Bestemmia

E io bestemmio Iddio perché ne sento mancanza.
Bestemmio Dio per farlo esistere almeno un po’.
Che dalla rabbia di sentirsi dar del “porco”, “maledetto”, s’appresti a uscire allo scoperto.

Sparare dritto in mezzo al cielo. Se sputa sangue, ce ne accorgeremo.

(Credits: “La concezione“, 1921 – Adolf Wildt)

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Il contagio

Se chiudo gli occhi e non ti guardo, la tua lingua che striscia sotto i miei denti lasciandomi in bocca una patina di te, mi fa meno schifo.

Se mi tappo le orecchie mentre la tua mano mi batte ripetutamente le natiche e la carne va a fuoco, non fai più male.

Parrebbe che il suono acuisca la percezione del dolore.

E che la vista aumenti la nausea, quella ribellione dello stomaco che cerchiamo di soffocare quando con la mente pieghiamo il desiderio al dovere.

Se ti guardo dall’alto osservo quei maledetti denti sporgerti dal laido sorriso. Un omuncolo disgustoso, coi pochi capelli rimasti, ricci e capricciosi. Un omuncolo compìto, le lenti ovali e un taglio d’occhi luciferino.

Li odio quei tuoi occhiali dalla montatura fine e antiquata. Li odio quegli occhiali che ti rendono più vecchio, più brutto, più porco.

Se invece non ti guardo e sopporto i tuoi baci, se chiudo gli occhi e apro a stento la bocca, ho comunque voglia di morire. L’odore della tua saliva mi disgusta, e ti odio, ti odio quando mi lecchi la piega delle braccia o un punto imprecisato sulla coscia. Quando per lenire gli schiaffi dati a mano aperta mi depositi saliva fresca sulle natiche viola.

Preferisco quando mi stendi sulle tue ginocchia e cominci a colpire.

Lo preferisco. Perché il dolore passa, i colpi sono solo momenti che si possono scordare, ma la tua bava mi trapassa l’epidermide, il mio corpo l’assorbe, diventi parte di me e io mi contamino della tua orribile persona. Mi contagio della tua schifida saliva e divento tua.

Divento tua come dici. Divento tua come pretendi, come desideri.

Divento tua.

Come quando mi cingi tra le braccia e mi dondoli come una figlia. Come quando mi dici che ti affezioni e forse un giorno non mi picchierai più.

Ma io spero che mi picchi sempre.

Che mi picchi e basta.

Che mi picchi senza toccarmi.

Che mi picchi senza baciarmi.

I tuoi baci disgustosi.

Io spero che mi picchi e che ti facciano male alla svelta le mani, così ti stanchi e andiamo a comprare il gelato. Cioccolato amaro e limone.

Mi fanno un cono grande. Quando arrivo alla fine ho sempre voglia di vomitare.

Canti delle canzoni che conosci solo tu, canzonette di fine ‘800. Perche sei un vecchio di merda.

Scrosci

In una mano la forchetta biodegradabile.
Non danno più nulla che sia di plastica, sti fighetti di merda.
Nell’altra il libro.
Non è facile mangiare con una mano e leggere con l’altra. Che un libro si legge con la mano, e io mi sento scombussolata come Bunny Munro ubriaco in mezzo alla tempesta. Mi sento scombussolata per via di queste due canzoni sovrapposte. Il cuoco in cucina fischietta questo vecchio, assillante motivo da discoteca, e sopra ci si lagna un cantante di trap: ho l’impressione di aver ingerito un ipnotico, una droga che mi fa sentire l’acqua del mare di notte nel cuore e sotto i piedi che mi pendono dallo sgabello e non toccano mai terra.
Il fischiettìo è come un sogno lontano e dilatato…una specie di euforica allegria abbassata di un semitono, suonata in minore, come un incubo in cui le persone ridono. Finisco il mio piatto di pasta a Euro 6, mi dirigo verso la sera.
Sulla metro B da Termini a Cavour c’è un tizio grosso. Sul braccio ha dei segni, li riconosco, li ho disegnati anche io su un quaderno, con un pennarello nero con la punta troppo grossa per definire quei ricami: Allah scritto al dritto e al rovescio, che il nostro rovescio è il loro dritto ed è vero l’esatto contrario. Allah. È una parola austera scritta tutta con bastoni. Delphine e i suoi arcani. Vedo quel braccio enorme e le antiche scritte in arabo e Delphine e i tarocchi e poi gli guardo la faccia e ha dei simboli in testa a lato nella fronte, gli pulsa nelle tempie, 9-9-9 e lo immagino a testa in giù. Paolino. Ce lo aveva tatuato in mezzo agli occhi, 2017, per una strada di Firenze, lo zaino rosa coi My Little Pony e il numero del demonio iscritto in fronte. Un ciuffo anni ’80, il codino.
Paolino. Poi Ivan che mi aveva spaventato. Conosceva il suo nome e il suo strabismo senza motivo alcuno.
Il demonio. A volte ci fa paura.
A Piazza di Spagna i vigili urbani fischiano ai turisti che si siedono sugli scalini. Poteva essere di questi tempi, negli anni ’95 o ’96 che la sorella adulta della mia amica del cuore guardava la moda in TV. La sfilata lungo la gradinata con la fontana al centro. Penso a qualche modella che venti anni fa ha sceso quegli scalini con l’aria estiva di Roma, tremando di emozione per una carriera in ascesa. Gli anni di Cindy Crowford, Naomi Campbell, Kate Moss. Immagino i riflettori, i truccatori, il disordine organizzato in cima a questa scenografia di pietra e il semplice silenzio della modella in mondovisione che scendeva le scale con una musica d’impatto allora in voga. Dalla TV potevo sentire la temperatura dell’aria che muoveva i loro capelli desumendo la sensazione da qualche ricordo estivo di me infante coi miei genitori, forse a Maiori, forse a Sorrento, forse mai accaduto.
C’è odore di sterco di cavallo, ma in qualche maniera mi ricorda l’odore putrido del mare alla notte, dopo che ha piovuto; resto seduta di fianco a un’araba intorno alla fontana come un turista qualunque, in cerchio, con tutti, intorno alla fontana, una turista qualunque e invece ho un foglio che dichiara la mia residenza in questa città.
A tratti, questo profumo da uomo che mi sono spruzzata sui polsi in casa di un moldavo dalla fedina penale pulita mi risale nel naso e si mescola a cose a caso, come a questa donna dall’odore dolciastro simile a quello di un cadavere, simile al vomito mischiato all’alcool, come una vodka alla fragola e l’odore acido di un rigurgito. Il profumo sui polsi, l’odore dolciastro, l’alcool. Lidia. Sento l’odore dolce del suo profumo di non so quale marca e l’odore acre della sua fica, il sentore del suo ex alcolismo e il profumo dei capelli appena ossigenati in casa. Il suo dente distante, quel foro nero al lato di un sorriso triste, voglio più bene a lei che a suo marito. Lidia.
Molta gente anche a fontana di Trevi. Le adolescenti russe posano contro le transenne con espressioni da professioniste. Hanno le labbra turgide, disegnate. I nasi perfetti.
Solo i ragazzi napoletani sono ancora dei ragazzi di vita. A 15 anni vestiti di camicia, c’a sigaretta ‘mmocc, ‘e capill tutt fatt, e l’aria di chi cerca al di là del mare.
Il suono dell’acqua che scroscia. Questo paese di fontane, acqua potabile, e la tempesta nei pressi di Brighton: ho lasciato Bunny ubriaco nella Punto gialla in mezzo a un uragano. Ma mi sento meno ubriaca di lui.

(Credits: “Tristan’s Ascension“, 2005 – Bill Viola)

Cimice rossa

È una cimice rossa gigante che mi è volata in bocca.
Scarafaggio trapezoidale.
È una cimice gigante, rossa e nera. Tengo la bocca chiusa per paura.
Tengo la bocca chiusa e cerco di non sbavare, di non masticare. Cerco di non farmela camminare sulla faccia. Ho terrore.
Vieni papà, aiutami a mandarla via.
Passa il tempo. È troppo tardi.
Sono secoli che macera nel mio cavo orale.
La sputo.
È a pezzi.

Ho mangiato un insetto terribile. Non riesco a pulirmi la bocca.
Sputo. Sputo. Sputo.
Sputo.
È in terra. A pezzi.
Sputo.
Ho la bocca ancora piena. Per sempre.
Non si ripulirà mai da questo enorme sgarro.
Enorme.
Sputo.
Il suo corpo è infinito.

 

Insetto. Precipito. Non so perché.
Sulla faccia. Mi ritrovo in bocca di lei. E non lo voleva nessuno di noi due.
Ma a me poco importa. Sono insetto, nato per stare fermo, immobile, o procedere come maledetto e dolorante fulmine frastagliato.
Resto fermo.
Non mi mastica, ma inevitabilmente i suoi denti mi consumano le estremità.
Mi sono inutili. Non muoio. Sono duro.
Rido e non rido. Resto. Immobile.

 

Padre. Forse aveva chiesto aiuto. Arrivo ora.
Non ho visto niente sulla sua faccia. Se lo teneva in bocca e per questo…cosa avrei potuto fare?
Adesso prova a salvarsi da sola, a sputare l’animale. Sono convinto che ci sia riuscita, ma si dibatte, pare che non sia così. Ciò che è uscito fuori e giace sull’asfalto è solo un breve frammento di ciò che sente di avere ancora dentro.
Resto a guardare, non faccio una mossa. Sono un’ombra nel buio, si aggiusta da sola ma mi chiama in soccorso mentre si sbatte le mani sulla faccia.

Valerio

Valerio cane.

Valerio poliziotto.

Valerio a Roma in un locale o in una casa privata.

Valerio a Fano, a bordo piscina con sua moglie bionda vestita di rosa.

Volevo solo fare un giro al mare: domenica 14 luglio, ore 20,08, non c’è nessuno sull’Adriatico, ognuno di loro ha gettato la spugna.

Il chiarore del cielo è un madreperla appena intuibile sopra l’orizzonte, l’acqua, una distesa da fine delle trasmissioni: non troppo calma, non troppo agitata, come la sigla terminale in un varietà datato.

Valerio a Bologna in un party pomeridiano.

Io che ci penso, senza troppo di niente: in quel tumulto ho imparato ad amare in fretta e a scordare altrettanto presto.

Non avevo mai sentito la musica da discoteca, ora, invece, insieme a tutti questi signori qui ci troviamo sempre in posti nuovi e la musica invece è la stessa. In un negozio riascolto quel pezzo ballabile e pieno di eco che voglio immaginare suonasse mentre mi montava sopra.

– “Mettiamoci all’angolo, un pomeriggio. Io e te. Usciremo solo quando faremo veramente schifo”
– “Gia facciamo schifo, io e te”

Togliti la parrucca, mi dice. Togliti tutto, fatti vedere nuda, mi dice.
Ti scopo piano, dietro le palme, nessuno ci vedrà in questa festa in piscina. Nessuno ci vedrà, in un luogo in cui non c’è nascondimento perché se anche lo facessimo in mezzo a tutti, nessuno vedrebbe che testa che hai, nessuno lo sa, nessuno capisce e sente quel che siamo noi.
Cani della stessa razza.
Nessuna come te. Ne ho trovate simili a te. Nessuna come te.
Ma lui è così con tutte. È vero, lo so.
Ma io sono così con tutti. Lo sai.

– “Che te ne frega? Tanto è solo acqua”
Valerio mi piscia addosso.

Valerio con gli anfibi e la piastrina al collo.

Valerio albino con l’armatura nera.

Valerio ubriaco, dice che sua moglie mi vuol bene.
Anche io le voglio bene.

– “Facciamoci sta storia d’amore”
In questi posti l’amore non è amore. L’amore è di più. L’amore è puro: fatto di un angolo buio in mezzo ad altri corpi che scopano. L’amore è di più, fatto di un bacio lento e di uno sputo in bocca tra cento altri corpi che chiavano.

Volevo solo vedere il mare, oggi, 14 luglio. Per gettare in acqua come un sasso che salta questo microscopico dolore. Non mi fa male.

Valerio non sa parlare.

Valerio ha qualcosa da dirmi ma io gli dico che non importa, che sono arrivata per ultima, che aspetto il mio turno dopo tutte le altre, che non salgo in camera mentre si fotte un’altra. Io aspetto. Aspetto in mezzo alla festa, in un angolo, sospirante, e guardo sulla sedia in fondo un marito piangente: occhi rossi e un’aria da morto. È un ospite qualsiasi, l’unico a restarsene da solo come me, che a entrambi manca l’altro pezzo, e i nostri due pezzi sono altrove, a formare un unico corpo che gode mentre noi ci affliggiamo e non osiamo mostrarlo in giro. Gli chiedo di Valerio, mi dice che è con sua moglie, fan sempre così, non tornerà per almeno due ore, inutile aspettarlo. Capisco tutto.
Restiamo distanti. Il marito, Valerio, sua moglie e l’amante. Io.

A Roma ho imparato del mio cuore sospeso. È possibile amare a puntate: sabato uno, giovedì un altro. È possibile sentire un cavallo nel petto se scorgi il suo corpo arrivare quando non lo credevi. È possibile altresì sopravvivere quando il giorno ricomincia, quando non più i neon, non più le canzoni della discoteca o i gemiti soffocati, i corpi nudi, le belle ragazze, gli uomini coi cazzi enormi, quando nessuna di queste cose più. Non più. È possibile sopravvivere.

Amare Valerio senza amare davvero Valerio.
O amarlo davvero senza nulla di più.

Le nostre vite assumono contorni invisibili quando di giorno vestiamo come persone normali.
Ma i nostri pensieri nerofumo e i cuori fluorescenti sono visibili solo di notte, in mezzo a un bordello clandestino, in mezzo a una festa tra amici. Solo i malati se ne accorgono. I più malati tra i malati. Dei sentimenti si accorgono, delle cose fuori dal gioco, dei dolori sospirati tra gli amanti all’orecchio, o dati in sguardi muti in mezzo a schizzi di vagina, a sperma spinto a forza in gola.
I malati tra i malati vedono i sentimenti nascere, patire, soffocarsi, celarsi. E poi le vite ricominciare. All’alba. Quando è la fine della festa.

Vedo Valerio con un’altra e vedo la luce fluorescente. Loro.

Il vento è cambiato, porta il salmastro dal mare fino al mio domicilio presso una barca di salvataggio ormeggiata a riva. Sento l’odore di acqua salata ed è lo stesso che sentivo ieri, nel bagno di umori, sudore, piscio e saliva. L’amore sa di questa roba qui e di un uomo che non ho mai visto nelle sue vesti da civile.

L’amore per Valerio non è più forte di questa brezza di mare di una sera di luglio nel 2019. Puoi morire, un giorno, e sapere che le cose più potenti, sebbene senza nessuna importanza, erano quelle là: la brezza, Valerio, o un uomo qualsiasi che per un istante ti ha modificato la chimica del corpo e dei pensieri.

Ci sono il sole e la luna sullo stesso lato del mare. È notte alla mia destra. Dietro di me il sole tramonta.

Memorie altrui

Una memoria bucolica stampata nel DNA. Di qualcun altro, non mio, evidentemente.
Ma se guardo un dipinto triste con delle margherite di campo immobili, subito riaffiorano ricordi che non ho.
Non vivevo in campagna quando ero piccola. C’era solo asfalto dissestato, muro crepato, cancellate in ferro non ridipinto. E se qualcosa di agreste mi ritorna alla memoria io non so cos’è.
Io non lo so cos’è quest’immagine di campi, di giochi all’ombra di un albero in pianura. Evidentemente è il DNA di qualcun altro.
È la campagna che riconosco quando odio le Marche.
È la campagna che riconosco ai bordi delle strade, fatta di piccoli fiori e ortiche che nascono tra i muri e il marciapiede.
Solo la strada verso casa della nonna poteva essere qualcosa di simile. Ercolano. I fiori non ci sono ma forse la mia memoria ricompone immagini e parole: “Margherita” era solo la vecchia cugina di mia mamma, abitava in quella strada a Ercolano dove a volte, d’estate, lei mi trascinava a piedi. E allora io ricordo dei fiori che non c’erano. Margherite divenute sfogliabili. Margherita è solo un nome. Ricordo le scarpe di pezza che mi aveva comprato al mercato da zì Salvatore. Ricordo le cose in basso. E probabilmente i bambini vedono solo il basso. Quattro fili d’erbaccia bruciati dal sole del sud, le scarpe mie e di mia mamma, Margherita che è solo un nome, pietre, cani randagi, la strada, la nonna. Tutto questo si trasforma in un ricordo di campagna. Che non ho abitato mai.

Quando guardo un dipinto triste con delle margherite di campo immobili, subito ricordo l’infanzia di qualcun altro, o quel tragitto con scarpe di pezza nuove. Avevo quattro anni. Eppure, se la mente è così mendace, non sono più certa nemmeno di quella passeggiata con la mamma. Non sono più certa di non essere mai vissuta in campagna.
Un nitore non giustificabile. Nella mia testa, la vita altrui.

 

 

 

(Credits: Oil on canvas by Elizabeth Burton, 2019)

 

 

Cuore nero

Chissà cosa è stato stanotte a spaventarmi tanto.
Gli occhi della sedicenne che infine guardano nella cinepresa, titoli di coda.
Ho acceso l’aria condizionata o a Roma non si sopravvive: il letto è una tortura, il sonno un bagno di sale.
Chissà cosa è stato quel rumore, stanotte, che mi ha terrorizzato. Ho cercato di capire nel buio, eppure lo specchio era già caduto ieri l’altro, e non ho notato niente che forse fuori posto.
La mia compagna di stanza non c’è. Non pensavo di temere il dormir sola. Ma è che sono andata a letto con un disgusto nello stomaco, un’aria tale da uomo sconfitto, col corpo dolorante, i reumatismi, la schiena, – Domattina pioverà.
Chissà cosa sogno, perché mi infilo in quella casa, percorro certe scale. Ma al risveglio la finestra è aperta, spalancata, le zanzare hanno fatto scempio delle mie braccia e della mia faccia, mio Dio! Mi guardo intorno per capire se è entrato qualcuno ma è ancora buio; gli direi “Perdonami perché ho peccato” e lo lascerei fare, gli lascerei portar via ogni cosa che tanto nulla m’appartiene.
Non c’è alcuna presenza. Allora richiudo la finestra che nessuno ha aperto e mi distendo, coperta dal lenzuolo fino alle orecchie, perché ho paura di non so cosa sia entrato in questa camera stanotte: gli occhi dal monitor, una caduta nel buio, l’affanno, sono ancora le cinque, altre due ore di sonno, domattina Villa Mondragone, il bosco, ci porta Andrea e non vedo l’ora, ma qualcosa di ineluttabile mi trafigge l’anima all’alba. E sembra ancora notte. E qualcosa di sicuro è entrato. Se non in casa, dentro di me. Nel mio cuore non più buono.
Non è più come una volta.
Non sono più lo stesso di una volta.
Ma i tarocchi di Delphine mi hanno detto che Roma rivela chi sono. Non devo temere chi sono. Forse il mio cuore è nero e va bene così, solo, non ci ero abituata.