Non sono esistiti mai

Non lo so se tutte le case che vedo sono vive o morte.
A guardarle non si potrebbero dire nemmeno case, ma solo una fila di finestre sbarrate.
Lungo la strada che corre parallela al mare, accanto ai binari nascosti da una selva di canne e da brevi traverse che inframezzano negozi e banche, sulla SS16 da Sant’Elpidio a Porto San Giorgio la case sono una striscia di mattoncini beige e assenza fatale.
– Chissà quanta gente vive sotto i ponti – mi dico, e qui mi scorre accanto una scia di case morte. Case senza mobilio. Case senza luce. Case senza nessuno che ogni tanto le faccia respirare un po’.
– Chissà quanta gente non ha una casa ed ecco qui un numero impressionante di case chiuse a chiave.
C’è qualcosa di sbagliato in certe equazioni e qualcosa di sbagliato si percepisce sempre a costeggiare di notte il mare. Quello Adriatico soprattutto.
Di notte il mare Adriatico è una distesa innocua; nulla s’infrange su scogli, non ve ne sono…solo spiagge di alghe e fango. Di notte, quando nessuno le usa, somigliano alle case con le finestre chiuse: vecchie, stanno lì da sempre, ma intatte, come mai inaugurate. Le spiagge, come le case, intatte, mai inaugurate. Abbandonate.
Di notte quando percorro la SS16 d’estate in cerca di un paesino di mare in cui passeggiare o d’inverno, senza una meta, in balia della disperazione, c’è una cosa che mi fa rabbrividire.
Il treno che passa.
D’improvviso ti barrisce in un orecchio. All’improvviso arriva, ti supera e ti dimentica, ti lascia indietro con nelle ossa il gelo.
Tremo.
Non so se per piacere o per paura. Tremo ed emetto un suono. Un piccolo orgasmo nella schiena, come un pericolo scampato, come un mostro che non ti vede e tira dritto.
Mi paralizzo: le braccia tese e tengo forte lo sterzo.
Il treno. Verso sud, con qualcuno a bordo o come un vagone fantasma. Scende al sud ma porta con sé una gran cosa come l’Emilia Romagna. (Quello che passa lungo la A14 è un racconto a parte).

A destra le case, a sinistra il treno.
– Chissà che bella vita sarebbe qui, in una di queste case. Tutte le notti a sentire il treno e il mare squarciare il silenzio col loro verso infame, infernale. Chissà che bella vita sarebbe qui, barricati dietro una di queste finestre per lasciare fuori il mare e il treno, proteggersi da tutto e guardare dalle fessure delle persiane i negozi e la banca con le vetrine illuminate 24 ore. Chissà…

Dallo specchietto retrovisore, nel traffico dei semafori sulla Statale 16 verso Porto San Giorgio, ho visto solo coppie che guardavano da parti opposte, con arie annoiate quando non addirittura contrite.
E il treno continuava a passare, le case ad esser mute, l’estate a terminare. L’illusione dell’amore a svanire.
Scatta il semaforo, tolgo il piede dal freno, i loro volti spariscono nel buio e quella gente che non si ama più non è esistita mai.
Tristezze illuminate dalla luce rossa dei miei stop.
Non sono esistiti mai.

(Credits: Luigi Ghirri. Argine Agosta, Comacchio, 1989).

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