Marcescenza

D’estate una scorza di melone, mezza calotta d’anguria, marciscono.

Marcisce ogni cosa che sia stata colta o anche no, lasciata per terra attaccata alla pianta o all’albero.
Ogni fiore reciso.

Sopravvivono le rose per un goccio d’acqua e uno di candeggina messi in un bicchiere. Restano vive un’ora in più come la verdura fresca sui banchi dell’ortofrutta, o le sciabole argentine dall’occhio languido, adagiate in cassette di polistirolo su un letto di ghiaccio tra i banchi del pesce per le vie di Napoli. Le spruzzano d’acqua i chiassosi venditori di cose non ancora morte. Noncuranti dell’oscena questione.

Gli uomini, invece, non marciscono.
Appena nati si staccano e non deperiscono. Iniziano a crescere. S’alimentano. Aumentano di misura pur slegati da tutto.

Cambiano e vanno verso l’alto.
Durano.

Le scorze di melone adagiate a lato della strada si decompongono. Rilasciano nell’aria un mortifero languore.

Invece gli uomini no. Sebbene adagiati e fetidi lungo i marciapiedi, resistono.
Resistono.
Senza cibo e senza cura.

Gli uomini resistono anche quando sarebbe logico finire come la buccia di una mela: arsa dal sole, rinsecchita, talmente cambiata da non sembrare condividere con la mela neanche un solo frammento di dna.

L’uomo resiste. E assomiglia sempre all’uomo. Pure dopo morto: il suo scheletro ha la faccia eternata in un’espressione orrenda ma conserva una parvenza di naso, denti, zigomi, e fosse cieche che invece tutto sembrano vedere.
Conserva le mani e le braccia. Ha ancora le gambe.

L’uomo cresce.

Dopo che si è staccato dal grembo, cresce.
E non smette nemmeno quando inizia a deperire tale e quale alla scorza di melone: da un lato marcisce e dall’altro continua ad accrescere le sue parti. Unghie, capelli…

Aumenta.

Pure mentre muore.

D’estate una scorza di melone, mezza calotta d’anguria, marciscono.

Mi ricordano che l’uomo è dunque un cadavere ambulante, un palloncino sgonfio a mezz’aria finché c’è vento, che resta rasoterra se la brezza cala.
L’uomo è un accrescimento miracoloso in mezzo al tempo e ai marciapiedi dove tutto cospira affinché si marcisca.





(Credits: “Earth laughs in flowers” (2012) – David Lachapelle)

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