Roberto lo sa

Da piccolo fissava le piastrelle sul muro della cucina.
Erano smaltate, bianche. Con una quadrettatura in rilievo ai bordi. Ogni tot piastrelle tutte uguali, ce n’era una con un disegno in mezzo. Era frutta, un mucchio di frutta. Una mela rossa, una banana gialla, dell’uva verde.
Ha guardato quelle piastrelle per infiniti minuti che sommati nel tempo fanno ore, giorni, anni. Toccava i disegni serigrafati col dito, poteva sentirli ruvidi al tatto e intravedere la retinatura nera che tracciava le ombre attraverso le quali il disegno acquistava profondità. Quella parte non era lucida come il resto: aveva una trama visibile e tattile, e i colori non perfettamente allineati.
Avevano un che di dozzinale: una produzione scadente per molte mattonelle in un sacco di altre case.
Quella che Roberto guardava più spesso era la frutta sulla colonna tra il tavolo e la dispensa, quella sotto la bilancia da parete, che arrivava a toccare a malapena tendendo il braccio dalla sua piccola statura.
Quando si è bambini la vita è un tempo infinito tra un compleanno e l’altro, tra il Natale e Ferragosto e non c’è consolazione alcuna, solo consuetudine, uno sterminato altopiano di routine domestica. La vita è una prigione: quattro mura per giocare, deambulare, immaginare, crescere, accettare, sottostare. L’infanzia è sedimentazione. Stratificazione di tutto ciò che servirà a diventare adulti; la maggior parte di queste cose risulterà nociva e fuorviante, piccole lezioni familiari di squilibrio che uno psicoterapeuta l’indomani evidenzierà senza però porvi rimedio nonostante il cospicuo compenso percepito.
Roberto adesso lo sa.

Nel bagno già c’erano i drammi dell’esistenza evidenziati da una “mattonella sostitutiva”, quella che rompeva il pattern, l’equilibrio, la modularità tra i pieni e i vuoti, la musica, l’alternanza dei bianchi e dei neri. Discrepanze nello spazio tempo, incongruenze del reale spiegate su una sola breve parete con una mattonella sbagliata a coprire il guasto, a sottolineare un errore. Qualcosa non andava e non si poteva spiegarne il perché.
Roberto non aveva idea di chi fosse stato a rompere la quiete del suo muro.
Chi poteva essere intervenuto nel suo bagno?
La sua casa non era sempre esistita? Perfetta, nuova, non-creata così come i suoi genitori non-creati?
Cos’era quella traccia di contaminazione?
Le cose iniziavano ad avere un’aria sospetta già da allora. Gli spigoli erano sempre imperfetti, corrotti gli angoli. Roberto perdeva qualcosa.

Essere bambini significava dunque conoscere a memoria le macchie zoomorfe del marmo di recupero nell’androne del palazzo. Significava ricordare tutti i ghirigori marroni e le loro volute nel pavimento del soggiorno (leggermente diversi da una mattonella all’altra), tutti i fiori rosa sulle piastrelle del bagno, i profili metallici della vetrina nel soggiorno, la curvatura del cristallo e il risucchio della calamita in chiusura…quel suono. Significava tutti i soprammobili, il loro odore, sì, l’odore: quel misto di polvere, di chiuso e di vecchiaia; le fattezze, la posizione esatta di ogni cosa. Significava avere nella testa la disposizione dei mobili, la lunghezza dei corridoi e l’ampiezza delle stanze; uno schema perfetto, una visione tridimensionale, un diorama mnemonico dei luoghi abitati. Ogni casa è infatti una foresta, un’isola di solitudine su cui tracciare un perimetro misurandolo coi propri piccoli passi: un’unità di misura del tutto privata e non condivisibile, non comparabile né raffrontabile.
Per Roberto solo i numeri erano sicuri. Solo ciò che si poteva contare e mettere in ordine dal più grande al più piccolo valeva qualche cosa. Solo le piastrelle della cucina valevano, perché ogni cinque, ci potevi giurare, arrivava la frutta. Banana gialla. Mela rossa. Uva.
Una casa è un universo intero e la mente si può smarrire.
Bisogna perciò conoscere il deserto in cui si abita, granello per granello, duna dopo duna e districarsi tracciando mappe immaginarie verso l’uscita del labirinto.
Un giorno le porte si spalancheranno. Avverrà quando Roberto avrà smesso di indicare i disegni sui muri con smisurato interesse, quando una mattonella varrà un’altra e non ci sarà più quella preferita in cui mettere il piede, non più la faccia che ride nella venatura del parquet o il difetto penoso in quella crepa del battiscopa.
Uscirà di casa e la nuova realtà da mappare sarà il mondo intero: Roberto ora ha bisogno di legarsi a qualche cosa, aggrapparsi a un’idea di “angolo”, un angolo sicuro in cui tornare ogni volta e ritrovare senza ombra di dubbio tre frutti colorati da toccare con l’indice e il medio.

Un bambino osserva le mattonelle di una casa per ore, le osserva per interi anni. Qualche volta da grande le ritrova identiche in casa d’altri e ne è spiazzato come un pesce d’acqua dolce lanciato in mare. Sono identiche eppure non si somigliano affatto, le mattonelle. E nemmeno le vite dei bambini.

Roberto è grande ma esiste come quando osservava i muri.
Conta i cartoni del latte che dispone sullo scaffale, in basso a destra. Conta quante confezioni hanno l’etichetta blu, quante la scritta rossa. Sa che la gente compra più spesso il latte scremato perché lo rimpiazza due volte al giorno, sempre in unità di numero pari: tre file da otto, non un pezzo di meno.
Lavora in un supermercato, non parla con nessuno.
Le persone sono una variabile troppo mutevole. Le persone non si possono separare in categorie come il latte intero e quello scremato. E non vogliono mai restare ferme, ordinate, disposte in tre file da otto. Le persone sono come la mattonella di rimpiazzo sul muro: presentano tutte una traccia della contaminazione.
Fuori dalle mura di casa, Roberto adesso lo sa.

(Credits: frame from Elephant, 2003 – directed by Gus Van Sant)

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