Aria di saturno

Le terrazze su Roma.
Antenne. Verande abusive.

Cominciano così, durante un crepuscolo qualsiasi con l’alzarsi del vento, a suonare le campane. E le chiese non so dove siano.
Era stato detto di sospendere ogni funzione. Anche i preti se ne dovevano stare a casa.
Sono le 19 e il cielo usa essere rosa su Roma.
Non c’è più nessuno. Di quanti avevano suonato e cantano fino all’ora prima, non ve n’è più ricordo; solo l’eco dietro le finestre richiuse, gli infissi malconci, gli scuri accostati.
Non c’è più nessuno.
Per chi suona la campana? («E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te»).
Un’ostinazione, la loro.
Le campane mi ricordano un requiem: Cantus in memoriam Benjamin Britten, Arvo Pärt. Una paura subdola riverbera nello scheletro bianco. Le nubi. L’alto. Il silenzio degli altri. Mi lasciano di nuovo da sola come una volta, e io, mi sentivo unita a tutti loro. A tutto.
I rintocchi che si mescolano fino a fondersi perfettamente alle campane per Britten hanno il tono triste della fine dei programmi sulla Rai: un cielo immobile fatto di eternità e nuvole su cui svetta un’antenna e tira un’aria di Saturno. Mi guardo intorno.
Trecentosessanta gradi. Una terrazza sul Pigneto. Gli alberi riempiono il viale e mano a mano che si fa buio le chiome vengono inghiottite dallo scuro della via, in basso. Man mano che si fa buio compaiono gli interni domestici.
C’erano tutti, ora non c’è più nessuno. Stanno appena dietro i vetri, si accendono le luci. Li vedo.
Una casa di mare con la luce più fredda degli abissi proietta un’ombra netta del mio corpo contro il muro bianco che sto guardando.
Nelle finestre una sopra l’altra, ignari delle rispettive esistenze, stanno un ragazzo che fuma e una che pratica esercizi ginnici guardando il vuoto, più probabilmente un video da cui prendere esempio. Accanto, un’altra ragazza ha già lucidato il lavello tre volte e in una finestra più lontano, marito e moglie preparano la cena.

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