Traffico

Immanuel, Dio mio! Sono diventata come quelli che dicevi tu.
Sono in auto, e faccio traffico.
Sono in auto, guido piano.
Non ho voglia di tornare a casa.
Sono come tutti quelli che dicevi tu. Quelli che dopo il lavoro hanno qualcosa da cui non vorrebbero tornare e non possono, non possono non tornare, non possono andare da nessun’altra parte: né bar, né rotatoria su cui posteggiare e aspettare che il traffico si dissipi, che faccia notte, che i semafori diventino fissi a giallo lampeggiante, che le persone spariscano. Non possono restare in macchina per sempre o addormentarsi al volante, né prendere una via che porti in campagna, una via non segnata, per far perdere per sempre le tracce e di loro, non se ne saprebbe niente mai più.
Immanuel. Sono sulla strada di casa che mi allontana dal tuo domicilio.
Faccio la conta dei benzinai, dei pub ancora chiusi lungo le statali nere, disabitate. Faccio mente locale sui posti che conosco, in cui vorrei rintanarmi per sparire tra le righe di “Un amore”, per farmi fare compagnia dalle ragazze a basso costo che sono umane come me, vestite mediocremente come me.
Immanuel, vienimi a prendere. Oppure no, resta dove sei. Sono una donna che ti piace, ma non ti piace di certo più del vino.
Resta dove sei, che diventerei presto un’auto bloccata nel traffico anche in direzione opposta, nella direzione tua.
Resta dove sei.

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Sole bianco

Dopo aver letto i primi scritti di Caproni.
C’è il sole bianco sul paese. “Un sole d’acqua”, come dicevano i vecchi al sud.
Entro nell’arco durante la controra.
Una signora si volta. Passo. Cohen piano dal finestrino semiaperto.
Some women wait for Jesus, and some women wait for Cain.
Continuo a guardarla per un attimo dallo specchietto. Non c’è un’anima.
Tranne un uomo al bancomat.
Un allarme.
Un allarme demente risuona nella piazza, a vuoto. Tutto è immobile. Meno che io. Meno che lui. Meno che la signora.
Sono stata io? Ho commesso qualche infrazione?
È stato lui? Ha fatto esplodere la cassa continua e portato via i soldi?
Guarda verso il cielo d’insù della chiesa, e si dispiega il suono, oltre la torre della Rocca.
Nessuno.
Comunque meglio andarsene.
In questo paese il sole è bianco e non c’è nessuno, anche i Carabinieri se ne sono andati. La caserma è solo un palazzo vuoto con un cancello chiuso e una luminaria azzurra di Natale. Spenta.
Chi arriverà per controllare?
Questi cittadini.
In una poesia di Caproni.
Che parla delle albe e dei tramonti e dei soli d’inverno. Che parla di finestre sui campi. Siamo gente di campagna pure noi.
Gente senza sole che l’abbandona pure gesucristo.
Sui sampietrini di un paese nella controra. D’inverno.
When Jesus was the honeymoon
And Cain was just the man
.

LAST YEAR’S MAN – Leonard Cohen

568.000 chilometri

Del resto non si tratta di fare molta strada.
Un numero accettabile di curve, e rettilinei noti. I punti luminosi che sono la fabbrica, il ristorante, l’hotel, le pompe di benzina. Rotatorie.
Del resto ci metterai solo quindici o venti minuti.
Non si tratta di fare molta strada.

Sono in macchina da sola.
Sono in macchina con chiunque.

Sono abituata a fare le strade di notte.
La macchina va per conto suo, ha cinquecentosessantottomila chilometri e passa.
A furia di non fare poi molta strada.
Qui viviamo in campagna. Nessuno che mi riaccompagni spesso a casa.

Tornerò a casa.
Farò altre poche curve prima della salita, infine, vedrò l’ingresso del garage.
Non ho paura.
Ma solo perché non mi volto mai indietro.

L’altra notte mi è capitato di pensare alla strada che mi lasciavo alle spalle. Alla strada che smetteva di essere illuminata dai fari al mio passaggio.
Un mare nero.
La strada che percorro sparisce, annega, si dissolve in un mare nero.
Smette di esistere. E fa paura.
Ero io, fino a pochi minuti fa, in quei punti che ora se ne restano nel nero più profondo, nel silenzio. Ero io, là, e non avevo paura. Non avevo paura solo perché guardavo sotto il mio naso, là dove picchia la luce dei fendinebbia e non ho mai, dico, MAI avuto la visione globale di tutta la strada, avanti, e indietro.
La visione dall’alto. Come un uccello. La visione di tutti i chilometri.

Come ho potuto essere tanto sola? Sono stata sola dal chilometro zero a quello di arrivo.
Sola. Con la lampadina in fronte. A rassicurarmi sull’abisso. Come un cavallo felice e sciocco che galoppa incurante verso un burrone. La carota appesa in fronte.

Andrea

Andrea. Ne è passato di tempo.
Se faccio l’autostrada e arriva Gato Barbieri, suona il sax, e Antonello Venditti me dice che “c’è posto”, io ti amo come tanti anni fa.
Se la malinconia a Modena è per l’ultima festa dell’Unità, se quel sogno comunista è ormai finito, ci trema la pancia alla stessa maniera. Penso a Roma, penso al tempo primo e ultimo di quel mio sogno di unità insieme a te. Un’unità discontinua, disunita, separata, da troppi anni e troppe cose e troppi chilometri.
È Coca-Cola fredda nella gola.
Andrea. Come il Cucciolo Alfredo, quando ogni tanto mi coglie impreparata e sono in autostrada, mi fa tenerezza nel cuore la tua faccia di bimbo-corvo dagli occhi belli. Mi fa tenerezza la tua tenerezza, mi faccio tenerezza io, in quegli anni lì, che forse ero più bella di sempre solo perché totalmente folle.
Un amore.
Brancaleone. La Barchetta. I miei vestiti di stracci. Il gelato sotto il grande Colosseo.
Andrea.

Inappropriato

Canta, questo è l’inno alla gioia, canta insieme a noi!
Apri il tuo cuore alla speranza che non muore mai!
Vieni tra la gente che chiede un prato verde dove c’è
un fratello nuovo che cerca il fiore della libertà!

Dicono che è per onorare il ragazzo morto nell’attentato di Strasburgo.
La suonano pure su Radio3. Dicono che si stringono tutti attorno alla comunità di Trento.
Ma come si può dedicare un inno di gioia a un morto?
La speranza che non muore mai. E lui è morto. È appena morto. Esattamente. Facendo morire tutte le speranze che erano state tenute accese dallo sparo alla nuca alla constatazione del decesso.
Un inno alla gioia.
Il fiore della libertà.
Grottesco. Italia, lo ritieni appropriato?
Era da due mesi che non ascoltavo più Fahrenheit. La Lipperini ha una voce che esprime cordoglio e penso che quella musica non vi si addica.
Leggono l’incipit de “Il giovane Holden”. Un libro che non ho mai amato. È che l’ho incontrato troppi anni fa, quando i libri erano mattoni, quando non sapevo leggere né scrivere, quando ero vuota come una vasca da bagno sradicata dal muro e rovesciata su di un lato. Non può contenere niente, nemmeno se ce lo butti dentro.
Era Giorgio che mi aveva detto di leggerlo, e io speravo di trovarci una chiave di grandezza, che so…speravo di crescere e di diventare improvvisamente il saggio Holden, ma Holden è giovane e giovane resta. Un romanzo di formazione in cui non si forma proprio niente, perlomeno non io. Non è cambiato nulla in me, non è avvenuto un accadimento. Non è accaduto niente, tranne che Giorgio non c’è più, è morto, e se anche oggi io rileggessi Salinger e improvvisamente capissi qualcosa, non potrei presentarmi a lui e dirgli “Grazie per l’acqua. Sono cresciuta come una pianta”.
A Radio3 le persone parlano con voci ipnotiche. Con accento spesso del nord. Con la erre moscia. Con una serietà a cui non sono abituata.
Ieri ero in macchina, a quest’ora, ed era giorno chiaro e senza sole, perché stava tramontando. Entravo in una galleria, e uscivo da una galleria, e il colle era fiorito di neve. Colfiorito all’improvviso, era bianco e nero. Bianco e nero. Con alberi scuri e pieni di capelli a fare la parte dell’acquatinta e del segno ammorbidito dal retroussage sulla Rosaspina bianca.
Colfiorito un’incisione.
Puoi guidare nella giornata chiara e senza sole, in mezzo a una stampa calcografica. Nel silenzio delle colline. Attraversare i viadotti. Bucare le montagne. Tu. Un tir. Le montagne. Puoi essere una persona delle montagne. Pensare a quell’uomo che chiami “il vecchio”, ma che vecchio non è, e che ha il colore di questa neve e la durezza delle rocce. Puoi pensarlo senza mai dirglielo, ed essere una solida montagna pure tu.
Puoi guardare dritto davanti a te, ore dodici, poi curvare e smettere di guardare la strada per incantarti in un pezzo minimo di cielo che è rosa, a righe violente, fluorescenti, e viola, e azzurro, come una strisciata di pittura densa, data con una pennellessa secca, ispida, di setola di porco. Un’apparizione di colore in mezzo al bianco, in mezzo alla strada, in mezzo al silenzio severo di questi paesaggi umbro-marchigiani.
Come si permette? Come si permette il Padreterno di fare questi miracoli per nessuno? Di far apparire la Madonna in un luogo in cui non ci sono pastori a guardare? Come si permette il cielo di coprire il sole e sputartelo in faccia solo ora che tramonta?
Come osa distrarre gli automobilisti nella neve?
Non è appropriato.
Torno da un posto in cui ero già stata qualche anno fa. Mi ero persa nella campagna di Marsciano, non so come. Mi ritrovo anni dopo nello stesso posto. Lo riconosco. E non so come.
Quella volta era estate, faceva caldo. Ora no.

Come un chirurgo

Come un chirurgo che ha gli arnesi giocattolo.
Dici che mi sai operare.
Sul tavolo, aperta, ti tremano le mani perché non sai più che fare. Questa roba che ho esposta brilla, rantola, non più del tutto viva. Il torace e il ventre aperti, dalla gola alla cavità dell’utero: tutta una donna intera, non più intera, tutto un essere umano bagnato di te, dell’anima tua così simile alla mia. Ci hai messo le mani dentro fino ai gomiti: vedere queste cose somiglia alla morte.
Sul tavolo aperta, c’è sporco sulle tue mani. Non sai più che fare.
Sul tavolo resto distesa.
Ci sono pezzi che non sai più in che posto stavano. Ti restano in mano come avanzi, eppure credo di non poter vivere senza quelle cose lì, che una volta erano dentro, che abbiamo voluto vedere da vicino.
Resti più immobile di me che non sono più viva. Con gli attrezzi in mano. Il mio cuore in mano. Mi guardi senza espressione.
Era più complesso di quanto pensassimo.
Tienilo in mano. Stritolalo più di una volta al secondo, fallo battere artificialmente. Se me lo ridai, lo lascerò addormentare.

Io vi odio tutti

Io vi odio tutti.
Italiani e non.
Io odio i napoletani e il fatto di avermi dato i natali. Io vi odio perché credete di essere furbi e invece siete solo un branco di ignoranti disonesti e conformisti.
Io odio i marchigiani e il fatto di avermi adottata tra loro. Io vi odio perché siete mosci, perché mi date a noia e non brillate per niente al mondo.
Io odio i romani e la loro parlata cafona. Io vi odio perché parlo come voi, perché mi scambiano sempre per una di voi.
Io odio i milanesi ben vestiti coi mocassini e le ballerine. Io vi odio perché sembrate tutti impiegatucci statali ligi al dovere e le vostre metropolitane funzionano proprio per questo, dimostrando come le cose non possano mai essere al contempo buone e anche belle.
Io odio i veneti e i loro soldi. Io vi odio perché siete contadini arricchiti e avete la finezza della zappa nonostante giriate nei SUV anzichè sui trattori.
Io odio i neri e la loro assenza di empatia. Io vi odio perché quando mi urtate per sbaglio in strada non mi guardate neanche in faccia e avete gli occhi vuoti come quelli dei bovini.
Io odio gli slavi e i loro coltelli. Io vi odio perché quando siete ubriachi di notte c’è da averne una fottuta paura, perché siete pericolosi e vi vendereste le vostre madri e le vostre sorelle.
Io odio gli spagnoli perché si vestono di merda, odio gli inglesi perché hanno i denti marci. Odio i francesi che odiano tutti gli altri e odio i tedeschi perché mangiano cibo fetido. Odio i rumeni perché sgommano coi Mercedes scassati, odio i cinesi perché non si fanno mai un giorno di ferie, odio i mussulmani perché ci giudicano ferocemente, odio i vegani perché è difficile invitarli a cena. Poi odio i cristiani invasati perché con loro la logica fallisce e la dialettica soccombe. Odio i macrobiotici perché hanno divise antisesso, facce antisesso, voci antisesso e pensieri elevati allo stadio del tubero, odio gli ebrei perché sono i migliori, odio i froci perché sono tutti riconoscibili come se avessero una scritta a led piantata in fronte.
Odio gli egocentrici come me, odio gli ignoranti come me, odio i creativi falliti come me, odio i rumorosi come me, odio i terroni nordizzati come me, odio gli anaffettivi come me, odio quelli tozzi come me, odio chi non sa le lingue come me.
Io vi odio quando siete una categoria.
Ma io vi amo tutti. A uno a uno.
Io vi amo per nome e cognome.
Io vi amo e vi odio, mi amo e mi odio. Ed è tutto vero: ogni stereotipo è vero.
Mi fate pena, mi faccio pena, ingredienti squisiti in questo brodo disgustoso, finiamo per marcire in una ricetta scadente allungata con acqua putrida e dado Star.

 

 

(Credits: Cover art from “Grinderman 2” – Nick Cave and Grinderman)