preciso come un chirurgo, tiene il codino di cuoio tra pollice e indice, come fosse una freccetta, prende la mira e – SLASH! – sulla schiena.

Ooh, it’s so good, it’s so good
It’s so good, it’s so good
It’s sooooo good

Donna Summer rincara la dose, il vecchio pure.
Si prepara da capo.
Sale con il braccio.
Sempre lineare. Identico nelle movenze, ancora un volta.
Aumenta l’altezza.
Tempo.
Un piede avanti all’altro, il peso poggia sulla gamba destra. Giusto lo spazio tra la credenza e il divano, la distanza che intercorre tra lui e me. Si direbbero circa due metri, la lunghezza minima standard di una frusta.
Il synth fa un altro giro e il vecchio ne fa mezzo intorno al polso col cordino.
È pronto.

Ooh, fall and free, fall and free
Fall and free, fall and free
Fall and freeeee…

Una caduta libera. Verso la pelle della schiena. La corda finalmente svincolata dalla presa dell’uomo precipita sulla bianchezza della mia schiena.
Che ora non è più bianca.
È a righe, sghembe, soprattutto, macchiata ai lati, ai fianchi, con i lividi procurati dal guizzo terminale di ogni colpo.
E ad ogni colpo io provo amore. I feel love, mi innamoro della canzone, mi innamoro del dolore, dell’acuto, voce e puntura, che salgono fino al cervello, così pungenti e insostenibili che vuoi sentirli ancora, e ancora e ancora, e poi “Basta!” e “…no, ancora…” fino a quando un colpo più bastardo ti inarca la schiena e urli una bestemmia, allora il cowboy domestico senza pantaloni, con le ciabatte di gomma e i calzini bianchi si avvicina per accarezzarti le ferite, per dare un bacino sulla bua e subito dopo riporre la frusta cattiva che ti ha fatto tanto male.
Ripone la frusta cattiva.
“Adesso basta con la frusta. Adesso ti presento il signor Cane
Come se già non lo conoscessi…per favore…no…

WHEEEEP!

 

 

 

“I FEEL LOVE” – D. Summer, G. Moroder.

(Credits: Alex in a frame from Clockwork Orange, 1971, directed by Stanley Kubrick)

50 centesimi

Forza, avvocà, cinquanta centesimi, il cesso è là.
Cinquanta centesimi per quindici minuti, entriamo alla svelta, ci sono troppi occhi e le guardie laggiù.
Che schifo, avvocà. Sto posto disgusta anche te, anche te che mi hai domandato di pulirmi il culo con la lingua; questo posto disgusta anche te, te che adesso ti slacci i pantaloni, ti apri la camicia e affondi la tua faccia tra le mie natiche sudate.
Aspiri forte, tiri su col naso, ti piace, eh, avvocà?
Ti piace mettere la faccia nel culo di una che non hai visto mai, avvocà?
Dopo un giorno di lavoro, nei cessi della metro. Una che non hai visto mai. Ti allenti tutti i bottoni, appendi la giacca a questo muro infame, lo zaino con le tue cose, in ginocchio sul pavimento bagnato di candeggina fetida. In ginocchio da me.
Cinquanta centesimi e quindici minuti. La voce automatica elenca i servizi offerti dai bagni automatici autopulenti e tu senza guardarmi nemmeno in faccia sei già sotto la mia gonna. Mi annusi. Mi hai chiesto di non lavarmi per un po’.
È con infinito disprezzo che io ti porto le mie cosce sudate: io, almeno tre docce al giorno, io, mutande nuove più volte al giorno. Sperimento di fare schifo insieme a te, a te, che non t’ho immaginato mai prima d’ora.

Puliscimi con la lingua, avvocà, che mi brucia il culo. Pulisci bene con la lingua queste cosce nude che ho appoggiato sui sedili della metro. Beccati tutti i germi del caso, avvocà, fai schifo! Ti spingo la testa dentro, ti spingo meglio. Ti metto una mano sul collo, mi sa che è una carezza. Una carezza sulla nuca che regge una collana d’oro. Hai un ciondolo con una forma strana, indecifrabile. Ti accarezzo il petto. Sei giovane.
Segati avvocà, prendi il cazzo in mano mentre la fronte ti si imperla di sudore, perché nei cessi fa caldo, perché il mio odore ti inebria, e la voce automatica ricorda-che-abbiamo-ancora-a-disposizione-solo-cinque-minuti.
E vieni, avvocà, vieni forte e sborra sul pavimento bagnato di candeggina terribile. Sborra e macchia di bianco il suolo con la tua colla vinilica, densa, “La prossima volta ti metto incinta, ti sborro tutto dentro” mi dici, “Ma muori!” ti dico.
Lascia tracce in mezzo alla stanza, cospargi di seme un luogo pubblico e infilami la lingua in bocca mentre il fiume ancora a lente e reflue gocce ti sgorga dal pene.

Racconteremo ai nostri figli com’è stato il nostro primo bacio
Gli diremo che però prima hai leccato il buco del mio culo, e che non sapevamo nemmeno come ci chiamavamo
Ma io, non lo voglio mai sapere

Infila ancora la lingua in bocca a una sconosciuta, avvocà. Falle sentire il suo stesso sapore, quell’aroma di merda e amore e vedrai che lei ti ricambierà, offrendoti le labbra e la saliva. Vedrai che forse, domani, ti amerà.
Non te lo aspettavi, vero, avvocà?
Non te lo aspettavi proprio di trovare davvero qualcuno davanti ai bagni ad attendere. Ad attendere con un libro in mano e sotto la gonna niente, pronta ad accontentare le tue perverse coprofilie.
Quanto ti piace, eh, avvocà?
La prossima volta, forse, ti porto qualcosa da bere e da mangiare. Per adesso, ti basti anche così, senza sapere il mio nome, ma solo il gusto acre del mio sudore.
Tempo-scaduto. Si-prega-di-uscire.

 

 

 

(Credits: frame from “Trainspotting“, 1996 – directed by Danny Boyle)

Il contagio

Se chiudo gli occhi e non ti guardo, la tua lingua che striscia sotto i miei denti lasciandomi in bocca una patina di te, mi fa meno schifo.

Se mi tappo le orecchie mentre la tua mano mi batte ripetutamente le natiche e la carne va a fuoco, non fai più male.

Parrebbe che il suono acuisca la percezione del dolore.

E che la vista aumenti la nausea, quella ribellione dello stomaco che cerchiamo di soffocare quando con la mente pieghiamo il desiderio al dovere.

Se ti guardo dall’alto osservo quei maledetti denti sporgerti dal laido sorriso. Un omuncolo disgustoso, coi pochi capelli rimasti, ricci e capricciosi. Un omuncolo compìto, le lenti ovali e un taglio d’occhi luciferino.

Li odio quei tuoi occhiali dalla montatura fine e antiquata. Li odio quegli occhiali che ti rendono più vecchio, più brutto, più porco.

Se invece non ti guardo e sopporto i tuoi baci, se chiudo gli occhi e apro a stento la bocca, ho comunque voglia di morire. L’odore della tua saliva mi disgusta, e ti odio, ti odio quando mi lecchi la piega delle braccia o un punto imprecisato sulla coscia. Quando per lenire gli schiaffi dati a mano aperta mi depositi saliva fresca sulle natiche viola.

Preferisco quando mi stendi sulle tue ginocchia e cominci a colpire.

Lo preferisco. Perché il dolore passa, i colpi sono solo momenti che si possono scordare, ma la tua bava mi trapassa l’epidermide, il mio corpo l’assorbe, diventi parte di me e io mi contamino della tua orribile persona. Mi contagio della tua schifida saliva e divento tua.

Divento tua come dici. Divento tua come pretendi, come desideri.

Divento tua.

Come quando mi cingi tra le braccia e mi dondoli come una figlia. Come quando mi dici che ti affezioni e forse un giorno non mi picchierai più.

Ma io spero che mi picchi sempre.

Che mi picchi e basta.

Che mi picchi senza toccarmi.

Che mi picchi senza baciarmi.

I tuoi baci disgustosi.

Io spero che mi picchi e che ti facciano male alla svelta le mani, così ti stanchi e andiamo a comprare il gelato. Cioccolato amaro e limone.

Mi fanno un cono grande. Quando arrivo alla fine ho sempre voglia di vomitare.

Canti delle canzoni che conosci solo tu, canzonette di fine ‘800. Perché sei un vecchio di merda.

Urina

Accarezza la gamba bagnata di urina.
La tocca appena, con occhi socchiusi, per sentire qualche goccia che scende ancora.

***

Solo un paio di volte. Una studentessa. Due volte, sempre con lei
Ok

***

Se aspetti posso farlo ancora. Bevo un altro po’

***

Mi racconti qualcosa?
Sono di Latina. Faccio avanti e indietro
Io vivo qui da poco

***

Mi piace guardarti” le dice.
Si alza il vestito ancora un po’.

***

Avevo una ragazza con la quale facevamo alcuni esperimenti. Adesso è più una cosa così…ogni tanto…ho qualche fantasia
Capisco

***

Dimmi come vuoi che lo faccia

***

A casa da me non è possibile
Lo facciamo in strada?
No. Vieni a quest’indirizzo

***

Eccola. Arriva…
Un getto fuori controllo gli arriva in faccia. A volte alcune cose non seguono le leggi di gravità in modo così ferreo.
Oddio, scusami. Scusami tanto, scusami
Con le mani gli asciuga la faccia, gli toglie il piscio dalle labbra. Somigliano a delle carezze. Le due mani intorno al viso, come a tenerlo calmo.
Avrebbe voluto baciarlo.

***

Permesso?
C’è odore di pareti appena imbiancate.
Non c’è niente, solo il bagno. È sfitta. Sono un agente immobiliare. Se se ne accorgono mi cacciano

***

L’hai mai fatto?
Ho fatto tante cose

***

21.38: “Dimmi quando sei arrivata al 13 che ti apro
21.59: “Sono di sotto
21.59: “Ok, ora ti apro il portone
21.59: “Ok. Che piano?
22.00: “Quarto piano. Entrata?

***

Non ti preoccupare. Puoi sorseggiarlo a bordo vasca come se fosse un Martini. Hai tutto il tempo che vuoi
Sorride.
Il thermos è sul pavimento.

***

Niente di ché. Tu me la fai addosso, e io sto lì. Magari mi vorrei masturbare un po’, tutto qui
Ok. Mi tolgo le scarpe

***

Oddio, di nuovo…scusa…
Non importa. Va bene così
Chiude gli occhi e la bocca per non sentire il sapore del piscio. Forse però il cazzo diventa più duro. Una cosa nuova. L’asticella che si alza.

***

Tranquilla, non occorre che ti devasti. Se hai finito, basta
No, è che ho le mani piccole. Le mie dita non arrivano…altrimenti io potrei…potrei ancora
Un rumore d’acqua.

***

Le piace giocare col piede in quella pozza diventata ormai fredda.

***

Non mi sento un sottomesso. Mi piace proprio la cosa in sé. Il calore che scende

***

Ha la faccia assorta. Si tocca piano il cazzo piccolo. Forse non riesce a venire. Avrebbe voluto un po’ di pioggia in più.

***

Mi piacerebbe pisciarti sui vestiti e farti andare in giro così

***

In faccia non l’ho mai fatto ancora. Proviamo per adesso solo addosso

***

Devo bere molto the caldo. Prima di uscire di casa purtroppo non sono riuscita a trattenermi e l’ho fatta. Ora mi devo riempire di nuovo. Puoi aspettare un po’? Intanto parliamo

***

Qualcuno risponde all’annuncio?
In tante in realtà. Ho aperto una mail a caso. E sei uscita tu

***

Dice che sta per venire, e che ora può spostarsi.
Non si sposta.
Le ha poggiato una mano sul ginocchio, la testa reclinata sul suo stesso braccio. Le aveva accarezzato piano il polpaccio fradicio.
Dice che sta per venire.
Non è prudente stringergli la mano. Eppure.
Che senta che lei c’è. Con le dita gli preme nell’incavo del palmo.
C’è una pietà di andata e ritorno da una faccia all’altra.
Sembra quasi tenerezza.

***

Questi puoi gettarli di sotto nei cassonetti

***

Smettila

Un bambino d’improvviso urla un gioco.
Smettila!
Rompe il silenzio, crea a tutti un grande imbarazzo. Urla una frase a sproposito.
Il bambino avanti ne coglie la grandezza che noi avevamo mutato in vergogna, ne coglie la potenza e ripete la stessa cosa seppur con meno convinzione: è certo che sia geniale ma non così certo che anche lui possa esserlo in egual maniera. Ripete modesto quell’urlo di battaglia.
Il fascino.
Il fascino di un bambino più coraggioso di te.
È lo stesso di una donna su una pista da ballo che si lanci in una taranta e tu la resti a guardare certa che non potrai fare di meglio; ma non potrai nemmeno lontanamente eguagliarne lo slancio, non puoi: sei solo una bruttacopia.
Il fascino.

E ora smetti di chiamare tua sorella “amore” mentre tenti di insegnarle a giocare. Non hai che sette anni o otto al più. Smettila di chiamarla in modo tanto affettuoso; “amore”, come fanno i grandi, come hai sentito fare la mamma. Smettila perché così poi diventi grande anche tu e nessuno ti chiamerà più “amore”, nessuno ti chiamerà più “figlia”. Smettila perché mi infastidisci. Mi infastidisce questo lessico famigliare a me ignoto. Mi infastidisce questo amore fraterno. Mi infastidisce la cura che non ho avuto e che non ho mai offerto.
Smettila. Mi dai fastidio.

E mi viene in mente cos’era esattamente quella canzone. Suonava in casa tua mente eravamo a letto dopo aver fatto l’amore. Volevo chiederti cos’era ma dormivamo. Io un po’ meno. Avevo freddo.
È di qualche film?
Ma quale canzone?
Non so
Forse
Avevo ragione. Era di un film, e ora mi sono ricordata quale. Era di un film e in quella scena loro stavano in un night. Stavo proprio pensando ai night oggi, ecco perché ho quel pezzo in mente.
Sono sempre un po’ tristi le canzoni nei night, anche quando sono da discoteca.
Nelle luci blu, le troie, sempre, un po’, piangono.
E sono tristi le volte in cui tu dormi e io no. Perché non so chi sei. Perché non ti ho conosciuto mai.
Smettila di dormire. Esisti un po’ con me.

La nausea

1

Un treno sotterraneo nella capitale, verso l’ambasciata.
I sedili colorati hanno odore di molluschi, di gusci neri di cozze. Salate. Limone.
È inverno, c’è qualcosa che contraddice tutto.
Mi chiedo come mai su questi quattro sedili non ci sia seduto proprio nessuno. Proprio nessuno.
L’assenza, l’odore di mare, mi danno la nausea.
Forse è il pellame ecologico nuovo.

2

Ho appena udito un ragazzo per strada dire la frase “…lo scrocchiarello lo trovo più gustoso”.
Il suono di queste poche parole l’ho trovato così disturbante che ho avuto una specie di capogiro.
Mi ha riportato alla mente quella volta che un tipo strano a Macerata disse che una donna era morta e contemporaneamente ordinò al barista un bicchiere di Passerina e poi mi chiese, con voce altisonante “…e a lei piace, la Passerina?”.
Ebbi a star male.

3

A Termini è la terza volta che un tizio mi passa davanti. Non so se sia un sorriso o una specie di espressione deforme tipica di certe persone un po’ grasse. Ha i denti piccoli piccoli e le gengive a vista. Ha piccoli denti e gengive a vista, e deambula con questa sorta di paralisi facciale. Per tre volte mi passa davanti. Guarda qualcosa su un cartello con una paralisi facciale e piccoli denti. Mi ricorda il fidanzato di mia cugina: è una buona persona e per questo anche il tizio col sorriso stampato mi fa tenerezza, la stessa tenerezza che provo per quel fidanzato di quella mia cugina. È una buona persona.

4

Se penso alla vita di tutte le persone mi sento male.
Roma è una sopraffazione.
Troppi vecchi, troppi giovani, troppa gente, troppi poveri, troppe badanti, troppa tristezza invisibile, troppi guai silenti, troppi spacciatori, troppe forze dell’ordine. Troppi avventori nei bar che mi lasciano addosso una puzza di dolore e fatica, troppi pendolari sui bus che mi lasciano intorno una nube di germi e di paura.
Troppi zingari, troppi attori, troppe macchine parcheggiate e non c’è mai neanche un posto.
Se penso alla vita di tutte queste persone, la forza di sopravvivere mi annega nel nero Tevere. Se penso a tutte queste persone, io, non esisto più.

5

Gli stranieri mangiano spesso una mela quando sono in giro per le città.
Nonostante questo, non sono particolarmente in forma.
Parlano un inglese che non riesco a capire. Allora cerco di guardare il labiale per comprendere qualcosa ma mi soffermo sulla mela. La addentano. La masticano. Qualcosa sotto la mia lingua inizia a produrre molta saliva: i denti mi stridono, una sensazione di acidità mi gonfia lo stomaco e le ghiandole dietro le orecchie iniziano a farmi male.
La frutta mi fa male.
Non capisco bene l’inglese.

6

Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così in altre città. Gli uomini a Roma capiscono che stai passando e ti guardano tutti in faccia.
Cercando esattamente qualcosa sul tuo volto e tu non glielo darai ad avere. Continuerai a guardarli in faccia suggerendo che forse sì, ci hanno visto giusto, ma resterai impassibile come a dire che no, si stanno sbagliando: non eri tu, sono solo loro, loro e basta. Sono loro che ti vogliono, sono loro che ti guardano e tu non sei che un passante coi capelli biondi e senza occhiali da sole. Sono loro a fare pensieri impuri e non eri tu ad averli suggeriti.
Gli uomini a Roma ti guardano in faccia accettando di essere loro, di essere loro e non tu, e solo grazie a questo tacito accordo puoi lasciare che ti guardino e puoi guardare loro senza che succeda mai nulla, senza che nessuno crei imbarazzo a nessuno.
Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così per altre città.