Cioran sulla tavola

È una sensazione strana riuscire a stare ancora da soli, a Roma, il venerdì sera.
Da soli, in osteria. Con il baccalà fritto e Cioran in mano.
Un tavolaccio in legno senza tovaglia.
Un pezzo di pesce bianco, come si usava in Casa Carmen e Casa Miranda.
È una sensazione strana riuscire a stare ancora da soli, nella città più grande che c’è.
La musica di Rory Gallagher mi fa sentire innamorata anche se ora, io, non amo proprio nessuno. Nemmeno se penso all’ultimo che mi ha fatto seccare gli occhi. Che non è troppo lontano da qui.
Il pesce non ha nemmeno una parte grigia, come spesso succede ai merluzzi. Nemmeno una parte amara, e amaro è solo il calice di Cioran, ma non basta, nemmeno lui basta a spegnere questa mia immotivata euforia. Se solo mi vedesse, qui, con l’esaltazione pura e impura, in parte dedicata al baratro, alle sue parole-rivelazione di un mondo insensato che da sempre concepisco come tale, e dall’altra per la bellezza di esistere, a questo tavolo, davanti a un merluzzo, come se contasse davvero qualcosa. Mi disprezzerebbe Emil, ma io lo comprendo davvero (a tratti). Anzi, non ne comprendo neanche una parola, ma mi illumina di buio ogni suo aforisma. Come lampi di luce nera in mezzo a niente, a dar chiarore al niente, come un quadro di Malevič in nero, eppure.
Eppure lui funziona come una poesia. Non potresti mai dire che abbia ragione, la sua non può essere assunta come filosofia ragionevole, nessun uomo è così buio da perdere ogni barlume di speranza, ogni uomo, in fondo, sceglie la vita sopra al suicidio, ogni uomo, in fondo, scrive e non si ammazza. Ogni uomo fa la Storia, anche quando si oppone alla Storia. Cioran conosce e conoscere è l’errore supremo. Cioran è l’anti Cioran.
Come poter dire che non ha perfettamente ragione, e nello stesso momento, vivendo, affermare l’esatto contrario, davanti a questo pezzo di baccalà, su un tavolaccio disadorno, in mezzo alla folla? Ma il mio è un modo per imitarlo. Faccio come te.
È una sensazione strana riuscire a leggere Cioran a Roma, il venerdì sera, da soli, dentro un’osteria, maledicendo me stessa come sempre, con un irrefrenabile moto di pianto, dentro, e un’esaltante sensazione di dinamismo verso il nulla. Andremo a cadere dentro il dirupo che abbiamo scavato, Emil.

Che importa se io osservo questo albero stupendo dalla mia finestra sul Pigneto? Cosa conta se resto prolungatamente nell’aria notturna per imprimerlo meglio nei fossi dei miei occhi?
Domani si muore, la Storia finisce, l’albero no, e nessuno saprà mai com’era quella bestia verde alla mia finestra. Domani si muore, il Tempo finisce eppure non posso fare a meno di guardare a lungo l’albero verde, di leggere Cioran e dire che (non) aveva ragione, di mangiare qualcosa.

György Ligeti – Atmosphères

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Le ragazze

Le ragazze hanno i capelli bagnati.

Sottili, sciolti, fino alle spalle. Hanno i capelli senza piega, di paglia, al ritorno dall’allenamento.

Hanno i borsoni tutti uguali. Hanno la tuta in acetato nero con una scritta rosa. Hanno le labbra turgide dell’adolescenza, assieme ai nasi grossi, ai capelli umidi, a gli apparecchi per i denti. Sono brutte.

Le ragazze sono tutte uguali. Qualcuna ha più seno delle altre, è più alta, qualcuna ha una voce più roca.

Salgono in treno. Un tragitto di un’ora. Di ritorno dagli allenamenti. Un’ora di treno, qualcosa tra Roma e Perugia; parlano già il dialetto dell’entroterra. Si fanno un’ora di treno coi capelli bagnati in una sera di maggio che sembra ottobre. I capelli pian piano si seccano, penso alla cervicale, alla sinusite, mi addormento.

Mi svegliano il terrore di aver perso la fermata e i cellulari delle ragazze con una canzone di Calcutta. E intanto tutte le strade mi portano ad altre campagne…

Il treno è vuoto. Ci sono solo loro. La scuola. Mamma e papà. Il pompon di pelouche rosa portachiavi. Sopracciglia rifatte e facce senza trucco. Lentiggini. I borsoni tutti uguali. I capelli bagnati.

(Credits: Picture from Fototeca “Le Gru”, unknown artist)

Non si può dire

Di Roma non si può scrivere niente.

Non si può proprio scrivere niente di Roma. È un posto in cui si vive.

Per scrivere occorre tempo e solitudine. Occorre una finestra sul niente, nessun passante, mai.

Occorre essere dimenticati da tutti, avere un posto in cui sedere ignorati dagli altri, in un bar di campagna, senza personale, col barista deceduto da 6 anni, nessuno spirito presente.

A Roma non senti mai latrare i cani e le capre all’improvviso.

Ma non senti nemmeno le star del cinema o le soubrette appassite della televisione girare negli hotel alla ricerca di qualche marchetta. Ci sono, ma non le senti. Non senti nessun rumore di quella città che sulla carta è tanto diversa dalla campagna, dalla Marca sporca da cui si fugge, dal silenzio totale delle notti di montagna. Nessun rumore di capitale, di metropoli al pari di Londra, Parigi, New York.

Non senti il Papa affacciarsi al balcone, perlomeno, non lo senti che dalla tv. Ma alla domenica a Roma non si accende la tv. È giorno di riposo.

Di Roma non si può scrivere proprio niente e mi viene in mente solo ora che sono tornata per un attimo in mezzo all’Appennino, tra i colli umbri.

Qui invece si può dire tutto.

I treni sono vuoti e a maggio c’è la nebbia.

Quale occasione migliore per inventare un romanzo del non vivere?

Macerata non può essere

Tanta acqua.

Il barbone magrebino mi ospita presso il suo cartone.

Prendo un tram qualsiasi pur di non prendere la pioggia; il 19 non passava all’andata. E neanche al ritorno.

Polpacci gelati, jeans bagnati.

È una serataccia ma il freddo sta solo fuori. Dentro, la vita ribolle. Non basta neanche Cioran a spegnermi.

Non come a Macerata.

Una folla di stranieri maleodoranti di aglio e sudore. Stipati tutti assieme in un tram. Oggi un nero ha tentato di abbracciarmi in mezzo alla strada.

Mi asciugo, a casa. Mi faccio una tazza di latte bollente. Accendo Radio 3. Di notte passano sempre quei componimenti astratti coi fiati che sembrano suonare uno spartito sbagliato.

Mi sembra Macerata. Il Lauro Rossi. La rassegna Nuova Musica quand’è aprile.

E invece no. Non può essere. Perché il freddo é solo fuori.

Non basta la pioggia.

Non basta il sax tremendo.

Non basta Cioran.

Macerata non può essere.

(Credits: grafica locandina trentennale Rassegna Musica Nuova, Lauro Rossi, Macerata)

Limbo

Quando penso a qualcuno che non c’è più mi viene in mente la figura di una persona alla quale hanno impedito di parlare.
Come se non gli fosse stato realmente impedito di vivere, ma solo di parlare.
Come se potesse ancora deambulare, ma senza dire.
Come se vivesse, a occhi chiusi.
Come se gli fosse stato ordinato di dormire.
A volte mi capita di vedere Hub e di immaginare soltanto la sua voce, con quello strano accento olandese e l’intelligenza discreta di un brav’uomo.

A volte mi capita di vedere Hub ma so che sta dentro una bara. Prima però lo hanno tirato fuori dalle lamiere e sono convinta che non sia più lo stesso.
Ma quando io lo vedo, ha gli occhiali ancora intatti. I vetri non sono infranti, nemmeno il domani. Non è fuoriuscito quello che aveva dentro la pancia e la camicia è la stessa, macchiata, di qualche giovedì fa.

Quando penso che un giorno, (forse domani) anche io come Hub sarò impossibilitata a parlare, a sentire il gusto pungente dell’aceto, o quello asprigno delle fragole non del tutto mature, mi faccio impressione.
Mi fa impressione tutto ciò che ha un senso, adesso. Tutto ciò che ha un suono, un sapore, una consistenza sensibile.
(Poi, di colpo, non lo avrà).
Sarò obbligata in un limbo senza parole. Potrò solo deambulare. Lentamente. Non dirò una parola, nessuno mi sentirà e non capirò del tutto quello che succede. Avrò la stessa espressione contrita di Hub che da sotto i suoi occhiali tenta di guardarsi il corpo e di capire “Perché non parli?” e di conoscere questa nuova incorporea lentezza.

Chi muore non è più ma aleggia più vivo dei vivi nei fantasmi delle coscienze altrui.
Non un angolo di strada da vedere, non un sentimento.
Limbo.

Urina

Accarezza la gamba bagnata di urina.
La tocca appena, con occhi socchiusi, per sentire qualche goccia che scende ancora.

***

Solo un paio di volte. Una studentessa. Due volte, sempre con lei
Ok

***

Se aspetti posso farlo ancora. Bevo un altro po’

***

Mi racconti qualcosa?
Sono di Latina. Faccio avanti e indietro
Io vivo qui da poco

***

Mi piace guardarti” le dice.
Si alza il vestito ancora un po’.

***

Avevo una ragazza con la quale facevamo alcuni esperimenti. Adesso è più una cosa così…ogni tanto…ho qualche fantasia
Capisco

***

Dimmi come vuoi che lo faccia

***

A casa da me non è possibile
Lo facciamo in strada?
No. Vieni a quest’indirizzo

***

Eccola. Arriva…
Un getto fuori controllo gli arriva in faccia. A volte alcune cose non seguono le leggi di gravità in modo così ferreo.
Oddio, scusami. Scusami tanto, scusami
Con le mani gli asciuga la faccia, gli toglie il piscio dalle labbra. Somigliano a delle carezze. Le due mani intorno al viso, come a tenerlo calmo.
Avrebbe voluto baciarlo.

***

Permesso?
C’è odore di pareti appena imbiancate.
Non c’è niente, solo il bagno. È sfitta. Sono un agente immobiliare. Se se ne accorgono mi cacciano

***

L’hai mai fatto?
Ho fatto tante cose

***

21.38: “Dimmi quando sei arrivata al 13 che ti apro
21.59: “Sono di sotto
21.59: “Ok, ora ti apro il portone
21.59: “Ok. Che piano?
22.00: “Quarto piano. Entrata?

***

Non ti preoccupare. Puoi sorseggiarlo a bordo vasca come se fosse un Martini. Hai tutto il tempo che vuoi
Sorride.
Il thermos è sul pavimento.

***

Niente di ché. Tu me la fai addosso, e io sto lì. Magari mi vorrei masturbare un po’, tutto qui
Ok. Mi tolgo le scarpe

***

Oddio, di nuovo…scusa…
Non importa. Va bene così
Chiude gli occhi e la bocca per non sentire il sapore del piscio. Forse però il cazzo diventa più duro. Una cosa nuova. L’asticella che si alza.

***

Tranquilla, non occorre che ti devasti. Se hai finito, basta
No, è che ho le mani piccole. Le mie dita non arrivano…altrimenti io potrei…potrei ancora
Un rumore d’acqua.

***

Le piace giocare col piede in quella pozza diventata ormai fredda.

***

Non mi sento un sottomesso. Mi piace proprio la cosa in sé. Il calore che scende

***

Ha la faccia assorta. Si tocca piano il cazzo piccolo. Forse non riesce a venire. Avrebbe voluto un po’ di pioggia in più.

***

Mi piacerebbe pisciarti sui vestiti e farti andare in giro così

***

In faccia non l’ho mai fatto ancora. Proviamo per adesso solo addosso

***

Devo bere molto the caldo. Prima di uscire di casa purtroppo non sono riuscita a trattenermi e l’ho fatta. Ora mi devo riempire di nuovo. Puoi aspettare un po’? Intanto parliamo

***

Qualcuno risponde all’annuncio?
In tante in realtà. Ho aperto una mail a caso. E sei uscita tu

***

Dice che sta per venire, e che ora può spostarsi.
Non si sposta.
Le ha poggiato una mano sul ginocchio, la testa reclinata sul suo stesso braccio. Le aveva accarezzato piano il polpaccio fradicio.
Dice che sta per venire.
Non è prudente stringergli la mano. Eppure.
Che senta che lei c’è. Con le dita gli preme nell’incavo del palmo.
C’è una pietà di andata e ritorno da una faccia all’altra.
Sembra quasi tenerezza.

***

Questi puoi gettarli di sotto nei cassonetti

***

A San Claudio

Te lo sarìsti mai creso?
Cinquant’anni fa.
A San Claudio de Curidonia.
Che avrìsti consegnato la merce a lu stranieru.
Te lo sarìsti mai creso che li cinesi putìa rraprì li ristorandi su stu postu, jo pe ssé cambagne? Qua non ce conosce gnisciù.

Ti alzi alle cinque da una vita per consegnare l’acqua in bottiglia. Dalle sei alle otto e trenta hai già finito le tue consegne col furgone dal rimorchio aperto, le casse a vista, bollicine scoppiettanti, il vetro tintinna.
Lo avresti mai creduto che oggi, tu entri col carrello e molte casse d’acqua, in un ristorante cinese all’ora di pranzo?
Consegni l’acqua al forestiero. La fattura compilata. Ti dà i suoi vuoti a rendere.
Lo avresti mai creduto che chi ti accoglie è una donna che si fa chiamare “Maria“, ma il suo salone è una pagoda, draghi alle colonne, un acquario grande un’intera parete.
Si fa chiamare Maria solo per somigliare meglio alla moglie tua: un nome facile che tu sia in grado di ricordare, che ti sia possibile capire.
Maria.
Una Madonna coi capelli neri e gli occhi piccoli, gonfi, come mandorle spellate. Una Madonna che non sorride mai, come quelle del medioevo.
Ti accoglie un’assurda donna d’Oriente vestita alla tirolese: ha un’età indefinibile e questa pezza verde e nera con finiture porpora che le arriva fino alle caviglie tozze mi ricorda i vestiti venduti a Porta Portese la domenica mattina.
La Cina. San Claudio. Il Trentino. Roma.
Un lungo grembiule da sala sovrapposto a questo improbabile vestito, che forse è molto tipico in qualche landa desolata della sterminata terra dove lei è cresciuta, forse è tipico della campagna asiatica che noi misconosciamo. Desolata. Come questa zona marchigiana a San Claudio di Corridonia, questo posto mite, Aquisgrana Picena, qualcuno lo giura, Carlo Magno è sepolto qui.

Te lo sarìsti mai creso che Aquisgrana stava qui?
Anni e anni a portà l’acqua pe le case de cambagna, a pistà sta terra dò ce passò l’esercitu de Carlo Magno. Anni e anni a arà li cambi.
Te lo sarìsti mai creso che li cinesi se pijava tutto?
Te lo sarìsti mai creso de jì a fadigà pe lu stranieru?

(Credits: “The nothen girl“, 1987 – Yang Feiyun)