Bestia

Che pena.
Che pena mi fa l’animale, quando mi dimentico della sua esistenza.
Quando per un intero giorno non gli dò da mangiare, quando non gli apro la porta, non gli faccio una carezza sulla testa nemmeno con un piede.
Che pena mi fa quell’animale solo. Al buio. Quando di notte devo rinchiuderlo in stanza per l’ennesima volta.
Che pena mi fa vederlo masticare con foga dopo ore di digiuno e con una fame abominevole per mia trascuratezza. Pena mi fa, a spegnergli la luce mentre si ciba: mi auguro che ci veda anche al buio. Chissà se poi resta immobile, paralizzato dalla mia assenza.
Non penso mai a quell’animale domestico. Quando lo guardo, quando alla sera mi ricordo che esiste per puro accidente, solo perché è riuscito a evadere e, pericoloso, me lo ritrovo tra le gambe, la sua gioia immotivata, il suo saltarmi intorno, ignorato, dimenticato…mi fanno pena.
Che pena che mi fa il bisogno d’attenzione e d’amore.
Che pena mi fa un essere che non amo.

Annunci

A priori

Come sono entrati in scena tua sorella e tuo padre?
Ho ricordi eterni.
Nell’infanzia tutto è dato.
Una madre esiste ben prima che tu possa aprir gli occhi e vederla.

Sono entrata in casa tua in un tempo così prematuro che nemmeno lo ricordo.
Eravamo già in grado di parlare? Tu certamente non del tutto.
Come una seconda famiglia, tua madre, tu.
Poi ricordo che c’erano una sorella e un padre.
Quando li ho incontrati per la prima volta?
Cosa mi hanno detto queste persone già grandi?
Si sono presentate? O mi hanno accettato in casa come la presenza di una nuova pianta, come un nuovo, anonimo vaso al centro della tavola?
Mi hanno presa come un dato di fatto con fare passivo?
Mi hanno dato considerazione?
Come ho conosciuto tua sorella?
Era in casa da sempre?
E tuo padre? L’avevo veramente mai visto prima che compissi sette o otto anni?
Si era mai mostrato, o era sempre e solo quell’uomo che dormiva di pomeriggio e poi usciva fino a tarda notte?
Io ricordo la sua ombra, ma forse, a quell’epoca, non avevo mai visto la sua faccia.
Me lo ero mai immaginato? Mi ero mai interrogata sul suo aspetto?
In quanto “padre”, lo avevo per caso sognato con l’unica immagine possibile di padre che avevo in mente (ovvero quella di mio padre)? Può essere?
Avevo per lui ricamato una faccia? Era minimamente verosimile?
Quando l’ho visto per la prima volta, mi ha per caso stupito vedere che non ti somigliava affatto?
Avevo idea, allora, del concetto di somiglianze familiari?

Quando sono apparsi tua sorella e tuo padre per la prima volta?

Vite mozze

Com’è brutta la vita di noi campagnoli.

Oggi c’era luce. Mi sono messa il profumo alla camelia, quello che odora come odorano le vecchie. Le vecchie signore per bene. Guidavo la macchina e in una curva mi sono stretta nella spalla sinistra, Avalanche di Leonard Cohen, mortifera, pesante come un’ala del demonio, ho sentito il profumo. Mi era sembrato che fosse domenica, una di quelle domeniche in cui devi andare a un matrimonio mentre la vita in paese procede regolare. La vita regolare, tu al matrimonio. Un giorno di festa solo per qualcuno. La luce delle tre del pomeriggio.
Poi tutto è andato storto.
Noi campagnoli non possiamo nemmeno stampare un documento di sabato pomeriggio: non ci sono copisterie, e le tabaccherie non hanno i computer, l’edicola ha finito il toner, il fotografo è per davvero al matrimonio di qualcuno. Chiuso.
Tutto è andato storto.

Un cameriere a Termini è stato l’unico che mi abbia chiesto se andava tutto bene e se volevo un bicchiere d’acqua.
Mentre piangevo mi nascondevo gli occhi con una mano e con l’altra gli ho mostrato il pollice per intendere che era tutto ok.
Non è stata una buona idea venire qua da sola. Nessuno che parli la mia lingua, fa freddo. Nessuno che mi porti un po’ d’acqua.
Non è stata una buona idea recarsi a Roma quella volta. Avrei dovuto evitare di ammalarmi così.
Gli occhiali si appannano mentre piango e guidare non è sicuro. Però non ho nient’altro da fare se non piangere e guidare.
A Roma ero un’altra persona. La campagna ti uccide.

Com’è brutta la vita di noi campagnoli.
Non conosci davvero niente. Non hai mai visto niente.
Le persone sono misere in ogni organo, in ogni loro esperienza mozza; i cuori arati da rumorosi macchinari agricoli e non sanno cos’è l’amore intellettuale. Non sanno cos’è una donna che non sia stata loro compagna di scuola alle medie.
Le case in vent’anni non sono cambiate. Uno davanti a me gira a sinistra: mi ricordo dello scuolabus e di quella strada sterrata che imboccava in questo esatto punto. Spiavo le vite degli altri. E sono rimasta qua. Davanti a questa finestra.
A volte vado a Roma, mi ammalo e torno. Sempre qua. In questo paese che non cambia, che non muore, ma non soffre.

Sei bellissima” mi ha detto quello mentre aveva nel mio corpo l’orgasmo più lungo della sua vita. “Sei bellissima“, ma solo perché lui non era granché. Probabilmente non ne ha mai avuta una migliore o è proprio vero che in certi momenti sono la più bella di tutte, perché rido, perché strillo come un vitello, o perché gli occhi miei svaniscono assieme all’ossigeno se mi mettono le mani intorno al collo.
Sei bellissima“, ma mi veniva da piangere perché non me lo aveva mai detto nessuno che contasse davvero per me. Non me lo ha mai detto nessuno. Che contasse.
Non avrei mai creduto, quando ero bambina, di potermi trovare in un garage al buio in un posto che non conosco, con uno strobo colorato puntato sul pavimento. E in quel garage penso esattamente a me bambina. Non lo avrei mai potuto immaginare.
Sono a mio agio. Uno mi continua a ripetere che sono bella, un altro mi dice che ora ha capito perché non ho un ragazzo. Ha capito. Ora è chiaro. Il terzo mi chiede di non farne parola con nessuno.
Vorrei che mi spezzassero le ossa per non sentire il cuore.
Ma sono ancora in piedi.
La musica da discoteca, così incongruente con me. Tutti loro. Incongruenti con me.
Resto pulita e rara.
Sono migliore di voi.

E invidio la vita di chiunque altro.
Il 36 mi perseguita. Ivan, Paolino.
Di sicuro qualcuno mi odia, non lo avevo valutato mai.
Il sabato resto sempre da sola.
Il cinese. L’autogrill.
Diego mi ha detto che ho una vita incredibilmente piena.
Ma lui è un ragazzo di campagna con la vita mozza. Lui non sa.

Sono ancora molto giovane. Il mio cuore reggerà a lungo a tutta questa solitudine?

(Credits: incisione di Giovanni Fattori)

Almeno noi

Io guardavo la bottiglia dell’acqua minerale senza gli occhiali per prendere una distanza dal mondo. Dario guardava la mia testa appoggiata al suo mento.
Il tizio di fronte guardava il vuoto. Sul tavolo un panino, una birra, un flacone di medicine. Due pillole nella mano.

Dario. La vita è una merda.
Non voglio sopravvivere.
A volte lo penso anche io.
Non in quel senso. Dicevo, che non mi basta il mero sopravvivere. 
Ah. No, io intendevo…no, niente.

Mi stringe un braccio. L’acqua minerale è finita. Gli amici se ne sono andati. Siamo rimasti soli, non vedevo Dario da un anno.

Almeno…almeno noi non siamo costretti a calarci gli psicofarmaci con un sorso di birra. Lo vedi? Lo vedi? Come fissa ancora il muro. Il panino si starà raffreddando.

Gli occhi orientali di Dario diventano un po’ strabici quando sbigottisce. Diventa più bello. Guarda la cena del tizio. Guarda l’aspetto del tizio. Mi stringe un braccio.

Vale, sì. La vita è una merda.

(Credits: “Camden Town”, a fashion story shot by Miles Aldridge for “Numéro”)

Smettila

Un bambino d’improvviso urla un gioco.
Smettila!
Rompe il silenzio, crea a tutti un grande imbarazzo. Urla una frase a sproposito.
Il bambino avanti ne coglie la grandezza che noi avevamo mutato in vergogna, ne coglie la potenza e ripete la stessa cosa seppur con meno convinzione: è certo che sia geniale ma non così certo che anche lui possa esserlo in egual maniera. Ripete modesto quell’urlo di battaglia.
Il fascino.
Il fascino di un bambino più coraggioso di te.
È lo stesso di una donna su una pista da ballo che si lanci in una taranta e tu la resti a guardare certa che non potrai fare di meglio; ma non potrai nemmeno lontanamente eguagliarne lo slancio, non puoi: sei solo una bruttacopia.
Il fascino.

E ora smetti di chiamare tua sorella “amore” mentre tenti di insegnarle a giocare. Non hai che sette anni o otto al più. Smettila di chiamarla in modo tanto affettuoso; “amore”, come fanno i grandi, come hai sentito fare la mamma. Smettila perché così poi diventi grande anche tu e nessuno ti chiamerà più “amore”, nessuno ti chiamerà più “figlia”. Smettila perché mi infastidisci. Mi infastidisce questo lessico famigliare a me ignoto. Mi infastidisce questo amore fraterno. Mi infastidisce la cura che non ho avuto e che non ho mai offerto.
Smettila. Mi dai fastidio.

E mi viene in mente cos’era esattamente quella canzone. Suonava in casa tua mente eravamo a letto dopo aver fatto l’amore. Volevo chiederti cos’era ma dormivamo. Io un po’ meno. Avevo freddo.
È di qualche film?
Ma quale canzone?
Non so
Forse
Avevo ragione. Era di un film, e ora mi sono ricordata quale. Era di un film e in quella scena loro stavano in un night. Stavo proprio pensando ai night oggi, ecco perché ho quel pezzo in mente.
Sono sempre un po’ tristi le canzoni nei night, anche quando sono da discoteca.
Nelle luci blu, le troie, sempre, un po’, piangono.
E sono tristi le volte in cui tu dormi e io no. Perché non so chi sei. Perché non ti ho conosciuto mai.
Smettila di dormire. Esisti un po’ con me.

Specchio e mannaia

Quando mi dissero che avevo qualcosa dentro, il mio corpo cambiò.
D’improvviso iniziai a sentire tutta la malattia che in verità non avevo.
Un corpo nuovo.

Iniziai a dormire la notte e a provare un dolore acuto dal lato opposto.
Non avevo mai provato nessu fastidio; quando mi dissero che avevo qualcosa in petto, il petto iniziò a farmi male.
La precisa coscienza di qualcosa che va storto dentro. Ma non così esatta, tanto da far dolere la parte sana al posto di quella compromessa.
Dormire dentro il proprio corpo aveva assunto un significato differente. Non avevo mai dormito esattamente dentro il mio corpo. All’improvviso, sì.
Un dolore acuto dal lato sbagliato, il mal di testa.

Quando mi dissero che avevo una piccola cosa dentro e non si sapeva bene cosa fosse, la mia mente cambiò.
Iniziai a specchiarmi, a sollevare quell’ammasso di ghiandole e grasso e per la prima volta in vita mia, rabbrividii all’idea che potessero amputarmi.

Per tutta la vita, da quando il seno mi è cresciuto, da quando a 11 anni i capezzoli avevano incominciato a formarsi in modo strano sotto la maglietta aderente color carne a collo alto smanicata che mamma mi aveva comprato, avevo inconsciamente o lucidamente sognato di prendere un coltello e tagliarmi.
Mi sentivo molto a disagio con quella maglia addosso: era come essere nudi. Avevo 11 anni e un ragazzo di 18 voleva mettersi con me.
Era per quella anomalia nel petto.
Mi sent(iv)o deforme.

Poi le cose sono andate peggio. Il seno non mi è cresciuto più di tanto ma le areole sì. Ricordo che da piccola vidi su un giornaletto porno esposto in un’edicola una bionda con le tette molto grosse, come quelle di una mucca da latte. Aveva i capezzoli inesistenti ma le areole rosa e ampie, molto ampie, troppo. Decisamente.
Pensai che mi facevano schifo. Che mai avrei voluto avere un seno così. Mai.
Diventò esattamente così. Solo che non crebbe molto. Restò piccolo ma con le caratteristiche di due enormi tette sfinite da lattanti luciferini e affamati.
Ci rimasi molto male.

Specchio e mannaia.

Quando mi specchio a torso nudo sogno di tagliarle via.
Quando mi specchio a torso nudo non riesco a vedere un corpo. Non so cosa vedo.
Non so cosa vedo.

Tagliare.
Tagliare.
Tagliare.

Ho ripetuto come un mantra davanti allo specchio. Tutte le sere. Tutte le mattine.
Ho ripetuto un desiderio di amputazione.

Quando mi dissero che avevo una cosa dentro, lo specchio, improvvisamente, cambiò.
Continuava a mostrare un abominio di corpo, una cosa che non mi sembrerà mai umana, una cosa più vicina alla tristezza e all’animale che all’erotismo, e cercavo di individuare in quella bruttura la forma del male. Cercavo una responsabilità, un appiglio, un dolore ulteriore, un colpevole.
Ma quella cosa era un fatto piccolo, davvero piccolo.
Un fatto così piccolo che non lo avevo mai sentito con le mani.
Lo aveva sentito il dottore con gli strumenti. E avevo provato dolore.
Mi ha parlato di operazioni, di asportazioni.

Dottore. Un vuoto. Una cicatrice. Un vuoto. Riempire con la plastica. Essere peggio di prima.

Quando mi dissero la parola “togliere”, guardandomi allo specchio poi ho solo pensato di voler restare così come sono.

Così come sono.
Brutta.
Ma integra.
Così come sono.
Deforme.
Ma non deturpata.
Così come sono.
Così come sono.

Hanno detto che mi lasciano così. Che me le lasciano attaccate. Che non mi aprono. Che non mi tolgono. Che non mi sfregiano.
Perché non è niente, non è assolutamente niente.
Era forse solo il mio desiderio di mannaia. Ripetuto ogni mattina per vent’anni davanti allo specchio, che aveva quasi funzionato.