Miss Violence

La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
Mi veniva da ridere, quando ero piccola, a vedere la mia amica del cuore che veniva picchiata dalla madre.
Era qualcosa di molto divertente, perché la Signora, una donna di cui ho molto rispetto e che ricordo come una statua grande e grossa, immobile, levigata e seriosa, tale e quale alle sculture di partito comuniste (anche se era tutt’altro che comunista; una devota della TV e di conseguenza una seguace di certe chiarissime tendenze politiche dagli anni del berlusconismo a oggi. Chissà, prima del ’94 che cosa votava…), e nonostante la sua mole fisica e morale, quando si arrabbiava con la figlia, iniziava a urlare con voce stridula. Tanto stridula da somigliare a degli ultrasuoni.
Credo che le mamme del sud, anche quelle con le voci da uomo (che ce ne sono tante, giù, di donne-non-donne, di signore coi baffi e la voce roca) quando perdono la calma, emettono delle sonorità imbarazzanti, quella voce che a teatro si definisce “di testa”, quella che spacca i bicchieri di cristallo quando esce dall’ugola di una cantante lirica, quella che trapassa il cervello come una saetta dolorosa, da una tempia all’altra.
La mamma della mia amica era così. Appena si innervosiva, anche se cercava di mantenere una certa calma esteriore, veniva tradita da quel suono che improvvisamente si faceva stridulo, che come un fuoco le saliva dalla gola fino al cervello infiammandole i pensieri.
Allora iniziava a rincorrere la figlia per tutta la casa con l’intento r’a struppià o r’a scummà ‘e sang. Ecco, era anche questo che mi faceva ridere.
Sangue non gliene fece uscire mai, però ricordo che le dava degli schiaffi in faccia, addosso. Ovviamente la picchiava anche con le ciabatte, da lontano, quando lei, secca com’era, riusciva a divincolarsi e a fuggire un po’ più in là.
La mia amica piangeva lacrime modeste che s’asciugavano presto. Ne ricordo le smorfie nei momenti di dolore acuto dei colpi, quando cercava di ripararsi con le braccia magre intorno al capo, la nuca che rientrava nelle spalle e la bocca le si deformava: vedevo i suoi dentini piccoli piccoli (che sono rimasti tali anche adesso che è adulta), lo spazio grande tra i due incisivi e i filamenti di saliva che luccicavano illuminati dalle luci a incandescenza di quegli interni domestici antiquati, in cui le finestre rimanevano chiuse anche al mattino, per non far entrare la polvere, e benché fuori ci fosse il sole del sud e l’aria cristallina delle mattine sotto al Vesuvio, bisognava tenere sempre accesa la luce elettrica. E tutto allora diventava giallo. Gli infissi in alluminio rosso, come non se ne vedevano molti nelle case più popolari tipo il palazzo in cui vivevo io, riuscivano a fare un buio denso nelle stanze. Ebbene, seppure la casa della mia amica fosse una bifamiliare di proprietà (al tempo in cui la mia famiglia il concetto di “proprietà” lo intendeva come un fatto altolocato e me lo insegnava come attributo di altri ceti sociali pur non facendomi mai e poi mai percepire che il nostro non fosse un ceto altrettanto “alto”) la sua famiglia viveva al pian terreno come se fosse la servitù. Esattamente come nel medioevo, il piano nobile era riservato. E riservato restava. Per trent’anni non hanno quasi mai aperto quella casa al piano superiore. “La casa di sposa” completamente arredata circa negli anni Settanta è infatti rimasta sotto chiave fino ai primi del duemila. Quando l’aprirono, si scoprì che quelle piastrelle che rivestivano interamente il bagno (a parte il soffitto) con un colore ottanio lucido e i sanitari beige, la moquette bordeaux in tutte le camere da letto e la cucina fatta di pensili tipo cottage di montagna (lì dove la neve non l’ha vista mai nessuno fatta eccezione di quel po’ di gelo in trasferta a Roccaraso) in cui non era stato mai cotto nemmeno un uovo sodo, erano cose ormai logore e fuori moda. Erano inservibili, impolverate (nonostante tutte quelle mandate di chiave servissero proprio a tenere la casa salva dal nemico invisibile), erano lo specchio preciso preciso di quella sposa mummificata dagli anni Settanta. Ed è anche probabile che prima di essere sposa, non sia di certo stata una bambina e una ragazza felice. Ma questa è una storia che non conosco.
La mamma della mia amica ha sempre avuto gli occhi tristi, e quelli però li conosco. E carica di livore gettava veleno sul mondo fuori. La sua era una vita di reclusione.
Reclusione in una casa che chiamava “cesso”, e nonostante al piano di sopra avesse quella che all’epoca poteva benissimo essere considerata una reggia, continuava a voler vivere in quel posto che davvero era orrendo; continuava a dormire in una stanza da letto dove sembrava che la morte dovesse venire a farti visita nel sonno da un momento all’altro, perché in una camera così spoglia, senza un comodino, ma solo con un vecchio letto di legno scuro, una branda di fianco e un armadio antico tutto nero, una sedia dallo schienale alto di fianco alla finestra (ovviamente chiusa), l’unica cosa plausibile era che si trattasse di una camera ardente fatta di oscuro silenzio.
La Signora era reclusa in un corpo diventato troppo grosso. Eppure io che vivevo praticamente in casa con loro, lo vedevo, lo vedevo che lei non mangiava mai. La Signora non mangiava. Cucinava per gli altri e non mangiava. Quando lo faceva, si trattava perlopiù degli avanzi di qualcuno, o di piccolissime porzioni di cibo che metteva in un piatto più piccolo degli altri. Quasi, il suo posto a tavola sembrava essere marginale, come se si stesse soltanto appoggiando per un momento, prima di tornare al lavello, a spegnere sotto il getto d’acqua il mozzicone di sigaretta che teneva colmo di cenere tra le labbra, prima di andare a caricare la moka e a passare la scopa e a togliere le macchie dalle superfici con il Pannopell.
La Signora era reclusa nel suo aspetto non esaltato, seppure di non particolare bruttezza, curato nell’igiene e nella decenza. Era solo triste. E questo la faceva sembrare non bella. Però io vidi una foto di lei ragazza, appena sposata, con in braccio la prima figlia di un anno solo. Era magra, bionda, bella. Mi sono chiesta per tanti anni come avesse fatto la tristezza a ridurla così.
Nel corridoio avevano un brutto quadro. Raffigurava una giovane coi capelli mori e le labbra carnose. Aveva un vestito povero indosso e un mazzolino di fiori mezzo appassiti in grembo. Mi sembrava la stessa persona che avevo visto in quella vecchia foto scolorita. Allora ho iniziato a credere che fosse un suo ritratto da ragazza. Non lo era, lo sapevo, ma la fissità e la bellezza accantonata per sempre in una cornice datata, in un punto inutile della casa, erano lì a farmi pena, ogni giorno, tutte le volte che passavo dall’ingresso. Mi chiedevo sempre come mai, quella mamma, avesse smesso di specchiarsi in quel ritratto.
Che forse lei concentrava tutto il suo gusto e i suoi desideri (che pure incredibilmente aveva o aveva avuto qualche secolo prima) nelle due giovani e bellissime figlie, comprando loro i vestiti più alla moda, sincerandosi che fossero perfette in ogni dettaglio, guardando ai minimi particolari, come poteva essere un filo tirato o un occhio truccato asimmetricamente rispetto all’altro, cose drammatiche, da impedir loro di mettere la testa fuori di casa. Cose che non ti aspetteresti da chi il trucco e i vestiti proprio pareva non averli contemplati mai (almeno per se stessa). E al contempo era intransigente per quanto riguardava la volgarità: sia mai che le figlie fossero uscite troppo scosciate o conciate come delle puttane. Mai, mai, sia mai. Una donna che sapeva com’è il mondo di una donna pur vivendo un’esistenza da reclusa.
Un’invidia, io credo. A volte ci leggevo l’invidia, persino nei confronti delle figlie. La si poteva cogliere nelle maledizioni che a esse dedicava, così come al resto di quel mondo, fuori, che girava in modo malvagio lasciandola da parte e coinvolgendola solo nelle disgrazie. Eppure l’unica malvagità che io percepivo, allora, essendo bambina, era proprio nelle sue parole invidiose al gusto di mandorle amare. Io non avevo mai sentito mia madre parlar male di qualcuno, tantomeno bestemmiare. Invece in quella casa il padreterno e Gesù bambino venivano fatti in padella come fegatini: fritti, rosolati nell’olio bollente, punti con un forchettone d’acciaio, schiacciati coi rebbi, disgregati sul tossico fondo di teflon che si sfaldava e si mescolava coi santi ormai divenuti tutti neri, indistinguibili dal cancerogeno PTFE.
La Signora era reclusa in questo sentimento rabbioso che non poteva manifestare agli estranei e per questo lo riservava alle poche elette del cerchio familiare. La sua vita era il suo cesso di casa, le sue belle ma difficili figlie, il suo odio, il suo corpo grasso, un maglione di lana senza disegni, un pantalone marrone con le pence e un paio di pantofole. Ricordo l’odore di quei piedi in inverno, coperti solo dai collant sfilati, dopo una giornata intera densa di nulla e poggiati sopra la stufa a gas, mentre tutte insieme, io, lei, le sue figlie e a volte la vicina di casa, guardavamo un film di Mediaset (Allora, forse, si chiamava ancora Fininvest). Non so come, ma non presero mai fuoco.
Piedi, gas, sigaretta.

Nella casa della mia amica dunque era sempre notte. Era notte perché tenevano tutto chiuso per paura della polvere. Era notte perché il mobilio, nella casa al piano inferiore, quella in cui viveva anche la nonna, ricordava quello nelle povere vecchie dimore settecentesce di una Napoli borbonica. Anche le tende erano pesanti, le ricordo, perché ce le avevo davanti agli occhi spesso, ad esempio quando giocavamo a nascondino o quando la mamma della mia amica picchiava la mia amica. Tra quelle cortine mi rendevo invisibile e mi mettevo a ridere cercando di non far rumore.
Ridevo per via della bocca deformata della mia amica, e per via del fatto che, in un continuo di umiliazione che io dovevo subire da parte sua, per una volta anche lei mostrava un segno di debolezza. Era la vittima al mio posto.
Ma a differenza mia, (e questo la rendeva per l’ennesima volta ancora più forte di me e ancora più forte schiacciava la mia personalità), appena dopo aver preso le botte, appena passato il momento acuto di dolore, lei smetteva subito di piangere e tornava a giocare con me come nulla fosse. “Tanto le mazzate passano subito, il dolore dura un secondo, ma però almeno ho fatto quello che volevo io”.
Un messaggio potentissimo.
Io non ho mai preso neanche uno schiaffo dai miei genitori. Sia perché ero una bambina molto intelligente e tranquilla, sia perché non è mai stato nello stile della mia famiglia. Eppure, se solo mia madre mi avesse urlato contro, semmai mi avesse dato uno schiaffo, il mio senso di umiliazione sarebbe stato tanto profondo da non consentirmi né di smettere in fretta di piangere, ma soprattutto di tornare a giocare guardando in faccia qualcuno, specialmente qualcuno che avesse assistito al mio pubblico ludibrio. Non si trattava di rancore, ma di responsabilità. Io non potevo fingere che nulla fosse successo perché qualcosa di grande era avvenuto e io davo importanza alle cose, un’estrema importanza. Cedere alla dimenticanza era per me imperdonabile. Allora potevo tenere le distanze da mia madre per giorni, come se fosse necessario un periodo di smaltimento e purificazione da ambo le parti per un fatto che bisognava assimilare. Ma tutte quelle volte mi accorsi che mia madre, invece, tornava normale due secondi dopo. Come la mia amica.
La mia amica era magica.
Forse abituata, forse cosciente di essere l’ultimo anello di una catena, che in ordine di grandezza riversava sul più piccolo una cascata di animalità, con lei assistere a una violenza sembrava essere un fatto del tutto normale. Asciugata la bava, tornavamo a giocare.
Era l’ultimo anello della catena che cominciava col padre. Avevo molta paura di suo padre perché era assai burbero. Crescendo, da adulta, ho scoperto che si trattava solo di una strana burla, che quel suo atteggiamento, la voce grossa, gli sguardi storti e zero parole, erano parte di un personaggio sia pubblico che privato perché bisognava assolutamente farsi rispettare. Da grande ha continuato a farmi la voce grossa e gli sguardi torvi, salvo poi girarsi di tre quarti e sciogliere quel ghigno in un mezzo sorriso e uno sguardo ammiccante.
È che bisogna farsi rispettare prima di tutto dalle proprie donne, in casa, altrimenti come sarà possibile essere riconosciuto dagli altri uomini, fuori?
Per farsi rispettare, come ogni cane feroce, bisogna abbaiare.
Il padre della mia amica, letteralmente, abbaiava. Perché le poche volte che concedeva la grazia di qualche suo intervento, le rare volte che apriva bocca non per mangiare o infilarci la sigaretta in mezzo, egli parlava in dialetto talmente stretto e con una voce così abnorme da rendere indecifrabile il contenuto del suo messaggio sibillino. Certo era, che qualsiasi cosa gli avessero domandato, la risposta era un gigantesco, terrificante “NO”.
Aveva le labbra molto sottili e scure, lo ricordo, quasi viola. E i denti erano ingialliti dal troppo fumo, larghi in mezzo, come sua figlia. Aveva le labbra fine e lì nei pressi, un neo sulla guancia sinistra. Una bocca che mi disgustava, per certi versi, ma che allo stesso tempo mi ipnotizzava. Mi sembrava quella del Padrino, di un camorrista, con quel labbro alzato e la narice allargata mentre succhiava uno stuzzicadenti a tavola dopo pranzo per intere mezz’ore.
Gli occhi erano due fessure e non ho mai visto come fosse l’iride. Solo delle scintille, che quando prendevano la tua direzione, era un brutto segno.
Per fortuna quel signore tornava in casa solo alle due del pomeriggio quindi noi avevamo la mattinata libera per giocare, ma quando arrivava voleva trovare un piatto pronto in tavola. E per fortuna lo trovava sempre. Al sud non esiste che una donna non faccia trovare tutto pronto al suo padre padrone.
Quando mangiavo con loro, il mio posto era dal lato del tavolo che di solito rimaneva accostato al muro. Lui era ovviamente a capotavola, io, mi spostavo nel mezzo, ma non potevo allontanarmi più di tanto poiché al capo opposto, sedeva la nonna, una vecchia oramai quasi del tutto cieca che mi odiava. Eppure sono sempre stata molto educata, solo che, quando c’ero io, sua nipote si comportava peggio del solito, facendole dispetti nel buio, spinte e sgambetti mentre attraversando il corridoio si dirigeva a lenti passi verso la branda nella camera ardente, e tutto ciò, un po’ perché l’odiava (la nipote alla nonna e la nonna alla nipote) e un po’ per farmi ridere. Ma la nonna odiava tutti. Era solita, nel suo mondo senza luce, inveire contro chiunque, lanciare anatemi a voce alta o recitare un rosario di bestemmie tra i denti. Ad avvicinarsi un po’ di più a quell’orifizio carico di merda, quella bocca rugosa con la pelle di gallina, si potevano percepire parole come dette al contrario, e solo per esperienza si poteva intendere che stesse augurando una morte violenta a qualcuno. Quando andava sul leggero, ti augurava ‘e jettà o sang pe l’uocchie e pe vocc.
Restavo quindi al centro, un po’ lontano da tutti e mangiavo, mangiavo come un piccolo bue affamato, mangiavo più di tutti, più della nonna che era stravecchia, più della mia amica che era uno scheletro, più di sua sorella fotomodella, più della Signora che si privava di vivere, figuriamoci di mangiare. Più di me mangiava solo lui, l’orco. E mi guardavano per questo, con simpatia.
La Signora cucinava molto bene.
Guardavamo Beautiful e il padre urlava contro la TV sbattendo il bicchiere pieno di vino e percoche inveendo contro quella puttana di Brooke Logan come se si trattasse di sua sorella. Le questioni televisive prendevano un’accezione così realistica che temevo che a un certo punto la rabbia sarebbe andata fuori controllo. A casa mia, non urlava mai nessuno, figuriamoci per cose che non esistevano.
Dopo pranzo lui andava a dormire e per noi cominciava il momento tassativo di assoluto silenzio. Se solo avessimo fiatato, fatto volare una mosca, lui si sarebbe svegliato dal suo sonno pomeridiano, avrebbe smesso di russare come un carrarmato, si sarebbe alzato e ci avrebbe riempite di botte. Perlomeno, questa era la leggenda. Ovviamente noi non facemmo mai il benché minimo brusio.
A un certo orario tornava a lavoro (credo) per poi rincasare la sera molto tardi, verso mezzanotte e siccome io restavo lì spesso fino alla fine dei film su Canale 5 per attendere che la madre potesse farmi compagnia con lo sguardo mentre nel buio attraversavo il vialetto ed entravo nell’androne enorme e vecchissimo del mio semidistrutto palazzo, lo vedevo. Non ho mai capito che lavoro facesse esattamente.
Una volta lo vidi arrabbiarsi con la Signora. Non perché avesse fatto lei qualcosa, ma credo che lui le stesse riportando discussioni tra fratelli e cognate per chissà quali soldi e appartamenti. Ricordo solo che lui urlava, spiegava qualcosa urlando come se davanti avesse uno dei suoi irragionevoli fratelli, e la Signora non avendo una soluzione a quel problema sembrava umiliarsi, diventare seria, come un imputato alla macchina della verità, lei cambiava espressione assumendo tutta la mestizia possibile, e lui le si avvicinava alla faccia e la toccava sul volto parlandole sempre più vicino come se volesse farle qualcosa ma non le faceva niente, e lei cercava di scostarsi ma non troppo, non troppo – tanto, dove vuoi andare? – e tentava di alzare un pochino la voce con quel suo tono stridulo per il nervosismo e poi strizzava un po’ gli occhi quando lui si avvicinava davvero troppo e sembrava volerle mollare un ceffone che però non le ha mai mollato perché del resto, lei era dalla sua parte, in quella questione familiare, lei gli dava ragione. Ovviamente.
La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
In quell’istante la faccia della Signora era fatta di occhi vuoti e non più animati dall’intelligenza seppur deviata che la contraddistingueva. L’ho vista e non l’ho riconosciuta più, come quando guardavo sua figlia con la bocca deformata e la bava sui dentini piccoli. Come quando guardo i cani randagi azzuffarsi per strada e dopo tanto ringhiare uno del gruppo non dominante abbassa gli occhi e la coda, e cambia guaito, e diventa piccolo piccolo e si sottomette.
La violenza è qualcosa che fa trasfigurare il volto.
La Signora era per me come una specie di mamma. Si è presa cura di noi per tutti gli anni che ho vissuto giù, 365 giorni l’anno, perché io e la mia amica eravamo come una coppia di fidanzati, non potevamo stare l’una senza l’altra, benché avessimo caratteri, corpi, colori, interessi, abitudini e famiglie totalmente diverse, agli antipodi direi. Forse è perché non avevamo altre amiche lì vicino. Abitavamo l’una di fronte all’altra e, lo dico sempre, come fossimo state due vere sorelle, i parenti non li scegli, ti tieni quelli che ti capitano. E noi ci eravamo capitate. Ed è probabile che in tutta quella catena di violenza, l’ultimo vero anello fossi io.
La mia amica era bella. Io no.
Era magra, io ero grassottella.
Alta, io non sono mai arrivata al metro e sessanta.
Babbo Natale le portava tutto quello che chiedeva, non a me.
Era più grande di me di appena quattro mesi e quindici giorni, e faceva valere questo privilegio anagrafico per impormi qualsiasi decisione, giochi, regole e quant’altro. E io non mi potevo opporre che con la ragione, lucida, ma di fronte al totalitarismo, non c’è nulla da fare. C’è solo la cieca obbedienza.
Eppure io ero una persona così intelligente.
A scuola ero rispettata, adulata, considerata, ed ero il capogruppo naturale di ogni assemblea spontanea. Questo però non accadeva tra le piccole bestioline di strada che, fuori dalle aule scolastiche, vivevano come selvaggi e imponevano la loro legge con le spinte. Bambini di quattro anni col codino sulla nuca, un brillantino all’orecchio e zii pregiudicati da tirare fuori all’occorrenza assieme alle minacce che contenevano parole come “coltello”, “pistola”, ecc, ecc.
La vita giù era tutta una sottile violenza.
Quando da adolescente ci trasferimmo nelle Marche, pensai per lungo tempo che le persone fossero stupide.
Nelle Marche le persone sono molto tranquille.
Nelle Marche le persone hanno il privilegio di una vita al riparo dai soprusi.
E non sanno che tipo di fortuna sia.

(Credits: Frame from “Miss Violence“, 2013 by Alexandros Avranas)

Ti ricordi com’era?

Iva, tu te lo ricordi com’era tra noi due? Intendo dire…essere innamorati.
Ti ricordi la notte e l’astronave?
Joni Mitchell non mi è piaciuta mai e tu sapevi rendere aliena ogni cosa.
Ti ricordi com’era essere distanti e poi incontrarsi e scopare con quella roba potente che dilaga in corpo? Tu, un lungo e grosso serpente che mi trapassa lo stomaco e mi fa trasalire, così come le stigmate e il fuoco sacro che mi partiva dalla bocca e arrivava ai ginocchi, una lunga biscia rosso sangue, come lingua di lava a corrodermi il corpo. Ero allergica a te.
Ti ricordi com’erano i libri? Tondelli e Houellebecq, Janet Frame, comprati in piazza della Repubblica a Firenze o a Porta Portese in mezzo al mucchio.
Ricordi Bill Viola e le mandorle di traverso nella gola?
Oppure indovinare John Zorn e altre musiche che non avevo mai udito, facendo un ragionamento sullo stile, su cosa poteva essere che attraversava l’America fino a sapere di oriente.
Ti ricordi com’era?
Andare al Lidl a comprarmi i croissant al burro, a comprarmi ogni cosa, e io non volevo niente, odio il Capitalismo, odio gli oggetti inutili ma erano (la liquirizia, i rotoli di scotch e le spugnette colorate da cucina) la forma del tuo amore. La Settimana Enigmistica nuova ogni volta, tu che sai fare i cruciverba al contrario.
Ti ricordi?
Io non più.
Non ricordo com’è essere innamorati di un uomo, degli stessi libri, della stessa musica, delle stesse devianze, le fissazioni. Non ricordo più com’è. Nessuno si rivela, nessuno mi strugge. La gente è uno scrigno chiuso per non soffrire, la gente è qualcuno che si nega e io non mi posso innamorare.
Tu?
Tu ti sei innamorato un’altra volta?
Ce l’hai una donna con cui soffri per un film? Ce l’hai un’altra che abbracci, di notte, mentre atterra l’astronave? Che a guardarla negli occhi parte una musica nella stanza?
Joni Mitchell la senti con qualcun’altra?

Ictus

È bella e in piedi come sempre. Solo che ha il volto massacrato e alcuni tubi che le escono dal naso e dalla bocca. Carne chiara e capelli ossigenati. Non mi guarda neanche, vira come un manichino verso sinistra.
Riesce di nuovo a camminare ma mi dicono che non parla ancora.
E stanotte non parlo neanche io.
Le parole sono faticose, come se si trattasse di spezzare il cuoio di una museruola con la sola forza delle piccole giunture che uniscono mascella e mandibola. E le gambe, anche, sono dure come gesso. Grandi come tronchi ben piantati. Non mi muovo più.
Qualcosa è occorso nel mio corpo e non me ne sono accorta. Un attimo prima ero normale, poi tutto a un tratto sono lenta, così come devono apparire gli esseri umani ai fantasmi che si muovono alla velocità dei quanti: ognuno deve far fatica per ascoltare le mie parole. Chiedo aiuto. Temo che mi sia esplosa una piccola vena nella testa.
Accorrono solo zio e zia. Loro di drogati ne sanno qualcosa, e io temo che mi abbiano messo qualcosa in un cibo, qualcosa che non mi fa più essere normale. Accorrono solo zio e zia. Che sollievo. Loro peraltro conoscono anche questo tizio, un ex spacciatore (non troppo ex) che adesso fermenta birra.
Ma non possono farmi niente. Infine mi lasciano al mio stato quasi vegetale, capace solo di inorridire interiormente.
Un uomo intanto mi afferra, mi stringe a sé, sento la sua urina in mezzo alle mie cosce. Mi arrendo.

(Credits: Apollo e Dafne, 1622-1625 – Gian Lorenzo Bernini. Museo e Galleria Borghese)

Un carico sporgente

Stai con me.
Pure se dormi e non mi guardi.
Stai, nella mia stessa stanza, mentre io faccio altro, leggo un libro, cucino la nostra cena.
Stai con me anche se sei stanca e non facciamo l’amore perché il mondo è stretto e non c’è un posto per il nostro tempo insieme.
Stai con me mentre lavoro alle mie cose, mentre porto avanti i miei progetti, mentre fallisco ogni ambizione.
Stai con me seduta durante una lezione. Durante le uscite coi miei amici.
Stai con me anche se non siamo sole, se l’altra gente si fa domande.
Stai con me sul tram, in macchina. Cantiamo insieme una canzone, portami a un concerto, mi piacerà, mi piaci.

Stai con me quando è inverno e hai i calzini di lana pieni di polvere raccolta dal pavimento. Stai quando fuori pare che non ci sia altro e, benché ci sia poco anche dentro queste quattro mura, ho l’impressione di essere totale se il tuo corpo occupa lo stesso spazio che occupa il mio.
Non abbiamo molto, ma la tua presenza inerte, mentre dormi sul divano e io ti guardo, o sto di spalle, riempie le orecchie e la pancia.
Perché se tu non stai con me, fisicamente presente, amarti è un’altra cosa, fatta di angoscia, una cosa di ceramica scura ornata di crepe. È come un vaso antico pieno d’acqua difficile da trasportare. È un peso che mi affligge se so che tu sei lontana, perché se anche mi pensi, se porti in testa lo stesso vaso col mio nome, io ho paura, ho paura che a una di noi due cada e si rompa in mille pezzi, e che l’acqua, come un’immagine di un volto non più importante, evapori e tu non sapresti più chi sono io per te. Se il mio vaso si rompe, io non esisto più. Né in te, né per me.
Allora stammi vicino, tengo saldamente il vaso sulle mie spalle e con lo sguardo sorreggo anche il tuo: se ti fisso mentre dormi sono certa, resterà in equilibrio e sognerai di me. Quando tornerai tra gli uomini vigili l’avrò reso ancora più colmo d’acqua e ti sentirai greve ma al contempo felice di aprire gli occhi e trovarmi lì, di spalle, ad essere il tuo carico sporgente, un macigno pericoloso, in bilico, sul cuore tuo.

(Credits: Room in New York, 1932 – Edward Hopper, Sheldon Museum of Art)

Fantasma

Ieri notte ho pensato a mio padre. E l’ho guardato come una persona nuova.
Un estraneo col quale non ho mai vissuto insieme.
Eppure oramai sono venti anni che condividiamo la stessa casa, la tavola. Tutto.
Sono venti anni ma più potente è stata l’assenza lungo l’infanzia.
Un estraneo.
Due volte al mese per quarantotto ore.
Ma non uno sconosciuto. Di lui conoscevamo esattamente ogni cosa, anche quelle che non gli appartenevano in sostanza. Mamma lo ha saputo modellare e insegnarcene la forma. Solo un estraneo. Estraneo alle nostre abitudini. “Uno da fuori”. Fuori dalle mura domestiche. Fuori dalla città.
Era davvero parte della nostra famiglia? Ma se non ci conosce neppure…
Uno che va e viene per lavorare. Per farci crescere senza vederci crescere.
Chissà com’era, ogni volta tornare e vedere quel bebè trasformarsi in mio fratello. Vestiti nuovi che non gli aveva comprato. Un figlio. Chissà.

Ieri notte ho pensato a mio padre. E l’ho guardato con quella mancanza con cui lo pensavo quando avevo otto anni. Quel desiderio di incontrarlo finalmente e conoscerlo. Dormire insieme nella stessa casa, guardarlo in pigiama, sicura che sarebbe rimasto. Senza più una valigia. Seduto. Disteso. A riposo. La porta è chiusa.
Da oltre venti anni viviamo insieme. Eppure se penso a lui è come uno spettro: come se non avessimo mai fatto qualcosa insieme. Come una figura distante. Come il fantasma tanto amato dei racconti di mamma della mia infanzia.

Non ricordo bene com’è la vita di oggi. Ma vedo esattamente la vita in cui non c’eri. Ti sei fatto trasparente. Chissà com’è.

Proteggimi

Padre, proteggimi dalle tentazioni, da questo mondo scintillante, lucido, liscio (viscido) e perfetto che mi attira sé.
Proteggimi dalle mie brutture, fammi diventare onesta e vera, una pietra di basalto nera, non mi scalfiranno coi loro bisturi di acciaio e punte di diamante per compromettere ogni cosa.
Padre, salvami dal commercio, dalla disponibilità economica degli altri, dalle automobili di lusso, dalle lingue false e dai tentacoli dei topi di città.
Padre, tienimi lontana dall’America che qui tutti i sogni sono possibili ma si realizzano a caro prezzo, si perde la dignità, si perde la libertà. Si smette di somigliare a te.
Prima o poi mi faranno altre labbra e denti nuovi: per adesso questo angolo mancante tra gli incisivi mi riconduce alla tua faccia dalla fronte corrugata, occhi piccoli e chiari, come me, come te.
Ho visto una figlia che non somigliava a sua madre, nel reparto psichiatrico del Gemelli: arti anoressici, sopracciglia tatuate e labbra al silicone; pensieri confusi, parole a caso, e un contegno tenuto in piedi dalla cintura chiusa stretta intorno al costato.
Padre, proteggimi dalle false ambizioni, dagli impostori, dalle fatture non emesse, dalle banche, dalle giacche con le cravatte, dai luoghi esclusivi, dai deliri di onnipotenza, dalla tentazione alla deferenza.
Proteggimi dalla politica e dalle logiche di mercato, dove il povero è merce e il suo corpo il fatturato.
Proteggimi dalla seduzione delle vie del centro, fa’ che non ambisca mai al lusso, alle cose smisurate, fa’ che io abbia il metro a misura della mia apertura: da un polso all’altro, perché possa sempre portare la Croce che mi daranno per procura.
Proteggimi dai falsi miti, dall’illusione di tutto, perché tutto è illusione e ciò che sapevo non è mutato, ciò che sapevo è confermato: la vita è un circolo e non si ascende, i suoi soci hanno vantaggi esclusivi che nessuno è disposto a dividere con altra gente.

Un uomo solo

Mentre guardi un porno nella luce bassa del tuo appartamento sei da solo.
In una zona interessante di Roma, come in un borgo di campagna sull’Appennino dell’Emilia Romagna.
Sei un personaggio famoso, o, un uomo interessante per i più.
Praticamente assente.
Rifuggi il mondo.
L’immagine di te. Non la sai.
Hai solo uno specchio fissato troppo in alto nel bagno e uno chiuso nell’armadio pieno di coperte e pochi abiti pressoché uguali.
Sei solo chi sei.
Sei solo.
Love will tear us spart.
Perché la camera da letto è così fredda?
Girato dalla tua parte
Il mio tempismo è così imperfetto?
Il nostro rispetto è così secco?

Pensi a un’altra-in-teoria, e non pensi nemmeno davvero a quest’altra che esiste solo come idea, di un passato, morto, morde come un torto. Le ragazze aperte sul monitor mostrano gli organi interni ed è solo un automatismo che ti porta a eiaculare. In nessun dove, in nessun modo la tua mente è presente. Un atto fisico dovuto, mentre sei solo nella tua casa, in un posto interessante di Roma o in un novembre gelido sull’Appennino.
Di quanti si immaginano te, non ti arriva nessun riflesso, non ti sfiora l’idea della possibilità.
Nemmeno una fica vera riuscirebbe a farti compagnia.
In fin dei conti, meglio esser soli.
In fin dei conti in casa non hai neanche uno specchio.

Una donna sopporta la sua solitudine immaginando un uomo.
Un uomo solo, è solo. Nella luce bassa della sua vuota casa.