33° Celsius

Ma che ne sa questa gente che cammina su Roma col vento tiepido a 33° Celsius, nel pieno centro del mondo?
Che ne sanno che devono dire “grazie”?
Sono un politico.
Stanco, a sera. Sudato, col collo di camicia allentato, giacca scomposta. A lato di Piazza Navona.
Tengo in piedi questa sozzura.
Torno a casa a pezzi al venerdi sera; il Paese cammina.
Sono un senza nome.
Ho la fronte aggrottata.
Ma che ne sa la gente?
Che ne sanno di chi son io, mezz’età, stanco, più stanco di tutti loro?
Che ne sanno delle carte sul mio scrittoio?
Questa gente che cammina su Roma.
Che ne sa di una puttana?
Ho il vestito pulito, ai piedi semplici infradito. Sono bruttina, ‘nnèvvero? Eppure valgo oro quando giaccio insieme con loro: uomini senza categoria, non te l’aspetti. Uomini senza il contrassegno, hanno tutto ma sempre anche un ulteriore sogno. E questo sogno sono io: nelle loro fantasie non c’era certo il mio culo grosso e la mia faccia ma pare che a tutti poi gli piaccia.
Che ne sanno gli altri?
Tengo allegro il Paese che si spacca, e vi cammino accanto, col vento tiepido a 33° Celsius, nel mezzo della capitale e canto. Un’aria antica, la fischio, che in una vetrina mi specchio di sfuggita e mi rassomiglio ad Anna Magnani con un vestito a fiori e le occhiaie nere.
Che ne sanno questi uomini e queste donne di un prete immobile a Santa Maria in Trastevere?
Che ne sanno della congrega e del convento?
Si rinfrescano nel vento e non lo immaginano neanche. 33° Celsius e mi muove la sottana ma la frescura non mi arriva, non mi arriva l’estate, né le carni chiare delle donne che dimenticano i vestiti: che ne sanno quelle ragazze straniere che mi passano davanti che io non le vedo e non le sento? Che ne sanno che io ho davvero il cuore di un santo?
La mia mente è una fortezza e tengo in braccio lo sfacelo di questa razza: è un Paese che non crede, gente distratta, persuasa della propria giustezza. Io sono fiamma ardente, la fiaccola olimpionica che non si spegne. Sono la fede in Gesù Cristo e prego forte per ognuno di voi, volti assenti e cuori votati a Mefisto.
33° Celsius è la temperatura del Paradiso.
Ma che ne sa questa gente dispersa nel Paese inviso?
Ministri di terra e cielo, peccatori e uomini di culto.
Ma che ne sapete tutti voi delle staffe di ferro tra palazzo e Palazzo?
Un Paese sopravvive ai suoi guai proprio grazie a chi non sai.

(Credits: frame from “8 1/2” directed by Federico Fellini, 1963).

Rimetti Roma

Se una città potesse essere amata, io l’amerei di più.

Contro i muri, le aperture, i porticati e le serrande.

I sampietrini a uno a uno, i cascami di foglie.

Mi frantumerei.

Se una città potesse scegliere, sceglierebbe me.

Non sono stata capace ad amare un solo uomo in maniera non mortale, ma una città io la amo con indole brutale, per sempre.

Amavo Roma senza averla mai vista, da secoli…immaginavo i cieli sull’Eur.

Rimetti Roma, tra le mie acquisizioni recenti.

Rimetti Trastevere e Piazza Trilussa. Rimetti il Raphael e l’edera rampicante. Rimetti il Quirinale, l’Esedra e l’estasi di Santa Teresa.

Rimetti il bar di San Calisto e il mosaico dorato di Santa Maria in Trastevere lì accanto.

Rimetti tutto al suo posto, dov’è sempre stato.

Restituisci Roma.

Rimettila a me coi miei peccati, fá che siano tutti condonati per l’amore che so provare, per il cuore che mi esplode per un tramonto dietro al Colosseo, quando appare dai vetri del tram alle ore più tristi dell’esistenza.

Restituisci Roma e tutto il suo clamore.

Restituisci al mondo quel sangue che circola senza far rumore: tra le vene di pietra di tufo e travertino.

Restituisci Roma al mio amore e alle benedizioni quotidiane che le tributo ad alta voce. Alla mia fiducia mentre dormo. Concedile vita eterna, fà che sopravviva a me, sempre, quando ho il terrore di morire (che insieme a me morirebbe la preghiera, la sua grandezza nei miei occhi. Fà che in molti l’amino come l’amo io).

Rimetti Roma al posto suo, tra confini decadenti ma rimetti Roma a tutti i suoi amanti.

Roberto lo sa

Da piccolo fissava le piastrelle sul muro della cucina.
Erano smaltate, bianche. Con una quadrettatura in rilievo ai bordi. Ogni tot piastrelle tutte uguali, ce n’era una con un disegno in mezzo. Era frutta, un mucchio di frutta. Una mela rossa, una banana gialla, dell’uva verde.
Ha guardato quelle piastrelle per infiniti minuti che sommati nel tempo fanno ore, giorni, anni. Toccava i disegni serigrafati col dito, poteva sentirli ruvidi al tatto e intravedere la retinatura nera che tracciava le ombre attraverso le quali il disegno acquistava profondità. Quella parte non era lucida come il resto: aveva una trama visibile e tattile, e i colori non perfettamente allineati.
Avevano un che di dozzinale: una produzione scadente per molte mattonelle in un sacco di altre case.
Quella che Roberto guardava più spesso era la frutta sulla colonna tra il tavolo e la dispensa, quella sotto la bilancia da parete, che arrivava a toccare a malapena tendendo il braccio dalla sua piccola statura.
Quando si è bambini la vita è un tempo infinito tra un compleanno e l’altro, tra il Natale e Ferragosto e non c’è consolazione alcuna, solo consuetudine, uno sterminato altopiano di routine domestica. La vita è una prigione: quattro mura per giocare, deambulare, immaginare, crescere, accettare, sottostare. L’infanzia è sedimentazione. Stratificazione di tutto ciò che servirà a diventare adulti; la maggior parte di queste cose risulterà nociva e fuorviante, piccole lezioni familiari di squilibrio che uno psicoterapeuta l’indomani evidenzierà senza però porvi rimedio nonostante il cospicuo compenso percepito.
Roberto adesso lo sa.

Nel bagno già c’erano i drammi dell’esistenza evidenziati da una “mattonella sostitutiva”, quella che rompeva il pattern, l’equilibrio, la modularità tra i pieni e i vuoti, la musica, l’alternanza dei bianchi e dei neri. Discrepanze nello spazio tempo, incongruenze del reale spiegate su una sola breve parete con una mattonella sbagliata a coprire il guasto, a sottolineare un errore. Qualcosa non andava e non si poteva spiegarne il perché.
Roberto non aveva idea di chi fosse stato a rompere la quiete del suo muro.
Chi poteva essere intervenuto nel suo bagno?
La sua casa non era sempre esistita? Perfetta, nuova, non-creata così come i suoi genitori non-creati?
Cos’era quella traccia di contaminazione?
Le cose iniziavano ad avere un’aria sospetta già da allora. Gli spigoli erano sempre imperfetti, corrotti gli angoli. Roberto perdeva qualcosa.

Essere bambini significava dunque conoscere a memoria le macchie zoomorfe del marmo di recupero nell’androne del palazzo. Significava ricordare tutti i ghirigori marroni e le loro volute nel pavimento del soggiorno (leggermente diversi da una mattonella all’altra), tutti i fiori rosa sulle piastrelle del bagno, i profili metallici della vetrina nel soggiorno, la curvatura del cristallo e il risucchio della calamita in chiusura…quel suono. Significava tutti i soprammobili, il loro odore, sì, l’odore: quel misto di polvere, di chiuso e di vecchiaia; le fattezze, la posizione esatta di ogni cosa. Significava avere nella testa la disposizione dei mobili, la lunghezza dei corridoi e l’ampiezza delle stanze; uno schema perfetto, una visione tridimensionale, un diorama mnemonico dei luoghi abitati. Ogni casa è infatti una foresta, un’isola di solitudine su cui tracciare un perimetro misurandolo coi propri piccoli passi: un’unità di misura del tutto privata e non condivisibile, non comparabile né raffrontabile.
Per Roberto solo i numeri erano sicuri. Solo ciò che si poteva contare e mettere in ordine dal più grande al più piccolo valeva qualche cosa. Solo le piastrelle della cucina valevano, perché ogni cinque, ci potevi giurare, arrivava la frutta. Banana gialla. Mela rossa. Uva.
Una casa è un universo intero e la mente si può smarrire.
Bisogna perciò conoscere il deserto in cui si abita, granello per granello, duna dopo duna e districarsi tracciando mappe immaginarie verso l’uscita del labirinto.
Un giorno le porte si spalancheranno. Avverrà quando Roberto avrà smesso di indicare i disegni sui muri con smisurato interesse, quando una mattonella varrà un’altra e non ci sarà più quella preferita in cui mettere il piede, non più la faccia che ride nella venatura del parquet o il difetto penoso in quella crepa del battiscopa.
Uscirà di casa e la nuova realtà da mappare sarà il mondo intero: Roberto ora ha bisogno di legarsi a qualche cosa, aggrapparsi a un’idea di “angolo”, un angolo sicuro in cui tornare ogni volta e ritrovare senza ombra di dubbio tre frutti colorati da toccare con l’indice e il medio.

Un bambino osserva le mattonelle di una casa per ore, le osserva per interi anni. Qualche volta da grande le ritrova identiche in casa d’altri e ne è spiazzato come un pesce d’acqua dolce lanciato in mare. Sono identiche eppure non si somigliano affatto, le mattonelle. E nemmeno le vite dei bambini.

Roberto è grande ma esiste come quando osservava i muri.
Conta i cartoni del latte che dispone sullo scaffale, in basso a destra. Conta quante confezioni hanno l’etichetta blu, quante la scritta rossa. Sa che la gente compra più spesso il latte scremato perché lo rimpiazza due volte al giorno, sempre in unità di numero pari: tre file da otto, non un pezzo di meno.
Lavora in un supermercato, non parla con nessuno.
Le persone sono una variabile troppo mutevole. Le persone non si possono separare in categorie come il latte intero e quello scremato. E non vogliono mai restare ferme, ordinate, disposte in tre file da otto. Le persone sono come la mattonella di rimpiazzo sul muro: presentano tutte una traccia della contaminazione.
Fuori dalle mura di casa, Roberto adesso lo sa.

(Credits: frame from Elephant, 2003 – directed by Gus Van Sant)

Tetralogia della strada

Io sono un senzatetto.
Io sono un senza corpo.
Un ammasso unico coi miei panni e il mio cappotto.
Un solo guscio per ogni stagione.
Sono un unico dolore: lo stomaco bruciato dal vino e dalla fame, la schiena rotta dal selciato separato dal cartone.
Io sono solo ciò che mi porto appresso, un tutt’uno con lo sporco, ciò che chi è fortunato abbandona al cesso.
Sono l’uomo senza sonno, che quando dorme è alla mercè del mondo.
Avvolto in una coperta, come uno scarto a lato strada.
Se qualcuno passa, può far di me quel che gli aggrada.

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E pass e spass sott’ a stu balcon ma tu sì guaglion…
Cu ‘na parrucca ‘n cap.
E ‘a borz sott’o raccio.
In Via del Pigneto.
Parl tu sul’.
Dalla finestra vedo la stoffa a quadri coi capelli cuciti sopra. Te ne manca un pezzo. Chissà con quale vaiassa t sì fatt’afferrà pe pazzo.
Chill è nu buon guaglion ma c peccat ca è nu poc ricchion…”
Quando ti guardo mi fai impressione. Le gote rosse, lo sguardo morto.
Quando ti guardo è medicina, tu c’hai la faccia da bambina.

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Io sono un gigante nero.
Parlo italiano e straniero.
Sono africano con occhi di diamante, la mia voce è tuono roboante.
Sono guardia di quartiere, controllo tutto quello che si muove, riferisco a chi di dovere che succede in queste ore.
Se mi incontri troppo spesso fà che nemmeno mi hai visto. Io non passo inosservato, sono alto due metri, vesto di rosso e mi muovo sfacciato.
Spingo, sorpasso e scanso l’altra gente…sono un capo di quartiere, non mi frega niente.
Sono gentile coi bambini. Faccio volare lo zingaro in cielo. Non parla, ride, gli occhi chiusi, dietro un velo. È la legge della strada: bocca muta e ogni cosa non guardata è stata già dimenticata.

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Stann ‘e cas ‘ncopp ‘a Prenestina, chelli figli’e ‘na bucchina.
Stann scav’z p’a strad o cu ‘e zuocc’l ca chi sap arò l’anna pigliat’.
Stann allert ‘n funn’o tram, cu ‘e capill tutt scagnat’, cu l’ogne long e scurtecat e ie m’assett’annanz a ‘llor, teng ‘o cellular ‘n man, tal e qual a chelli femm’n, e scrivimm’ a chill’uomm’n ca c’abbrucen’int ‘a cap.
Cu ‘a panz ‘a for e ‘e cosce stort, se metten ‘e cazun curt.
Parl’n sudamerican’ e se sbatt’n san san.
I connotati deformati dalla droga e il trucco sfatto. Il silicone in petto.
I macellai di Bahia. Eu quero um corpo feminino.
Scendo al prossimo destino.

 

 

 

Credits: Frame from “Les amants du Pont-Neuf“, (1991) , directed by Leos Carax

Togli Roma

Togli Roma.
Dalle mie acquisizioni recenti.
Togli il Pantheon, Santa Maria in Trastevere, il caffè al buco degli anni ’70 con Pantaleone, in un febbraio che sembrava la primavera.
Togli Fontana di Trevi e il Palazzo Poli, le lezioni in Calcografia, tutti i turisti del mondo a gettare spicci, i carrettini del gelato, le granite, le frutte, come nei film.
Togli Piazza Navona, da una terrazza a sinistra di Sant’Agnese in Agone, quando la sera e l’acqua delle fontane rilucono e ti senti ricco in mezzo ai ricchi, ricco in mezzo a tutto.
Togli Castel Sant’Angelo, il colore bruno e le statue bianche, il Tevere e il Vaticano, i catenacci sui ponti.
Togli Regina Coeli e Raffaello alla Farnesina, togli le camminate alla domenica mattina.
Togli Via Lepanto, il caldo, il Palazzaccio, il ragazzino, il detersivo, lo stupro.
Togli il Colosseo e la fame a mezzogiorno, togli i Fori Imperiali e le foto ricordo di tutto il mondo.
Togli Monteverde, il 75 e Nanni Moretti la mattina al bar, i villini muti, senza abitanti, i giardini di arance, gli americani.
Togli i teatri e gli spettacoli televisivi, gli attori, le loro case, gli attici, la palma luminosa, la villa di Zeffirelli sull’Appia Antica e quella di Sordi.
Togli stazione Termini, gli arrivi e le partenze, il compagno rosso che mi aspetta sempre allo stesso posto, le mie gonne d’estate, Google Maps e le coincidenze dei bus.
Togli Villa Borghese, le statue dei poeti, un cinema giocattolo, il museo visto dall’alto.
Togli Piazza di Spagna e Trinità dei Monti, una scalinata in una notte d’estate, sola al mondo in mezzo al mondo, sola su un muro, non ho nessuno.
Togli la Cristoforo Colombo, la Via del Mare, la mia prima settimana nella Capitale, Ostia che non è ancora stagione, Axa e Casalpalocco, nomi di cose che non sapevo cosa fossero.
Togli l’Eur e le villette di certi uomini eleganti. I fiori dappertutto, il cielo grande grande.
Togli Testaccio quando diventa Aventino.
Togli il tridente e Via di Ripetta.
Togli le statue e le fontane. Togli i muri, i manifesti.
Togli Blu sul Porto Fluviale. Togli i binari dei tram, il 19 di notte, le Belle Arti.
Togli questa cosa così vecchia e nuova, che non importa sia mia. Togli, togli pure.
Togli la città eterna dai miei occhi, dalla vita mia. Toglila perché tanto m’importa solo che ci sia.
Togli ogni cosa bella dalla mia vista, basta solo che esista.
Togli la cosa migliore al mondo dalle mie acquisizioni recenti.
Non m’importa.
Togli Roma.

Il pranzo è servito

Io, tu e Pasquale, sul divano letto. Come quando eravamo bambini e ci addormentavamo insieme con le bottiglie di latte in bocca e i pigiamini uguali. Voi azzurro, io rosa.
Adesso ho le tue scarpe da calcetto; siamo in un periodo in cui tu cresci ma sei ancora abbastanza piccolo da avere il mio stesso numero di piede. 38.

Io, tu, nostro cugino. Dopo anni che non ci vedevamo. Su un divano letto, agosto 2003, Sondrio.
È un pomeriggio noioso. In TV guardiamo i soliti canali che ci piacciono tanto: quelli delle televendite h24, dei coltelli Miracle Blade, degli aspirapolvere Aurora d’Agostino. C’è un programma adesso. Un programma di cucina, forse svizzero.
C’è una donna, non gradevole, che sta cucinando una lingua.
Un’enorme, abominevole lingua di bovino. La maneggia. La poggia pesantemente su un tavolo.
Spiega come va bollita, poi affettata.
Nessuno parla. Né in TV, né sul divano letto. Solo lo sfrigolìo del burro in una casseruola.
Guardiamo.
Un po’ nauseati.
Io forse più per il silenzio di chi conduce il programma che per l’ammasso di lingua che mai avevo veduto prima di allora. Una lingua tutta intera.
Non sapevo si mangiasse.
L’ho imparato solo molto tempo dopo, da grande.

Mi immaginavo la gente di Sondrio a guardare programmi di livello tanto penoso, tutti zitti, amorfi, così come eravamo noi, così come era sempre stata la zia.
Che vita triste qui in Valtellina. La bruttacopia di un programma di gastronomia. E le casalinghe ci credevano veramente. Credevano a quella donna poco gradevole che senza parlare maneggiava 3kg di lingua di bovino. Poggiandola grevemente sul tavolo. Bollendola. Facendola a fettine e irrorandola di burro fuso in un pomeriggio d’agosto del 2003. Ma credo che quel programma l’abbiano registrato come minimo nel ’92.

In Valtellina sono dei mostri. Che disgusto mangiare una cosa del genere. E farne addirittura un programma.

Aria di saturno

Le terrazze su Roma.
Antenne. Verande abusive.

Cominciano così, durante un crepuscolo qualsiasi con l’alzarsi del vento, a suonare le campane. E le chiese non so dove siano.
Era stato detto di sospendere ogni funzione. Anche i preti se ne dovevano stare a casa.
Sono le 19 e il cielo usa essere rosa su Roma.
Non c’è più nessuno. Di quanti avevano suonato e cantano fino all’ora prima, non ve n’è più ricordo; solo l’eco dietro le finestre richiuse, gli infissi malconci, gli scuri accostati.
Non c’è più nessuno.
Per chi suona la campana? («E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te»).
Un’ostinazione, la loro.
Le campane mi ricordano un requiem: Cantus in memoriam Benjamin Britten, Arvo Pärt. Una paura subdola riverbera nello scheletro bianco. Le nubi. L’alto. Il silenzio degli altri. Mi lasciano di nuovo da sola come una volta, e io, mi sentivo unita a tutti loro. A tutto.
I rintocchi che si mescolano fino a fondersi perfettamente alle campane per Britten hanno il tono triste della fine dei programmi sulla Rai: un cielo immobile fatto di eternità e nuvole su cui svetta un’antenna e tira un’aria di Saturno. Mi guardo intorno.
Trecentosessanta gradi. Una terrazza sul Pigneto. Gli alberi riempiono il viale e mano a mano che si fa buio le chiome vengono inghiottite dallo scuro della via, in basso. Man mano che si fa buio compaiono gli interni domestici.
C’erano tutti, ora non c’è più nessuno. Stanno appena dietro i vetri, si accendono le luci. Li vedo.
Una casa di mare con la luce più fredda degli abissi proietta un’ombra netta del mio corpo contro il muro bianco che sto guardando.
Nelle finestre una sopra l’altra, ignari delle rispettive esistenze, stanno un ragazzo che fuma e una che pratica esercizi ginnici guardando il vuoto, più probabilmente un video da cui prendere esempio. Accanto, un’altra ragazza ha già lucidato il lavello tre volte e in una finestra più lontano, marito e moglie preparano la cena.

Lezioni di musica

Lezioni di musica”.
In onda su Radio 3 in streaming. Un sabato mattina, Barcellona.
Una casa buia nel quartiere El Born.
Cercando di non vomitare.
Ho preso qualche droga due giorni prima. Deve avermi fatto molto male.
Tento di uscire dalla vasca da bagno, mentre tutto intorno ondeggia e mi dà la nausea. Sono su un vascello nella tempesta.
La pianista ci insegna come suonare quel rigo dello spartito: DO – RE…
Lo ripete di seguito.
Il sabato mattina su Radio 3 danno lezioni su com’è fatta la musica. La musica classica, i componimenti di alcuni artisti misconosciuti dal Seicento in poi.
“Ascoltiamo un frammento del brano originale orchestrato. Poi scomponiamolo. Ascoltiamo i passaggi tra una partitura e l’altra. Suoniamo.”
Mi aggrappo alla voce dell’insegnante così come faccio con la tenda da doccia che delimita con pareti molli la vasca in cui a tentoni mi lavo.
Cerco di coprire l’odore. Quel puzzo metallico della bile che perdo dal corpo e che non va via.
Me lo porterò dietro quel tanfo per i quaranta giorni a venire. Non camminerò più bene, né penserò a velocità normale. Sarà difficile parlare.
Non mangerò più per venticinque giorni. Poi riprenderò a ingoiare qualcosa e la eliminerò senza averla neppure digerita. Intera.

Al di là del bagno c’è un ragazzo che mi piace molto. È gentile con me, nonostante stia occupando il suo letto da giorni, dormendo per ore e ore senza riuscire ad alzarmi o a parlare, o a ricordare nulla. Sulla parete in faccia alla quale dormo, un grande disegno che ha fatto lui: una faccia mi osserva, la tocco con le dita, come per poter assimilare qualcosa di magico. Il mio amico ha un pensiero magico. Mi parla della morte e oltre la morte.
Buio.
Ricordo solo quando ho tentato di entrare in un museo e avevo terrore di acquistare il biglietto.
“Paranoia”, mi dicono. Pare si chiami così quella sensazione di essere osservati e fuori luogo, quel senso paralizzante che impedisce di compiere la più semplice delle azioni in presenza d’altri.
Ricordo solo con che difficoltà ho mangiato un croissant e un the caldo in un café per turisti. Ricordo solo il tempo a scatti. Una pellicola inceppata che scorre sullo schermo.
E ricordo la vasca da bagno, le lezioni di musica.
DO – RE…
…quel pianoforte terribile.

A volte al bagno mi capita di sentire di nuovo quell’odore di calce e metallo che produceva il mio corpo guasto.
A volte alla radio mi capita di sentire di nuovo “Lezioni di musica” e ricordo la casa buia al Born, i dolci industriali che mi comprava Riccardo al mattino dal bangla giù per strada. I graffiti sui muri di tutte le stanze. E quel pianoforte terribile in doccia, all’estero.

Credits: frame from “Psycho” (1960) – directed by Alfred Hitchcock

Mimì

Mimì gioca a fare il duro.
È egocentrico, vanitoso, la voce impostata. Stride nel microfono facendo aspri suoni con la gola per ribadire i concetti, per rafforzare le parole, dimentico dei toni tenui di “Club Privé” o anche di un’urgenza senza rabbia dei dischi migliori.
Me lo ricordo da giovane, quando anch’io ero più giovane, in un fermo immagine assieme agli altri quando non era così magro e i suoi occhi meno penetranti, forse più tristi, ma meno taglienti.
Me lo ricordo prima che fosse una scheggia che si conficca nell’eros, quando riuscivo a pensare a lui solo come uno scrittore e non come due braccia magre tatuate in maniche di camicia a vibrare un basso pieno di adesivi e parole e una croce nera su sfondo verde.
Lo vidi dal vivo al Lauro Rossi per la prima volta, pochi anni fa. Inevitabile, mi innamorai. Mentre caricava l’auto con gli strumenti, in Piazza della Libertà davanti alla porta aperta del teatro.
Era diventato un altro.

Mimì si dà delle arie. Veste come se fosse Leonard Cohen, indossa una cravatta texana e sfoggia una silhouette invidiabile. Ci tiene al suo fisico asciutto, si vede da come si tocca la pancia stirando con la mano nessuna piega della camicia, perfetta, coi bottoni in linea. Si vede da come si calca il cappello a tesa larga sulla testa fino a coprire gli occhi. Le luci del palco, lui lo sa, gli oscureranno il volto. Il mistero, lui lo sa, gli darà un tono.

Si atteggia Mimì in scena. Gli piace far ridere la platea con delle frasi ad effetto pronunciate quasi distrattamente, con finta noncuranza.

Sette laser attraversano il fumo. Disegnano il suo profilo. Un uomo magro, gli occhiali da vista, un cowboy col libro in mano.
Svanisce.