Nella notte

Sempre, nella notte, vorrei restare calma.
Una cosa che mi fa paura sono le urla della gente.
L’altra notte le donne piangevano, gli uomini urlavano. Poi nulla più.
Ho pensato a un incendio. Quelle genti vivono ammassate in pochi metri quadri, con bombole a gas, cucine economiche per nulla sicure. Nel bel mezzo della notte ho fatto mente locale e ho designato quali pochi oggetti salvare.
Ma non andava a fuoco niente. Non sentivo il rumore atroce delle fiamme consumare lentamente i legni delle case, né il bagliore tenue del piccolo fuoco in partenza uscire dalle finestre con le grate del sottoscala, illuminare il marciapiede e giungere di riflesso agli infissi in alluminio chiusi della mia stanza. Niente.
Allora ho pensato che gli uomini stessero picchiando le donne. Ma solitamente gli indiani sono persone miti. Mi viene in mente il volto della signora, le testa velata di colori accesi. Occhi bassi, mai nemmeno “buonasera“.
Forse, ho pensato, è morto qualcuno. Hanno perduto uno dei tanti bambini. I bambini fanno cose pericolose. Un incidente, una morte improvvisa. Uno si è addormentato e non s’è destato più. Ho pensato al volto grigio di un adolescente disteso in una branda sporca. Il ragazzo che avevo incontrato qualche settimana prima lungo le scale. Deve essere lui, pensavo, che è venuto a mancare. O uno di quelli piccoli piccoli. La bambina, forse?
Sono atroci i pianti delle femmine di notte. Mi gelano il sangue. Ricordo A., una volta che ero in bagno. La luce fredda contro le piastrelle bianche, i miei occhi semichiusi ancora immersi nel sonno, mi ero seduta. Un pianto dal primo piano. Il freddo lungo la schiena in settembre. Sentivo il gelo della sala operatoria: la luce verde, le mattonelle smorte.
O la notte in cui ho sentito mamma piangere. Ma lei non aveva urlato. Ho sentito solo un singhiozzo e la voce di papà che l’abbracciava. Avevo capito tutto guardando le doghe del letto a castello sopra la mia faccia. Qualcuno doveva essere per forza morto.

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I feel love

Giorgio Moroder la sapeva lunga.

È un beat travolgente.
Si prepara.
Sale.
Sempre lineare. Identico, per la terza volta.
Aumenta.
Tempo.
È un acuto…
And I’m in love

SLASH!

È in posa da cowboy, in mutande, con gli occhiali da vista e la montatura dorata, preciso come un chirurgo, tiene il codino di cuoio tra pollice e indice, come fosse una freccetta, prende la mira e – SLASH! – sulla schiena.

Ooh, it’s so good, it’s so good
It’s so good, it’s so good
It’s sooooo good

Donna Summer rincara la dose, il vecchio pure.
Si prepara da capo.
Sale con il braccio.
Sempre lineare. Identico nelle movenze, ancora un volta.
Aumenta l’altezza.
Tempo.
Un piede avanti all’altro, il peso poggia sulla gamba destra. Giusto lo spazio tra la credenza e il divano, la distanza che intercorre tra lui e me. Si direbbero circa due metri, la lunghezza minima standard di una frusta.
Il synth fa un altro giro e il vecchio ne fa mezzo intorno al polso col cordino.
È pronto.

Ooh, fall and free, fall and free
Fall and free, fall and free
Fall and freeeee…

Una caduta libera. Verso la pelle della schiena. La corda finalmente svincolata dalla presa dell’uomo precipita sulla bianchezza della mia schiena.
Che ora non è più bianca.
È a righe, sghembe, soprattutto, macchiata ai lati, ai fianchi, con i lividi procurati dal guizzo terminale di ogni colpo.
E ad ogni colpo io provo amore. I feel love, mi innamoro della canzone, mi innamoro del dolore, dell’acuto, voce e puntura, che salgono fino al cervello, così pungenti e insostenibili che vuoi sentirli ancora, e ancora e ancora, e poi “Basta!” e “…no, ancora…” fino a quando un colpo più bastardo ti inarca la schiena e urli una bestemmia, allora il cowboy domestico senza pantaloni, con le ciabatte di gomma e i calzini bianchi si avvicina per accarezzarti le ferite, per dare un bacino sulla bua e subito dopo riporre la frusta cattiva che ti ha fatto tanto male.
Ripone la frusta cattiva.
“Adesso basta con la frusta. Adesso ti presento il signor Cane
Come se già non lo conoscessi…per favore…no…

WHEEEEP!

 

 

 

“I FEEL LOVE” – D. Summer, G. Moroder.

(Credits: Alex in a frame from Clockwork Orange, 1971, directed by Stanley Kubrick)

L’amore delle femmine

A volte ho come l’impressione che solo le femmine provino quel tipo di felicità.
Ma se la spiego, assume i connotati imprecisi dell’isteria.
Io dico di quando si è innamorati (o si è qualcosa) di qualcuno: quel patema degli organi a incrociare per strada l’altro corpo, il cuore accelerato, l’agonizzare dei giorni che l’attendono laddove esista una data di congiungimento. Mi riferisco a quell’impeto, allo stringere le mani, il viso, a quel fissare il colore delle iridi intorno al vuoto delle pupille, a quel cercare di tirar fuori una parola dall’altro essere, una sola, che sia definitiva. Una parola di non so quale tipo ma che possa fissare quel momento nelle memorie eterne. (Ma è una parola che non arriva, perché l’uomo è bestia e non sa parlare).
Una felicità che si manifesta con l’impossibilità di attendere. Non è possibile aspettare, demandare, rinunciare, niente. Non è possibile perdere niente.
Ecco. Io credo che solo le femmine provino questo tipo di felicità.
Gli uomini temporeggiano, scordano, soprassiedono.
Gli uomini forse ci desiderano in un altro modo, non so.
Solo, non ricordo di essere stata frantumata nelle ossa della mano, o spezzata nella curva delle costole. Non ricordo buchi in mezzo agli occhi, né lo scalpo, o il taglio della lingua. Non lo ricordo.
Non ricordo un uomo che mi abbia desiderato tanto con mani e parole così come faccio io.
Non ricordo la felicità espressa fisicamente nel corpo di nessuno.
Solo mio padre ho visto una volta di me felice. Avevo tre anni.

Gli uomini non sanno sorridere d’amore. E se lo fanno, lo fanno quando noi non ci siamo.

 

 

(Credits: Francesca Marciano, frame from Pasqualino Settebellezze directed by Lina Wertmüller, 1975)

Le puttane

Perché le puttane ti danno solo la felicità.
Non ti guardano i difetti.
Sorridono sempre.
Ti chiamano “amore” anche se in corpo provano un terribile orrore.
Le puttane ti fanno godere.
Puoi chiedergli di pisciarti in bocca, ti infilano un cazzo finto nel culo; puoi domandar loro di fare le cose più sconce, e per il giusto prezzo in fogli di carta, ti diranno di sì.

Le mogli, invece, hanno un ingiusto prezzo in valutazioni emotive, ricatti, giudizi.
Le mogli non sanno il sesso cos’è, non tutte, perlomeno.
Le mogli sono femmine biologiche.

Le puttane sono femmine per scelta: è il loro lavoro e cercano di farlo al meglio. Essere femmina, fare la femmina, diventare donna. Trasformarsi. Non è la stessa cosa.

Le donne sanno poco degli uomini.

Le puttane sono le migliori amiche degli uomini, e sanno come pensano.
Sanno che quei maschi sono i loro figli, i loro fratelli, i loro padri. A volte, nei giochi, vogliono farsi chiamare proprio così: “papi”, “fratellino”, o “piccino della mamma”.
Le puttane sanno come gli uomini si sentono, ed è esattamente quello che le mogli non sanno.

Le mogli pretendono sempre che siano i maschi, “quei maiali insensibili” a dover capire, intuire un umore che aleggia, un’indisposizione emotiva e mentale.
Le donne si sentono superiori e per questo trattano gli uomini come loro sottoposti. (E dei sottoposti non ci si cura mai abbastanza).

Le puttane, invece, sanno di essere delle persone invisibili. Se un uomo le incontrerà per strada fingerà di non conoscerle affatto.
Sanno di essere subumane sebbene assai più belle di tutte le altre (a volte, alcune, sono proprio meravigliose…penso all’incantevole statua rumena che ho sempre e solo visto da dietro, sotto la tettoia di un benzinaio illuminato sulla strada verso l’Eur). E sapendo questo, mettono i loro uomini su uno scalino.
Così, un uomo, di notte, diventa importante per qualcuno. Addirittura si lavano, si cambiano i boxer bucati, quando è probabile che nei giorni qualunque non lo facciano affatto.
Così, l’uomo, per incontrare una puttana, si prepara al meglio, come un bambino voglioso di essere amato dalla mamma di un altro, pur sapendo che è un amore finto.
Un amore a ore.
A pagamento.
Un amore minore.
Un amore mimato.
Ma tu lo sai no, quanto è potente la catarsi del teatro.

Pagando un biglietto puoi piangere, amare, morire di guerra o di dolore. Puoi resuscitare, essere salvato, per sempre perdonato.
Il teatro ti cambia.
È il gioco del facciamo finta che.
I bambini lo sanno. Il gioco delle parti, è l’unica cosa realmente vera.

Via Crucis

Tutti crocifissi.
Sembrano tanti piccoli crocifissi i personaggi nei disegni dei bambini.
Se ne stanno a braccia larghe, tese, uno di fianco all’altro. Sorridono.
Dal più grande al più piccolo: papà, mamma, la sorellina, io.
Il cane ha quattro aste tutte parallele.
Sono affissi alla parete divisoria dello sportello n°8, ufficio di collocamento, Torre Angela.

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Al Pigneto, lungo una strada che sembra finire in aperta campagna, dietro un muretto diroccato, mi sono persa di notte. Rumore di acqua, come un’oasi nel nulla in cui potersi salvare. Le fontane sempre aperte davanti a una casa dalla facciata piatta denunciano una presenza umana che a ben vedere, forse non c’è. Un’edicola con un mosaico della Madonna, mi fermo anch’io al bivio.
Più lontano, lungo una strada che procede perpendicolarmente alla Prenestina, una finestra aperta al pianterreno illumina il niente con una luce fucsia. Davanti, una donna handicappata, non vedente. Ha un bastone bianco, un cane guida. Un sacchetto in mano per raccogliere le deiezioni della bestia. Si muove piano. Forse, non si sta muovendo affatto. Resta immobile, come nell’atto pensato di voler nettare il marciapiede lordato dall’animale.
Un tableau.
La finestra illuminata, casa di bambola, casa di puttana. Il cane. La cieca si muove piano.
La luce rosa sullo sfondo illumina alcune pezze stese su un filo. Le prostitute hanno molte mutandine da lavare, credo.
Sono persone spesso disordinate.
Restano lì, per sempre. Cane, signora disabile, biancheria. In una notte perenne di infermità e lavori forzati.

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Sono tutti bengalesi i cuochi dei ristoranti italiani.
Qui da Necci, alla stazione Termini, ovunque.
Il miglior carré d’agnello insaporito ai pistacchi su purea di fave e cicoria strascinata è fatto da un indiano. L’amatriciana è fatta da un pakistano. Dello Sri Lanka è il barman che shakera un Americano sulle note di Paolo Conte: le avrà imparate a memoria, e così, è diventato italiano. Perfettamente italiano. Un italiano come me.
Nessuno, qui, dietro il bancone, ha un passaporto bordeaux. Sono in otto, e ce l’hanno verde, rosso, nero.
Lo chef, sulla divisa scura, sotto il ricamo bianco col lettering anni ’70 recante il nome del rinomato bistrot, porta due spille. Le strisce verde-arancio con un leone dorato su fondo porpora. Accanto, il tricolore.
Lo chef comanda la cucina, quando si affaccia mi fa paura: ha le istituzioni appuntate in petto, le uniche due alle quali risponde, delle quali va fiero. Io, che sono italiana, non indosserei una bandiera sul cuore. Invece lui sì.

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Travestiti.
Col cappello bianco e la livrea.
Guantati.
Ragazzi di colore.
Travestiti.
Nulla che abbia a che fare con chi essi sono davvero: degli zoticoni. Un’etichetta di facciata, davanti all’Hassler un ragazzo straniero spinge le ante della porta girevole a una vecchia che passa: zoppa, con un abito zebrato, e delle ciabatte maschili di gomma, da piscina. Si suppone comunque che abbia dei soldi.
Nessuna grazia in quel ruotare di ante.

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È vero. Gli uomini trattano le prostitute con infinito rispetto.
Gli uomini hanno per le puttane dei riguardi che con le mogli non hanno.
Essi sono comprensivi (con le prime). Si dispiacciono sinceramente e le vorrebbero proteggere (sempre le troie).
Gli uomini sono un branco di scimmie più umane di quanto non si sappia immaginare. Essi si innamorano e soffrono anche. E per le prostitute hanno un infinito rispetto. Una venerazione, come fossero l’archetipo della Madre.

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Ha come dei piedi di tartaruga.
Quest’uomo sul bus allarga le dita dei piedi e sono quelli di una tartaruga. Dita enormi, distanti, e le unghie sembrano i bulbi di tante piccole lampadine.
Indossa anche lui delle orribili e sporche ciabatte, come tutti in questa città. Ma ha la pelle di una tartaruga: coriacea, grigia, il movimento lento delle dita che si allargano…

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Dino Buzzati è un genio e le mie mani sono bellissime, ornate da anelli di perle e d’argento, smaltate di fresco, un bracciale aderente mi fascia la carne e i peli biondi in controluce sembrano puntellati da invisibili granelli di sale e sabbia.
Mi addormenterei qui, su un muretto ai piedi di Trinità dei Monti. I turisti sono più belli, le donne in abito importante, gli uomini di classe.
Al Pigneto invece muoiono i topi e si ha l’impressione che nonostante i suoi mille locali, non si possa trovare un buon panino da nessuna parte ma nessuno si scatta dei selfie, no, questo no. Almeno.

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In città ci sono odori strani, specialmente quando si scende da un tram: l’aria puzza di bruciato, di plastica andata a fuoco, i cavi in alto emanano lampi e scintille e non si può mai sapere se questa è la volta in cui si creperà.
In una città grande si può morire in un tragico evento da un istante all’altro.
Si può finire a braccia aperte, distesi sull’asfalto, come fossimo tanti crocifissi, dal più grande al più piccolo: un uomo, una donna, un vecchio, io…

50 centesimi

Forza, avvocà, cinquanta centesimi, il cesso è là.
Cinquanta centesimi per quindici minuti, entriamo alla svelta, ci sono troppi occhi e le guardie laggiù.
Che schifo, avvocà. Sto posto disgusta anche te, anche te che mi hai domandato di pulirmi il culo con la lingua; questo posto disgusta anche te, te che adesso ti slacci i pantaloni, ti apri la camicia e affondi la tua faccia tra le mie natiche sudate.
Aspiri forte, tiri su col naso, ti piace, eh, avvocà?
Ti piace mettere la faccia nel culo di una che non hai visto mai, avvocà?
Dopo un giorno di lavoro, nei cessi della metro. Una che non hai visto mai. Ti allenti tutti i bottoni, appendi la giacca a questo muro infame, lo zaino con le tue cose, in ginocchio sul pavimento bagnato di candeggina fetida. In ginocchio da me.
Cinquanta centesimi e quindici minuti. La voce automatica elenca i servizi offerti dai bagni automatici autopulenti e tu senza guardarmi nemmeno in faccia sei già sotto la mia gonna. Mi annusi. Mi hai chiesto di non lavarmi per un po’.
È con infinito disprezzo che io ti porto le mie cosce sudate: io, almeno tre docce al giorno, io, mutande nuove più volte al giorno. Sperimento di fare schifo insieme a te, a te, che non t’ho immaginato mai prima d’ora.

Puliscimi con la lingua, avvocà, che mi brucia il culo. Pulisci bene con la lingua queste cosce nude che ho appoggiato sui sedili della metro. Beccati tutti i germi del caso, avvocà, fai schifo! Ti spingo la testa dentro, ti spingo meglio. Ti metto una mano sul collo, mi sa che è una carezza. Una carezza sulla nuca che regge una collana d’oro. Hai un ciondolo con una forma strana, indecifrabile. Ti accarezzo il petto. Sei giovane.
Segati avvocà, prendi il cazzo in mano mentre la fronte ti si imperla di sudore, perché nei cessi fa caldo, perché il mio odore ti inebria, e la voce automatica ricorda-che-abbiamo-ancora-a-disposizione-solo-cinque-minuti.
E vieni, avvocà, vieni forte e sborra sul pavimento bagnato di candeggina terribile. Sborra e macchia di bianco il suolo con la tua colla vinilica, densa, “La prossima volta ti metto incinta, ti sborro tutto dentro” mi dici, “Ma muori!” ti dico.
Lascia tracce in mezzo alla stanza, cospargi di seme un luogo pubblico e infilami la lingua in bocca mentre il fiume ancora a lente e reflue gocce ti sgorga dal pene.

Racconteremo ai nostri figli com’è stato il nostro primo bacio
Gli diremo che però prima hai leccato il buco del mio culo, e che non sapevamo nemmeno come ci chiamavamo
Ma io, non lo voglio mai sapere

Infila ancora la lingua in bocca a una sconosciuta, avvocà. Falle sentire il suo stesso sapore, quell’aroma di merda e amore e vedrai che lei ti ricambierà, offrendoti le labbra e la saliva. Vedrai che forse, domani, ti amerà.
Non te lo aspettavi, vero, avvocà?
Non te lo aspettavi proprio di trovare davvero qualcuno davanti ai bagni ad attendere. Ad attendere con un libro in mano e sotto la gonna niente, pronta ad accontentare le tue perverse coprofilie.
Quanto ti piace, eh, avvocà?
La prossima volta, forse, ti porto qualcosa da bere e da mangiare. Per adesso, ti basti anche così, senza sapere il mio nome, ma solo il gusto acre del mio sudore.
Tempo-scaduto. Si-prega-di-uscire.

 

 

 

(Credits: frame from “Trainspotting“, 1996 – directed by Danny Boyle)

Mar di male

Il canneto.
E i cavi elettrici della ferrovia.
Lungo un tratto infinito di più o meno vent’anni.
I binari e il treno corrono obliqui lungo la spiaggia.
Un cielo senza colore, fine estate, un orario che fa spavento.
Non sono io questa cosa qui.
Tra le Marche e l’Abruzzo. Non so capire chi si possa mai divertire d’estate, qui.

La stazione di Pedaso, qualcuno con le tende al mare. Pochi corpi infreddoliti. Qualcosa di fluorescente.
Pochi uomini e bambini a quest’ora al mare. A quest’ora del mondo, in un tempo di declino, in sul calar del sole, quando la stagione dell’esistere si appresta a finire.
Una morte dentro, questo tratto di mare.

Questo tratto di mare si lascia guardare dal finestrino di una corriera e racconta una stagione morta perfino in pieno agosto: l’ho transitato molteplici volte, restando basita di febbraio in gennaio.
Sempre sola.

A volte la strada ferrata è più alta e l’acqua non si vede più.

Ho l’impressione che i giorni a Roma scorrano troppo veloci e che non ci sia modo di ammalarsi per strada, lungo un viadotto, a passo di tir lungo un litorale, nell’ora morta in cui non c’è più il sole ma non c’è neanche mai la luna.
Non ci sono le stelle.
Qui, sul bordo est della regione, gli anni passano in silenzio senza il favore delle costellazioni, nemmeno quelle artificiali: non ci sono fari, poche insegne, e tutte indicano un’officina, un suolificio, un consorzio agrario. Sono stampate giallo su nero, o nero su bianco.

Vedo persone con gli arti scoperti. Eppure giurerei che fuori faccia freddo.
La luce non ha colore, tutto è verde, come sotto il neon d’un ospedale.
L’esistenza della gente dev’essere noiosa. Vedo una ragazza che sembra avere tutta la vita davanti. Ma non sa che questa è l’ora del declino del Mondo. Di tutti. La mia, la sua. Di ognuno.
È l’ora in cui domani non rispunterà il sole. Comincerà un’altra sera, e un’altra ancora. Cominceranno molte sere fino a che non sarà notte. Per sempre.

L’Adriatico fa male.
Mi fa male la A14 dall’età di dodici anni.
Mi fa male quest’acqua in cui per tratti non mi sono mai bagnata.
Mi fa male da Rimini a San Benedetto, come una freccia in mezzo al petto: trapassa un maglione di lana, il cappotto, il mio cuore arido negli anni della pietra, quando tutto era niente e il paesaggio valeva ad essere inesistente.
Il mio cuore di uomo, il mio cuore bambino. Mi trema un po’ nel torace, adesso, appena mi desto, aprendo gli occhi ipovedenti su un bus che va piano: già due signore coi piedi nudi contro il vetro, vedo sfilare nei camper che vanno verso nord.

(Un’insegna del Lidl mi mette i brividi. Com’è possibile che sia ancora giorno?).