Ti ricordi com’era?

Iva, tu te lo ricordi com’era tra noi due? Intendo dire…essere innamorati.
Ti ricordi la notte e l’astronave?
Joni Mitchell non mi è piaciuta mai e tu sapevi rendere aliena ogni cosa.
Ti ricordi com’era essere distanti e poi incontrarsi e scopare con quella roba potente che dilaga in corpo? Tu, un lungo e grosso serpente che mi trapassa lo stomaco e mi fa trasalire, così come le stigmate e il fuoco sacro che mi partiva dalla bocca e arrivava ai ginocchi, una lunga biscia rosso sangue, come lingua di lava a corrodermi il corpo. Ero allergica a te.
Ti ricordi com’erano i libri? Tondelli e Houellebecq, Janet Frame, comprati in piazza della Repubblica a Firenze o a Porta Portese in mezzo al mucchio.
Ricordi Bill Viola e le mandorle di traverso nella gola?
Oppure indovinare John Zorn e altre musiche che non avevo mai udito, facendo un ragionamento sullo stile, su cosa poteva essere che attraversava l’America fino a sapere di oriente.
Ti ricordi com’era?
Andare al Lidl a comprarmi i croissant al burro, a comprarmi ogni cosa, e io non volevo niente, odio il Capitalismo, odio gli oggetti inutili ma erano (la liquirizia, i rotoli di scotch e le spugnette colorate da cucina) la forma del tuo amore. La Settimana Enigmistica nuova ogni volta, tu che sai fare i cruciverba al contrario.
Ti ricordi?
Io non più.
Non ricordo com’è essere innamorati di un uomo, degli stessi libri, della stessa musica, delle stesse devianze, le fissazioni. Non ricordo più com’è. Nessuno si rivela, nessuno mi strugge. La gente è uno scrigno chiuso per non soffrire, la gente è qualcuno che si nega e io non mi posso innamorare.
Tu?
Tu ti sei innamorato un’altra volta?
Ce l’hai una donna con cui soffri per un film? Ce l’hai un’altra che abbracci, di notte, mentre atterra l’astronave? Che a guardarla negli occhi parte una musica nella stanza?
Joni Mitchell la senti con qualcun’altra?

Ictus

È bella e in piedi come sempre. Solo che ha il volto massacrato e alcuni tubi che le escono dal naso e dalla bocca. Carne chiara e capelli ossigenati. Non mi guarda neanche, vira come un manichino verso sinistra.
Riesce di nuovo a camminare ma mi dicono che non parla ancora.
E stanotte non parlo neanche io.
Le parole sono faticose, come se si trattasse di spezzare il cuoio di una museruola con la sola forza delle piccole giunture che uniscono mascella e mandibola. E le gambe, anche, sono dure come gesso. Grandi come tronchi ben piantati. Non mi muovo più.
Qualcosa è occorso nel mio corpo e non me ne sono accorta. Un attimo prima ero normale, poi tutto a un tratto sono lenta, così come devono apparire gli esseri umani ai fantasmi che si muovono alla velocità dei quanti: ognuno deve far fatica per ascoltare le mie parole. Chiedo aiuto. Temo che mi sia esplosa una piccola vena nella testa.
Accorrono solo zio e zia. Loro di drogati ne sanno qualcosa, e io temo che mi abbiano messo qualcosa in un cibo, qualcosa che non mi fa più essere normale. Accorrono solo zio e zia. Che sollievo. Loro peraltro conoscono anche questo tizio, un ex spacciatore (non troppo ex) che adesso fermenta birra.
Ma non possono farmi niente. Infine mi lasciano al mio stato quasi vegetale, capace solo di inorridire interiormente.
Un uomo intanto mi afferra, mi stringe a sé, sento la sua urina in mezzo alle mie cosce. Mi arrendo.

(Credits: Apollo e Dafne, 1622-1625 – Gian Lorenzo Bernini. Museo e Galleria Borghese)

Un carico sporgente

Stai con me.
Pure se dormi e non mi guardi.
Stai, nella mia stessa stanza, mentre io faccio altro, leggo un libro, cucino la nostra cena.
Stai con me anche se sei stanca e non facciamo l’amore perché il mondo è stretto e non c’è un posto per il nostro tempo insieme.
Stai con me mentre lavoro alle mie cose, mentre porto avanti i miei progetti, mentre fallisco ogni ambizione.
Stai con me seduta durante una lezione. Durante le uscite coi miei amici.
Stai con me anche se non siamo sole, se l’altra gente si fa domande.
Stai con me sul tram, in macchina. Cantiamo insieme una canzone, portami a un concerto, mi piacerà, mi piaci.

Stai con me quando è inverno e hai i calzini di lana pieni di polvere raccolta dal pavimento. Stai quando fuori pare che non ci sia altro e, benché ci sia poco anche dentro queste quattro mura, ho l’impressione di essere totale se il tuo corpo occupa lo stesso spazio che occupa il mio.
Non abbiamo molto, ma la tua presenza inerte, mentre dormi sul divano e io ti guardo, o sto di spalle, riempie le orecchie e la pancia.
Perché se tu non stai con me, fisicamente presente, amarti è un’altra cosa, fatta di angoscia, una cosa di ceramica scura ornata di crepe. È come un vaso antico pieno d’acqua difficile da trasportare. È un peso che mi affligge se so che tu sei lontana, perché se anche mi pensi, se porti in testa lo stesso vaso col mio nome, io ho paura, ho paura che a una di noi due cada e si rompa in mille pezzi, e che l’acqua, come un’immagine di un volto non più importante, evapori e tu non sapresti più chi sono io per te. Se il mio vaso si rompe, io non esisto più. Né in te, né per me.
Allora stammi vicino, tengo saldamente il vaso sulle mie spalle e con lo sguardo sorreggo anche il tuo: se ti fisso mentre dormi sono certa, resterà in equilibrio e sognerai di me. Quando tornerai tra gli uomini vigili l’avrò reso ancora più colmo d’acqua e ti sentirai greve ma al contempo felice di aprire gli occhi e trovarmi lì, di spalle, ad essere il tuo carico sporgente, un macigno pericoloso, in bilico, sul cuore tuo.

(Credits: Room in New York, 1932 – Edward Hopper, Sheldon Museum of Art)

Fantasma

Ieri notte ho pensato a mio padre. E l’ho guardato come una persona nuova.
Un estraneo col quale non ho mai vissuto insieme.
Eppure oramai sono venti anni che condividiamo la stessa casa, la tavola. Tutto.
Sono venti anni ma più potente è stata l’assenza lungo l’infanzia.
Un estraneo.
Due volte al mese per quarantotto ore.
Ma non uno sconosciuto. Di lui conoscevamo esattamente ogni cosa, anche quelle che non gli appartenevano in sostanza. Mamma lo ha saputo modellare e insegnarcene la forma. Solo un estraneo. Estraneo alle nostre abitudini. “Uno da fuori”. Fuori dalle mura domestiche. Fuori dalla città.
Era davvero parte della nostra famiglia? Ma se non ci conosce neppure…
Uno che va e viene per lavorare. Per farci crescere senza vederci crescere.
Chissà com’era, ogni volta tornare e vedere quel bebè trasformarsi in mio fratello. Vestiti nuovi che non gli aveva comprato. Un figlio. Chissà.

Ieri notte ho pensato a mio padre. E l’ho guardato con quella mancanza con cui lo pensavo quando avevo otto anni. Quel desiderio di incontrarlo finalmente e conoscerlo. Dormire insieme nella stessa casa, guardarlo in pigiama, sicura che sarebbe rimasto. Senza più una valigia. Seduto. Disteso. A riposo. La porta è chiusa.
Da oltre venti anni viviamo insieme. Eppure se penso a lui è come uno spettro: come se non avessimo mai fatto qualcosa insieme. Come una figura distante. Come il fantasma tanto amato dei racconti di mamma della mia infanzia.

Non ricordo bene com’è la vita di oggi. Ma vedo esattamente la vita in cui non c’eri. Ti sei fatto trasparente. Chissà com’è.

Proteggimi

Padre, proteggimi dalle tentazioni, da questo mondo scintillante, lucido, liscio (viscido) e perfetto che mi attira sé.
Proteggimi dalle mie brutture, fammi diventare onesta e vera, una pietra di basalto nera, non mi scalfiranno coi loro bisturi di acciaio e punte di diamante per compromettere ogni cosa.
Padre, salvami dal commercio, dalla disponibilità economica degli altri, dalle automobili di lusso, dalle lingue false e dai tentacoli dei topi di città.
Padre, tienimi lontana dall’America che qui tutti i sogni sono possibili ma si realizzano a caro prezzo, si perde la dignità, si perde la libertà. Si smette di somigliare a te.
Prima o poi mi faranno altre labbra e denti nuovi: per adesso questo angolo mancante tra gli incisivi mi riconduce alla tua faccia dalla fronte corrugata, occhi piccoli e chiari, come me, come te.
Ho visto una figlia che non somigliava a sua madre, nel reparto psichiatrico del Gemelli: arti anoressici, sopracciglia tatuate e labbra al silicone; pensieri confusi, parole a caso, e un contegno tenuto in piedi dalla cintura chiusa stretta intorno al costato.
Padre, proteggimi dalle false ambizioni, dagli impostori, dalle fatture non emesse, dalle banche, dalle giacche con le cravatte, dai luoghi esclusivi, dai deliri di onnipotenza, dalla tentazione alla deferenza.
Proteggimi dalla politica e dalle logiche di mercato, dove il povero è merce e il suo corpo il fatturato.
Proteggimi dalla seduzione delle vie del centro, fa’ che non ambisca mai al lusso, alle cose smisurate, fa’ che io abbia il metro a misura della mia apertura: da un polso all’altro, perché possa sempre portare la Croce che mi daranno per procura.
Proteggimi dai falsi miti, dall’illusione di tutto, perché tutto è illusione e ciò che sapevo non è mutato, ciò che sapevo è confermato: la vita è un circolo e non si ascende, i suoi soci hanno vantaggi esclusivi che nessuno è disposto a dividere con altra gente.

Un uomo solo

Mentre guardi un porno nella luce bassa del tuo appartamento sei da solo.
In una zona interessante di Roma, come in un borgo di campagna sull’Appennino dell’Emilia Romagna.
Sei un personaggio famoso, o, un uomo interessante per i più.
Praticamente assente.
Rifuggi il mondo.
L’immagine di te. Non la sai.
Hai solo uno specchio fissato troppo in alto nel bagno e uno chiuso nell’armadio pieno di coperte e pochi abiti pressoché uguali.
Sei solo chi sei.
Sei solo.
Love will tear us spart.
Perché la camera da letto è così fredda?
Girato dalla tua parte
Il mio tempismo è così imperfetto?
Il nostro rispetto è così secco?

Pensi a un’altra-in-teoria, e non pensi nemmeno davvero a quest’altra che esiste solo come idea, di un passato, morto, morde come un torto. Le ragazze aperte sul monitor mostrano gli organi interni ed è solo un automatismo che ti porta a eiaculare. In nessun dove, in nessun modo la tua mente è presente. Un atto fisico dovuto, mentre sei solo nella tua casa, in un posto interessante di Roma o in un novembre gelido sull’Appennino.
Di quanti si immaginano te, non ti arriva nessun riflesso, non ti sfiora l’idea della possibilità.
Nemmeno una fica vera riuscirebbe a farti compagnia.
In fin dei conti, meglio esser soli.
In fin dei conti in casa non hai neanche uno specchio.

Una donna sopporta la sua solitudine immaginando un uomo.
Un uomo solo, è solo. Nella luce bassa della sua vuota casa.

Male

Non posso fare a meno di pensare a quelle cose lì.
Quando mi colpisce con la cinghia dei pantaloni, o con la frusta di cuoio, quando la carne della schiena mi brucia e le natiche iniziano a diventare viola, con quelle piccole macchioline sottopelle (così belle), non riesco a non pensare che a volte la gente viene torturata.
Non riesco a non pensare alla legge. Alla legge islamica che ti condanna a trenta frustate.
Cerchi di divertirti, e invece pensi a una condanna a trenta frustate.

E sai che quelle sono “solo” trenta perché sono capaci di farti morire: te le danno così forte che la pelle si apre. La carne lucida appare. Sgorga il sangue.
Con trenta frustate di un boia si può morire.
Allora penso che sono fortunata, che di frustate me ne piglio più di cento, ma sono date piano (anche se “piano” ti infiamma il nervo sciatico o provoca indurimenti del tessuto sottocutaneo) e allora mi sento in colpa.
Mi sento in colpa a farmi venire in mente certe cose.
Mi faccio venire in mente certe cose in cui la gente muore mentre io non morirò affatto, e, anzi, stiamo solo giocando.
Ma mi tappo le orecchie e mi metto le mani intorno alla testa mentre una paletta di cuoio mi batte. Chiudo gli occhi e me ne vado via da questo letto con la trapunta di fiori in una camera spoglia, di un posto un po’ rétro. Me ne vado in mezzo alla sabbia dei deserti umani. Me ne vado sotto una forca. Me ne vado. E sto ai piedi di un uomo arso: il suo cadavere nero, carbonizzato, come quello che ho visto mio malgrado una volta in TV.

Arrivano i colpi e a volte smetto di sentirli. Come mi tappo le orecchie, anche il dolore, assieme al suono, si fa ovattato: capisco. Capisco perché i bambini si tappino le orecchie e chiudano gli occhi se qualcosa non va. Capisco. Capisco che le cose brutte prima di arrivare al cervello e al cuore passano per i sensi.
E allora le orecchie, il naso, la bocca, gli occhi, vanno preservati. È così anche il dolore del corpo si smorza.
Si smorza quando lo copro col mio respiro. Come quello di un ruminante faccio sì che l’aria entri ed esca rumorosamente dentro me attraverso le narici ghiacciate e infuocate allo stesso tempo con un ritmo sempre uguale. A volte quel suono diventa foresta, altre sirena di un’autoambulanza. A volte lo stridore di una lepre ammazzata a bastonate in campagna.

E allora mi sento forte. Quando il dolore mi fa sussultare e i colpi successivi si fanno più sordi, mi dimentico di chi mi batte a mani nude o con strumenti singolari e me ne vado; fluttuo lontano col suono automatico del mio respiro, che sembra il pianto di un neonato idiota, che sembra il vento di tempesta, che sembra cose ridicole e mi rilasso. Non ci sono più. Non sono più su quel letto, sotto i colpi di quella mano.
Non ci sono più.
Non sono più l’uomo sulla forca.
Non sono la donna lapidata.
Non sono la bestia torturata.
A nessuno.
Questo non sta succedendo a nessuno.

Abbina.
Abbina sensazioni piacevoli a questo delirio.
Pensa all’aria tiepida.
Abbina.
Il dolore è una carezza e il bacio dato sul colpo partito troppo forte si confonde con il resto, mi fa trasalire, come una nuova scudisciata e le labbra sulla carne bruciano da impazzire.
Abbina.
Abbina i baci e le carezze al seguito di una punizione.
Confondi.
Confondi il piacere e il dolore che tanto già lo sai, il danno e fatto, un innesto è stato allacciato chissà quanto indietro nel tempo e non sai distinguere più la mano che ti fa una carezza da quella che ti percuote.
Mischia.
Mischia questo fuoco della carne con i piaceri del sesso: non fare più distinzione tra il culo che ti brucia per il cazzo che ti fotte o la mazza che ti batte.
Godi.
Cerca di venire con la corda che ti taglia. Ti taglia il clitoride, ruvida e stretta intorno alle anche mentre come un anaconda stringe sempre più il corpo tutto.
Vibra.
Come la canna nell’aria.
Unisci.
Ciò che è stato separato.
Lo sai che non puoi più venire senza farti del male.
Pensa.
Ventimila immagini di morte e tortura attraversano il campo visivo. E ti senti in colpa.

Dai! Di più! Dammene di più. Aumenta. Più forte.

Provare la milionesima parte di un dolore reale in maniera ordinata.
Espiare.
Una colpa non tua. Un peccato originale. Come stare al mondo da fortunati in un mondo di dannati.
Male, ancora più male. Fa male. Così male.

Vengo.