Schegge di legno

Chissà a cosa pensa mio padre quando cammina.
Quando cammina fino al paese in cima alla collina. Quando si fa tutta la statale, prima discesa, poi salita.
Quando se ne va da solo per qualche ora ad allenare le gambe in campagna ancora buone per l’impalcatura.
Chissà quali sono i pensieri di un uomo fatto come i minerali cristallizzati che formano le montagne.
Sono certa che per un po’ lui canti. Una hit rock di qualche anno fa, o una canzone di Napoli Centrale. Sì.
Di sicuro canta, forse nella mente, per non consumare il fiato, o forse anche ad alta voce, se passa qualche tir lungo la via che fa rumore, e allora si lascia andare a qualche acuto, a un riff di chitarra solo immaginato, mimato col sopracciglio, o fischiato fuori tono (almeno un’ottava sopra, com’è solito sbagliare).
È un uomo sobrio mio padre. Però ogni tanto canta. Quando guida la macchina, ad esempio. Ha sempre cantato, da che mi ricordo, ma in un modo del tutto parco, anche quando è rock’n’roll, pure se fa stupidi pezzi ’70-’80. È tutto mascolino e senza essere l’esaltazione di un ideale ridicolo di maschio, lui è Uomo.
Un uomo tutto intero, che se non canta, non so proprio cosa pensi quando cammina. Penserà alle cose del lavoro, alle beghe con la banca. Penserà a quando dovranno chiamare la betoniera per la gettata di cemento. Penserà a cosa cucinare per pranzo.
Poi?
Cosa pensa un Uomo-Minerale?
Cosa pensa mio padre quando è solo? Quando la testa sotto sforzo in mezzo alla campagna è costretta a rivolgersi al suo interno, quando il dialogo è con se stessi ed è mpossibile sfuggire.
Cosa pensa papà tra sé e sé?
Perché non oso immaginare una vita interiore di mio padre che non sia fatta di tubi innocenti, ponteggi e legno inchiodato?
Cos’altro c’è nella vita di un carpentiere che non fa altro da mattina a sera se non il carpentiere?

Gli occhi sono sempre concentrati: una piccola ferita dentro il bulbo destro gli ho visto ultimamente. Saranno le schegge di legno che vede e pensa, che pensa e che vede, mentre cammina lungo la statale, mentre rompe il fiato in salita sui colli.

GUCCI E IL “TRATTAMENTO LUDOVICO”. (Il re è nudo).

Armine Harutyunyan è stata trattata alla stregua di una borsa.

Proponi un capo decisamente brutto (ad esempio una borsa).
Le persone vedono la borsa e la reputano brutta, è alquanto oggettivo.
Ci cuci sopra il marchio Gucci.
Le persone improvvisamente trovano la borsa un po’ meno brutta. Quasi carina.
La borsa diventa una bella borsa.
Le persone comprano la borsa.

Non è per la modella in sé; sono un’appassionata del grottesco (grottesco /grot·té·sco/ aggettivo e sostantivo maschile: deforme e innaturale, paradossale e inspiegabile, tale da suscitare reazioni contrastanti, dal riso all’indignazione) quindi non c’è problema in lei. Il problema è in un fatto di concetto travisato.

Voglio parlare dei concetti e non delle persone.

Ciò che è stato travisato è in primis una “colpa“.
La colpa di essere brutta.
La colpa di essere una modella.
La colpa di essere la testimonial di punta di Gucci.
Ma questo non ci interessa, perché, appunto, non è il fulcro della questione ed è quindi uno dei primi travisamenti di cui vorrei fare una disamina.

Lo stolto guarda sempre il dito e mai la luna.
Infatti il saggio Gucci sa benissimo che guarderemo tutti il dito. Perché è un dito grosso, ingombrante, come il naso della modella armena. È un dito storto, dismorfico, come il suo mento fotografato con l’angolazione peggiore.
Gucci lo sa. Guarderemo solo quello e fa di tutto affinché questo accada.
Ma se Gucci “costruisce”, nel vero senso della parola, la bruttezza della sua testimonial (in alcune foto di altra destinazione parrebbe più carina di quanto non sia nell’immagine utilizzata per la campagna pubblicitaria) allora è evidente che non si possa assolutamente guardare ad Armine Harutyunyan come il soggetto della questione. Non è nella persona di Armine: il soggetto è l’immagine elaborata (artificiosamente o no) e programmaticamente proposta dalla maison di moda.
Dobbiamo dunque valutare e giudicare il contenuto e il senso di quell’immagine e tenere sempre a mente che la Harutyunan ha solo prestato il suo volto perché esso diventasse uno strumento.
Armine è strumento.
Lei, la sua anima, la sua personalità (che continuamente vengono tirate in ballo) non c’entrano. Non costituiscono nessun elemento della questione. Sono il travisamento.

Dobbiamo eliminare i travisamenti.
Immaginiamo dunque il volto proposto da Gucci come un’immagine artificiale, come un dipinto, come una creazione digitale. Facendo cosí verrà meno uno degli elementi che ci confonde, ovvero “la colpa” di Armine di essere meno di noi e di ricoprire un ruolo al di sopra di noi.
Pensiamo all’immagine.

In un post che ho letto su Facebook si menzionavano, per fare una sorta di confronto, una certa arte del ‘900 e il cambiamento dei criteri estetici.
Si diceva che probabilmente le persone che giudicano questa modella armena una donna “brutta”, sono gli stessi che giudicano brutti i dipinti di Modigliani e Picasso.
Ma se si sostiene che un Modigliani o un Picasso siano “belli” forse di arte non si conosce granché.

Nel ‘900 l’arte non contempla più il concetto del bello (in un’epoca di enormi cambiamenti e guerre mondiali, leggi razziali e stermini…il bello si dissolve proprio come idea e non ve ne resta grande traccia). Nel ‘900 ci sono i criteri dell’espressione, della composizione e del concetto.
Allo stesso modo, Gucci NON sta proponendo “un altro tipo di bellezza” perché questa immagine non rispecchia nessun canone estetico attualmente condiviso (nell’anno Domini 2020, nella cultura occidentale dell’asse USA/Europa): Gucci sta proponendo un concetto. Ovvero porre l’oggettivamente sgradevole alla vista di tutti in maniera coatta.
È il “trattamento Ludovico”.
Gucci ci sottopone alla visione di ciò che nel nostro immaginario stride, esattamente come fanno in Arancia Meccanica: l’autorità (nel nostro caso il marketing, nella pellicola di Kubrick la legge) sottopone forzosamente Alex alla visione di filmati orribili e di ultraviolenza col sottofondo del suo amato Ludwig Van Beethoven, al fine di creare nella sua testa il corto circuito che gli farà odiare la sua stessa natura violenta e (qui vi è del sadismo) la sua musica preferita. Abbinando il sublime e l’orribile il cervello compie un adattamento necessario: o amare la moda e la modella brutta, o odiare definitivamente entrambe. L’associazione è inevitabile, in una direzione o nell’altra.
Ma siccome Gucci non è sciocco, e tutto è pianificato con estrema precisione, sa benissimo cosa accadrà e in quale senso funzionerà l’equazione (oltre alla gigantesca attenzione che gli sarà rivolta in base alla sempre valida formula “purché se ne parli”). Accadrà uno scacco matto.
È la dissonanza cognitiva.

Un individuo che attivi idee, o comportamenti, tra loro coerenti, si trova in una situazione emotiva soddisfacente (consonanza cognitiva); al contrario, si verrà a trovare in difficoltà discriminatoria ed elaborativa se le due rappresentazioni sono tra loro contrapposte o divergenti. Questa incoerenza è quella che produce, appunto, una dissonanza cognitiva, che l’individuo cerca automaticamente di eliminare o ridurre a causa del marcato disagio psicologico che essa comporta.

Lo sforzo disumano di vedere il bello in un’immagine che viene presentata (con ogni sforzo possibile) volutamente sgradevole, lo stiamo facendo noi stessi solo per non sentirci retrogradi in materia di bodyshaming; un po’ come quando alle mostre di arte contemporanea ci si sforza di dire che un televisore fracassato adagiato sul pavimento in mezzo al museo “è bello” per non sentirsi ignoranti.
Non lo è affatto.
Un televisore rotto in sé non ha nulla del “bello”. È solo un televisore rotto. È concettuale. Può essere “concettualmente interessante” ma non “visivamente bello”.
Pari pari alla modella di Gucci.

L’immagine inventata da Gucci è una provocazione a doppio filo.
Una provocazione fisica e sensoriale che confluisce in una reazione emotiva: vedo un’immagine sgradevole, provo emozioni negative come rabbia, repulsione, disgusto.
È altresì una provocazione intellettuale che ha il suo apice in una scelta razionale che è però influenzata contemporaneamente da un aspetto logico e uno etico formalmente contrastanti: se ammetto che la modella è brutta (logica), viene messa in discussione la mia etica (bodyshaming, giudizio morale); se voglio aggirare l’etica, sono costretto a dire contro ogni logica che in fondo la bellezza è relativa (e filosoficamente lo è, ma qualcosa dentro, qualcosa di sensoriale, mi rivela attraverso un senso di disagio e fastidio, come un campanello d’allarme, che sto contraddicendo la natura del mio puro sentire).
Logico ma eticamente disdicevole.
Etico ma interiormente corrotto.

La scelta.
La scelta è “l’attivazione di vari processi elaborativi che permettono di compensare la dissonanza cognitiva” al fine di creare artificiosamente una coerenza interna.

Armine Harutyunyan è il “cesso” di Duchamp girato sottosopra e messo in esposizione: Duchamp sapeva bene che esponendolo non sarebbe diventato bello, tantomeno sarebbe diventato una “fontana” così come il titolo attribuito all’opera pretendeva ironicamente. Ma sicuramente avrebbe guadagnato “l’aura“.
Esporre un (s)oggetto equivale a investirlo di una certa proprietà, di un “valore” non direttamente proporzionale alle sue caratteristiche intrinseche.
Marcel lo sa.
Gucci lo sa.
Voi no.

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Un dettaglio, in tutta questa vicenda di marketing analizzata finora eliminando la parte emotiva e mettendo sul tavolo i fatti, valutando la struttura nuda di quanto compiuto da Gucci, va però ricondotto necessariamente a quanto di emotivo tutto ciò era mirato a suscitare nel pubblico.
Una campagna di marketing, una qualunque comunicazione, è volta ad ottenere una reazione ben precisa e la reazione, unanime, è stata: “io sarei un/a modello/a migliore”, “perché lei e non io?”.
Autostima. Vanità. Invidia.
Le emozioni primitive che hanno portato a travisare tutto e a giudicare con parole feroci lo strumento (la modella) anziché il fatto (un po’ come condannare la pistola per l’omicidio di un uomo).
L’arma ha sparato ed è ancora fumante.

Ma è comprensibile…l’uomo ha bisogno di modelli, ha fame e sete di modelli.

L’uomo ha creato gli dei e li ha posti al di sopra di sé.

L’uomo ha creato gli dei a sua immagine e somiglianza (e ha detto che è stato il contrario) ma li ha resi migliori di sé, non troppo, ma migliori di sé.

L’uomo ha creato un modello ideale di uomo al quale tendere allungando le braccia.

L’uomo ha dato agli dei anche qualche difetto affinché potesse essere perdonato e giustificato per i suoi (enormi, infiniti).

L’uomo guarda ai modelli e migliora se stesso.

Gucci ha distrutto “il modello”.
Ha posto nell’Olimpo un esemplare della peggior specie dichiarando: “questo è Dio, questo è il vostro nuovo modello“.
E l’uomo che teme gli dei sa che le strade possibili sono solo due: o cedere alla loro grandezza e cercare di assomigliargli e peggiorare assoggettando definitivamente il suo cuore e la sua volontà, o riconoscere che il re è nudo! e liberarsi definitivamente di una forza che non esiste restando però orfano, unico padre e modello di se stesso.

E l’uomo non vuole. L’uomo desidera un padre esemplare. Un padre che sia bello. Buono e bello.

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I vestiti nuovi dell’Imperatore (Il Re è nudo)
di E.J. Gold

C’era una volta (e solo una) molti molti anni fa, così tanti che il passaggio del tempo non era neppure iniziato, un Re che amava così tanto i vestiti nuovi che spendeva in essi tutto quello che aveva.
Possedeva un abito diverso per ogni ora della giornata, per ogni giorno della settimana, e per ogni settimana dell’anno..
Niente importava per Lui, eccetto i Suoi vestiti; eppure non trovava soddisfazione neppure nello splendore di tutto quel guardaroba. Tutte le volte che il Suo sarto veniva al Palazzo, Egli gli chiedeva continuamente qualcosa di nuovo.
Alla fine il sarto era sull’orlo della disperazione; non riusciva a trovare più nulla di nuovo, ed il brutto è che era l’unico sarto in tutto il Regno.
Così pensò e pensò, e riuscì finalmente a ordire un piano. Disse al Re di aver inventato un nuovo tessuto che non solo cambiava colore e forma ogni momento, trasformandosi sempre in un nuovo abito, ma rivelava anche coloro che erano stolti, ignoranti, stupidi, o tutti e tre, in virtù di una sua magnifica proprietà. ad uno stupido, il tessuto sarebbe stato invisibile, mentre ad un saggio sarebbe apparso in continuo cambiamento e splendidamente bello.
“Che formidabili abiti!” pensò il Re tra Sé. naturalmente tra Sé. sempre tra Sé. “Solo indossandoli riuscirò a distinguere i saggi dai pazzi”.
Subito commissionò al sarto i nuovi vestiti. Le settimane passarono, e questi abiti non arrivavano; e non c’è da meravigliarsi, poiché non c’era niente da spedire. Il sarto non aveva intenzione di cucire nulla; intendeva far recapitare al Re “un bel nulla”, dopo aver lasciato passare un adeguato periodo di tempo per convincere il Re che i vestiti, come Gli aveva spiegato a lungo e con un linguaggio eccessivamente tecnico, avrebbero previsto ogni possibile circostanza con raffinato dettaglio e che erano molto difficili da produrre.
Finalmente il pacco con l’abbigliamento invisibile arrivò ed il Re lo aprì eccitato, solo per scoprire che Egli non riusciva a vedere proprio nulla..
Ma non desiderando apparire stolto, ignorante o stupido, o tutti e tre, fece finta d’indossare i nuovi vestiti ed uscì tra la gente del Suo Regno.
E pensate anche solo per un momento che i suoi sudditi volesse rischiare la testa accennando alla Sua nudità? Neppure per sogno! Nessuno lo fece! .Fin quando un bambino disse, un po’ troppo forte, mentre il Re stava passando in processione:
“Ehi, guardate! Il Re è nudo!”
Un frastornante silenzio si sparse tra la folla assemblata per assistere alla processione del Re e dei Sui Ministri mentre il riverbero delle parole del bambino si spandeva per la piazza.
“Guarda cos’hai fatto!” gemette il Re al sarto, “Tutti pensano che Io sia uno stupido che se ne va in giro nudo!”
“Sciocchezze, Vostra Maestà,” temporeggiava i sarto, “l’abito fa l’uomo, ma il Re fa lo stile. Non videro tutti il vostro vestito arcobaleno cangiante, non appena usciste dal Palazzo? Solo i bambini sono incapaci di vederlo. È naturale, sono ignoranti. Come potrebbero sapere? Non hanno la capacità sociale di nascondere la loro stoltezza”.
“Sentite cosa dobbiamo fare,” propose il sarto, “insegnerò a tutti i bambini a vedere i Vostri vestiti nuovi; fin quando non imparano, semplicemente ignorate cos’hanno da dire su di Voi”.
Il Re pensò che si trattava di un ottimo piano e dette al sarto il nuovo compito di insegnare a tutti i bambini a vedere i Suoi vestiti nuovi.
Passò un po’ di tempo, ma per insegnar loro a vedere dei vestiti invisibili, anzi di fatto inestistenti, ed anche a crederci nonostante i loro stessi sensi e la loro intuizione, il sarto dovette ricorrere, con i bambini, a metodi molto forti di magnetismo animale, detti “ipnosi”.
Questi metodi erano così potenti che, mentre i bambini si immergevano nell’allucinazione dei vestiti del Re, la loro visione del mondo realè si affievoliva e quando raggiungevano l’età adulta, sebbene potessero adesso vedere gli abiti nuovi del Re, erano però incapaci di vedere lo stesso Re, eccetto che in qualcuno dei più stravaganti spot commerciali di bibite gassate su una tv via cavo.
Quando il Re si lamentò con il sarto riguardo a questo inconveniente, quest’ultimo rispose: “Beh, cosa volete di più? Di cosa avete più piacere? Volete che essi siano capaci di vedere i Vostri vestiti, o Voi? Non potete avere entrambe le cose, lo sapete”.
Il Re non lo sapeva, ma s’immaginò che il sarto ne sapesse di più di Lui. Poteva sempre tornare ad indossare i vecchi abiti ma essi, a confronto con questo infinitamente mutevole abito arcobaleno cangiante, non parevano più adeguati.
“Che ne pensate di questo?” chiese il sarto, “Insegnerò a tutti i bambini a vedere il vestito, ma insegnerò anche a pochi di essi (non alla maggioranza della popolazione, poiché c’è bisogno di loro per sostenere il Regno, ma agli stupidi, a coloro che sono in ogni caso inutili agli scopi generali della vita, come gli sciamani, i mistici ed altri “procaccia-guai”) a vedervi. Naturalmente, dovete capire che quando imparano a vedere Voi e non i Vostri vestiti, Voi apparirete loro nudo…” aggiunse in un tono leggermente di scusa.
“Ne vale la pena” acconsentì il Re. E così, ad alcuni stupidi del Regno (diversi, disadattati, e quelli che, per qualche scherzo della sfortuna, non si accontentavano delle allucinazioni) fu insegnato a vedere il Re e a dimenticarsi dei vestiti.
E da quel giorno fino ad oggi, il sarto non è stato più così indaffarato.
E le nuove idee per i nuovi abiti del Re?
Ormai, chi se ne frega più?

(Credits: frame from A Clockwork Orange, 1971 – directed by Stanley Kubrick)

Non sono esistiti mai

Non lo so se tutte le case che vedo sono vive o morte.
A guardarle non si potrebbero dire nemmeno case, ma solo una fila di finestre sbarrate.
Lungo la strada che corre parallela al mare, accanto ai binari nascosti da una selva di canne e da brevi traverse che inframezzano negozi e banche, sulla SS16 da Sant’Elpidio a Porto San Giorgio la case sono una striscia di mattoncini beige e assenza fatale.
– Chissà quanta gente vive sotto i ponti – mi dico, e qui mi scorre accanto una scia di case morte. Case senza mobilio. Case senza luce. Case senza nessuno che ogni tanto le faccia respirare un po’.
– Chissà quanta gente non ha una casa ed ecco qui un numero impressionante di case chiuse a chiave.
C’è qualcosa di sbagliato in certe equazioni e qualcosa di sbagliato si percepisce sempre a costeggiare di notte il mare. Quello Adriatico soprattutto.
Di notte il mare Adriatico è una distesa innocua; nulla s’infrange su scogli, non ve ne sono…solo spiagge di alghe e fango. Di notte, quando nessuno le usa, somigliano alle case con le finestre chiuse: vecchie, stanno lì da sempre, ma intatte, come mai inaugurate. Le spiagge, come le case, intatte, mai inaugurate. Abbandonate.
Di notte quando percorro la SS16 d’estate in cerca di un paesino di mare in cui passeggiare o d’inverno, senza una meta, in balia della disperazione, c’è una cosa che mi fa rabbrividire.
Il treno che passa.
D’improvviso ti barrisce in un orecchio. All’improvviso arriva, ti supera e ti dimentica, ti lascia indietro con nelle ossa il gelo.
Tremo.
Non so se per piacere o per paura. Tremo ed emetto un suono. Un piccolo orgasmo nella schiena, come un pericolo scampato, come un mostro che non ti vede e tira dritto.
Mi paralizzo: le braccia tese e tengo forte lo sterzo.
Il treno. Verso sud, con qualcuno a bordo o come un vagone fantasma. Scende al sud ma porta con sé una gran cosa come l’Emilia Romagna. (Quello che passa lungo la A14 è un racconto a parte).

A destra le case, a sinistra il treno.
– Chissà che bella vita sarebbe qui, in una di queste case. Tutte le notti a sentire il treno e il mare squarciare il silenzio col loro verso infame, infernale. Chissà che bella vita sarebbe qui, barricati dietro una di queste finestre per lasciare fuori il mare e il treno, proteggersi da tutto e guardare dalle fessure delle persiane i negozi e la banca con le vetrine illuminate 24 ore. Chissà…

Dallo specchietto retrovisore, nel traffico dei semafori sulla Statale 16 verso Porto San Giorgio, ho visto solo coppie che guardavano da parti opposte, con arie annoiate quando non addirittura contrite.
E il treno continuava a passare, le case ad esser mute, l’estate a terminare. L’illusione dell’amore a svanire.
Scatta il semaforo, tolgo il piede dal freno, i loro volti spariscono nel buio e quella gente che non si ama più non è esistita mai.
Tristezze illuminate dalla luce rossa dei miei stop.
Non sono esistiti mai.

(Credits: Luigi Ghirri. Argine Agosta, Comacchio, 1989).

A scuola di piacere

Esiste un piacere sessuale che si trova nell’amore.

È supremo. Non si impara in nessun dove.
Poi esiste un piacere tecnico.
Qualcosa che bisogna saper fare.
Esiste un piacere che una volta almeno bisogna provare.
Il piacere di una fellatio fatta coi muscoli sul fondo della gola e tanta densa saliva, il piacere di una sega a 2 mani, presa salda ma tocco vellutato, con le dita di un chirurgo e 7 differenti velocità come un kitchenaid della Kenwood.
Dilatazioni anali fatte con la dovizia di un taumaturgo che senza tagliare ti sa sistemare un’ernia (massaggi circolari, muscolo che s’apre come la bocca di una pianta carnivora quando sente il pelo delle zampe della mosca e tutto rientra) o esplorazioni del punto G che nel mentre il tempo si ferma, il fiato s’accorcia e il pensiero non basta: un verme scava nel cervello come un ascesso di follia per un piacere senza senso, un oceano immenso.
Esiste un piacere che ti trasforma, che nel tuo corpo non sei più tu; non ti riconosci in quel torcimento di nervi, quando i reni si allascano e il suono non arriva più alle orecchie. Non sei più tu. Non riesci nemmeno a venire perché non sei tu.
C’è un piacere tecnico che va conosciuto, praticato, esercitato, come un atleta di tennis che studia la carta, il corpo e il campo, che allena il braccio, lo spirito e la testa.
C’è un piacere che non abbiamo mai provato (non ancora), un piacere tecnico disdegnato dai più che si accontentano dell’amore solo perché non sanno che Dio esiste ed è altrove.
Ci votiamo a una divinità minore perché il vero Dio richiede troppa preghiera e devozione, anima, corpo e applicazione. Richiede un sacrificio sentimentale e un coraggio senza limiti: l’amplesso è una guerra e il corpo un campo di battaglia. Combattere o disertare. O l’eternità o la morte.

Esiste un piacere tecnico.
Imparate tutta la pratica e la teoria. Studiate. Impegnatevi. Godete nel “fare” e nel “dare” soprattutto.
E solo allora, innamoratevi.
Amate come un sacerdote e una sacerdotessa.
Amate la meccanica dei corpi. Fatelo col cuore ma non scordate mai le costole. Il lobo dell’orecchio. Una presa salda intorno al collo e il retro del ginocchio.



(Credits: “Le donne di Anfissa”, 1887 – Lawrence Alma Tadema)

Marcescenza

D’estate una scorza di melone, mezza calotta d’anguria, marciscono.

Marcisce ogni cosa che sia stata colta o anche no, lasciata per terra attaccata alla pianta o all’albero.
Ogni fiore reciso.

Sopravvivono le rose per un goccio d’acqua e uno di candeggina messi in un bicchiere. Restano vive un’ora in più come la verdura fresca sui banchi dell’ortofrutta, o le sciabole argentine dall’occhio languido, adagiate in cassette di polistirolo su un letto di ghiaccio tra i banchi del pesce per le vie di Napoli. Le spruzzano d’acqua i chiassosi venditori di cose non ancora morte. Noncuranti dell’oscena questione.

Gli uomini, invece, non marciscono.
Appena nati si staccano e non deperiscono. Iniziano a crescere. S’alimentano. Aumentano di misura pur slegati da tutto.

Cambiano e vanno verso l’alto.
Durano.

Le scorze di melone adagiate a lato della strada si decompongono. Rilasciano nell’aria un mortifero languore.

Invece gli uomini no. Sebbene adagiati e fetidi lungo i marciapiedi, resistono.
Resistono.
Senza cibo e senza cura.

Gli uomini resistono anche quando sarebbe logico finire come la buccia di una mela: arsa dal sole, rinsecchita, talmente cambiata da non sembrare condividere con la mela neanche un solo frammento di dna.

L’uomo resiste. E assomiglia sempre all’uomo. Pure dopo morto: il suo scheletro ha la faccia eternata in un’espressione orrenda ma conserva una parvenza di naso, denti, zigomi, e fosse cieche che invece tutto sembrano vedere.
Conserva le mani e le braccia. Ha ancora le gambe.

L’uomo cresce.

Dopo che si è staccato dal grembo, cresce.
E non smette nemmeno quando inizia a deperire tale e quale alla scorza di melone: da un lato marcisce e dall’altro continua ad accrescere le sue parti. Unghie, capelli…

Aumenta.

Pure mentre muore.

D’estate una scorza di melone, mezza calotta d’anguria, marciscono.

Mi ricordano che l’uomo è dunque un cadavere ambulante, un palloncino sgonfio a mezz’aria finché c’è vento, che resta rasoterra se la brezza cala.
L’uomo è un accrescimento miracoloso in mezzo al tempo e ai marciapiedi dove tutto cospira affinché si marcisca.





(Credits: “Earth laughs in flowers” (2012) – David Lachapelle)

33° Celsius

Ma che ne sa questa gente che cammina su Roma col vento tiepido a 33° Celsius, nel pieno centro del mondo?
Che ne sanno che devono dire “grazie”?
Sono un politico.
Stanco, a sera. Sudato, col collo di camicia allentato, giacca scomposta. A lato di Piazza Navona.
Tengo in piedi questa sozzura.
Torno a casa a pezzi al venerdi sera; il Paese cammina.
Sono un senza nome.
Ho la fronte aggrottata.
Ma che ne sa la gente?
Che ne sanno di chi son io, mezz’età, stanco, più stanco di tutti loro?
Che ne sanno delle carte sul mio scrittoio?
Questa gente che cammina su Roma.
Che ne sa di una puttana?
Ho il vestito pulito, ai piedi semplici infradito. Sono bruttina, ‘nnèvvero? Eppure valgo oro quando giaccio insieme con loro: uomini senza categoria, non te l’aspetti. Uomini senza il contrassegno, hanno tutto ma sempre anche un ulteriore sogno. E questo sogno sono io: nelle loro fantasie non c’era certo il mio culo grosso e la mia faccia ma pare che a tutti poi gli piaccia.
Che ne sanno gli altri?
Tengo allegro il Paese che si spacca, e vi cammino accanto, col vento tiepido a 33° Celsius, nel mezzo della capitale e canto. Un’aria antica, la fischio, che in una vetrina mi specchio di sfuggita e mi rassomiglio ad Anna Magnani con un vestito a fiori e le occhiaie nere.
Che ne sanno questi uomini e queste donne di un prete immobile a Santa Maria in Trastevere?
Che ne sanno della congrega e del convento?
Si rinfrescano nel vento e non lo immaginano neanche. 33° Celsius e mi muove la sottana ma la frescura non mi arriva, non mi arriva l’estate, né le carni chiare delle donne che dimenticano i vestiti: che ne sanno quelle ragazze straniere che mi passano davanti che io non le vedo e non le sento? Che ne sanno che io ho davvero il cuore di un santo?
La mia mente è una fortezza e tengo in braccio lo sfacelo di questa razza: è un Paese che non crede, gente distratta, persuasa della propria giustezza. Io sono fiamma ardente, la fiaccola olimpionica che non si spegne. Sono la fede in Gesù Cristo e prego forte per ognuno di voi, volti assenti e cuori votati a Mefisto.
33° Celsius è la temperatura del Paradiso.
Ma che ne sa questa gente dispersa nel Paese inviso?
Ministri di terra e cielo, peccatori e uomini di culto.
Ma che ne sapete tutti voi delle staffe di ferro tra palazzo e Palazzo?
Un Paese sopravvive ai suoi guai proprio grazie a chi non sai.

(Credits: frame from “8 1/2” directed by Federico Fellini, 1963).

Rimetti Roma

Se una città potesse essere amata, io l’amerei di più.

Contro i muri, le aperture, i porticati e le serrande.

I sampietrini a uno a uno, i cascami di foglie.

Mi frantumerei.

Se una città potesse scegliere, sceglierebbe me.

Non sono stata capace ad amare un solo uomo in maniera non mortale, ma una città io la amo con indole brutale, per sempre.

Amavo Roma senza averla mai vista, da secoli…immaginavo i cieli sull’Eur.

Rimetti Roma, tra le mie acquisizioni recenti.

Rimetti Trastevere e Piazza Trilussa. Rimetti il Raphael e l’edera rampicante. Rimetti il Quirinale, l’Esedra e l’estasi di Santa Teresa.

Rimetti il bar di San Calisto e il mosaico dorato di Santa Maria in Trastevere lì accanto.

Rimetti tutto al suo posto, dov’è sempre stato.

Restituisci Roma.

Rimettila a me coi miei peccati, fá che siano tutti condonati per l’amore che so provare, per il cuore che mi esplode per un tramonto dietro al Colosseo, quando appare dai vetri del tram alle ore più tristi dell’esistenza.

Restituisci Roma e tutto il suo clamore.

Restituisci al mondo quel sangue che circola senza far rumore: tra le vene di pietra di tufo e travertino.

Restituisci Roma al mio amore e alle benedizioni quotidiane che le tributo ad alta voce. Alla mia fiducia mentre dormo. Concedile vita eterna, fà che sopravviva a me, sempre, quando ho il terrore di morire (che insieme a me morirebbe la preghiera, la sua grandezza nei miei occhi. Fà che in molti l’amino come l’amo io).

Rimetti Roma al posto suo, tra confini decadenti ma rimetti Roma a tutti i suoi amanti.

Roberto lo sa

Da piccolo fissava le piastrelle sul muro della cucina.
Erano smaltate, bianche. Con una quadrettatura in rilievo ai bordi. Ogni tot piastrelle tutte uguali, ce n’era una con un disegno in mezzo. Era frutta, un mucchio di frutta. Una mela rossa, una banana gialla, dell’uva verde.
Ha guardato quelle piastrelle per infiniti minuti che sommati nel tempo fanno ore, giorni, anni. Toccava i disegni serigrafati col dito, poteva sentirli ruvidi al tatto e intravedere la retinatura nera che tracciava le ombre attraverso le quali il disegno acquistava profondità. Quella parte non era lucida come il resto: aveva una trama visibile e tattile, e i colori non perfettamente allineati.
Avevano un che di dozzinale: una produzione scadente per molte mattonelle in un sacco di altre case.
Quella che Roberto guardava più spesso era la frutta sulla colonna tra il tavolo e la dispensa, quella sotto la bilancia da parete, che arrivava a toccare a malapena tendendo il braccio dalla sua piccola statura.
Quando si è bambini la vita è un tempo infinito tra un compleanno e l’altro, tra il Natale e Ferragosto e non c’è consolazione alcuna, solo consuetudine, uno sterminato altopiano di routine domestica. La vita è una prigione: quattro mura per giocare, deambulare, immaginare, crescere, accettare, sottostare. L’infanzia è sedimentazione. Stratificazione di tutto ciò che servirà a diventare adulti; la maggior parte di queste cose risulterà nociva e fuorviante, piccole lezioni familiari di squilibrio che uno psicoterapeuta l’indomani evidenzierà senza però porvi rimedio nonostante il cospicuo compenso percepito.
Roberto adesso lo sa.

Nel bagno già c’erano i drammi dell’esistenza evidenziati da una “mattonella sostitutiva”, quella che rompeva il pattern, l’equilibrio, la modularità tra i pieni e i vuoti, la musica, l’alternanza dei bianchi e dei neri. Discrepanze nello spazio tempo, incongruenze del reale spiegate su una sola breve parete con una mattonella sbagliata a coprire il guasto, a sottolineare un errore. Qualcosa non andava e non si poteva spiegarne il perché.
Roberto non aveva idea di chi fosse stato a rompere la quiete del suo muro.
Chi poteva essere intervenuto nel suo bagno?
La sua casa non era sempre esistita? Perfetta, nuova, non-creata così come i suoi genitori non-creati?
Cos’era quella traccia di contaminazione?
Le cose iniziavano ad avere un’aria sospetta già da allora. Gli spigoli erano sempre imperfetti, corrotti gli angoli. Roberto perdeva qualcosa.

Essere bambini significava dunque conoscere a memoria le macchie zoomorfe del marmo di recupero nell’androne del palazzo. Significava ricordare tutti i ghirigori marroni e le loro volute nel pavimento del soggiorno (leggermente diversi da una mattonella all’altra), tutti i fiori rosa sulle piastrelle del bagno, i profili metallici della vetrina nel soggiorno, la curvatura del cristallo e il risucchio della calamita in chiusura…quel suono. Significava tutti i soprammobili, il loro odore, sì, l’odore: quel misto di polvere, di chiuso e di vecchiaia; le fattezze, la posizione esatta di ogni cosa. Significava avere nella testa la disposizione dei mobili, la lunghezza dei corridoi e l’ampiezza delle stanze; uno schema perfetto, una visione tridimensionale, un diorama mnemonico dei luoghi abitati. Ogni casa è infatti una foresta, un’isola di solitudine su cui tracciare un perimetro misurandolo coi propri piccoli passi: un’unità di misura del tutto privata e non condivisibile, non comparabile né raffrontabile.
Per Roberto solo i numeri erano sicuri. Solo ciò che si poteva contare e mettere in ordine dal più grande al più piccolo valeva qualche cosa. Solo le piastrelle della cucina valevano, perché ogni cinque, ci potevi giurare, arrivava la frutta. Banana gialla. Mela rossa. Uva.
Una casa è un universo intero e la mente si può smarrire.
Bisogna perciò conoscere il deserto in cui si abita, granello per granello, duna dopo duna e districarsi tracciando mappe immaginarie verso l’uscita del labirinto.
Un giorno le porte si spalancheranno. Avverrà quando Roberto avrà smesso di indicare i disegni sui muri con smisurato interesse, quando una mattonella varrà un’altra e non ci sarà più quella preferita in cui mettere il piede, non più la faccia che ride nella venatura del parquet o il difetto penoso in quella crepa del battiscopa.
Uscirà di casa e la nuova realtà da mappare sarà il mondo intero: Roberto ora ha bisogno di legarsi a qualche cosa, aggrapparsi a un’idea di “angolo”, un angolo sicuro in cui tornare ogni volta e ritrovare senza ombra di dubbio tre frutti colorati da toccare con l’indice e il medio.

Un bambino osserva le mattonelle di una casa per ore, le osserva per interi anni. Qualche volta da grande le ritrova identiche in casa d’altri e ne è spiazzato come un pesce d’acqua dolce lanciato in mare. Sono identiche eppure non si somigliano affatto, le mattonelle. E nemmeno le vite dei bambini.

Roberto è grande ma esiste come quando osservava i muri.
Conta i cartoni del latte che dispone sullo scaffale, in basso a destra. Conta quante confezioni hanno l’etichetta blu, quante la scritta rossa. Sa che la gente compra più spesso il latte scremato perché lo rimpiazza due volte al giorno, sempre in unità di numero pari: tre file da otto, non un pezzo di meno.
Lavora in un supermercato, non parla con nessuno.
Le persone sono una variabile troppo mutevole. Le persone non si possono separare in categorie come il latte intero e quello scremato. E non vogliono mai restare ferme, ordinate, disposte in tre file da otto. Le persone sono come la mattonella di rimpiazzo sul muro: presentano tutte una traccia della contaminazione.
Fuori dalle mura di casa, Roberto adesso lo sa.

(Credits: frame from Elephant, 2003 – directed by Gus Van Sant)

Tetralogia della strada

Io sono un senzatetto.
Io sono un senza corpo.
Un ammasso unico coi miei panni e il mio cappotto.
Un solo guscio per ogni stagione.
Sono un unico dolore: lo stomaco bruciato dal vino e dalla fame, la schiena rotta dal selciato separato dal cartone.
Io sono solo ciò che mi porto appresso, un tutt’uno con lo sporco, ciò che chi è fortunato abbandona al cesso.
Sono l’uomo senza sonno, che quando dorme è alla mercè del mondo.
Avvolto in una coperta, come uno scarto a lato strada.
Se qualcuno passa, può far di me quel che gli aggrada.

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E pass e spass sott’ a stu balcon ma tu sì guaglion…
Cu ‘na parrucca ‘n cap.
E ‘a borz sott’o raccio.
In Via del Pigneto.
Parl tu sul’.
Dalla finestra vedo la stoffa a quadri coi capelli cuciti sopra. Te ne manca un pezzo. Chissà con quale vaiassa t sì fatt’afferrà pe pazzo.
Chill è nu buon guaglion ma c peccat ca è nu poc ricchion…”
Quando ti guardo mi fai impressione. Le gote rosse, lo sguardo morto.
Quando ti guardo è medicina, tu c’hai la faccia da bambina.

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Io sono un gigante nero.
Parlo italiano e straniero.
Sono africano con occhi di diamante, la mia voce è tuono roboante.
Sono guardia di quartiere, controllo tutto quello che si muove, riferisco a chi di dovere che succede in queste ore.
Se mi incontri troppo spesso fà che nemmeno mi hai visto. Io non passo inosservato, sono alto due metri, vesto di rosso e mi muovo sfacciato.
Spingo, sorpasso e scanso l’altra gente…sono un capo di quartiere, non mi frega niente.
Sono gentile coi bambini. Faccio volare lo zingaro in cielo. Non parla, ride, gli occhi chiusi, dietro un velo. È la legge della strada: bocca muta e ogni cosa non guardata è stata già dimenticata.

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Stann ‘e cas ‘ncopp ‘a Prenestina, chelli figli’e ‘na bucchina.
Stann scav’z p’a strad o cu ‘e zuocc’l ca chi sap arò l’anna pigliat’.
Stann allert ‘n funn’o tram, cu ‘e capill tutt scagnat’, cu l’ogne long e scurtecat e ie m’assett’annanz a ‘llor, teng ‘o cellular ‘n man, tal e qual a chelli femm’n, e scrivimm’ a chill’uomm’n ca c’abbrucen’int ‘a cap.
Cu ‘a panz ‘a for e ‘e cosce stort, se metten ‘e cazun curt.
Parl’n sudamerican’ e se sbatt’n san san.
I connotati deformati dalla droga e il trucco sfatto. Il silicone in petto.
I macellai di Bahia. Eu quero um corpo feminino.
Scendo al prossimo destino.

 

 

 

Credits: Frame from “Les amants du Pont-Neuf“, (1991) , directed by Leos Carax