E invece io no

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire. Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, vedo fuori le stelle che splendono tristi.
Tristi. Tali e quali agli occhi della Signora, rimasta chiusa per mille anni nella cucina della sua casa da sposa. Una casa di sposa-serva, in cui ogni oggetto era al suo posto: dopo il pranzo passava la scopa sui pavimenti, il panno sui fornelli, asciugando la minima goccia d’acqua e togliendo i residui di calcare, dopo cena, lavando i pochi piatti sporcati da me e sua figlia prima dell’arrivo del porco, verso mezzanotte. Tutto doveva essere in ordine.
Mi piacciono le cucine, soprattutto quelle non in ordine. Quelle col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, quelle cucine che non attendono nessuno, quelle in cui non c’è timore se a mezzanotte le stoviglie sono ancora da lavare.

Jamm, mettit a post’ tuttecose, ca a n’appoc’ ven’ chill’”.
Lo chiamava quello.
Lo chiamava così quando era solidale con noi, intenzionata a difenderci dalla sua matematica e immotivata ira: se tornava a casa e aveva perso a carte…
Se invece anche lei era arrabbiata perché l’avevamo fatta disperare disubbidendo, se fino a quell’ora aveva risparmiato botte a sua figlia riservando l’onere (e forse il piacere) all’uomo che stava per ritornare, allora lo chiamava padre. “Tuo padre”. “Patet’”.
Fa’ ambress, ca mò ven’ patet’ e po’ sient!”.
In ogni caso, che il tono della Signora ci fosse favorevole o meno, l’esito era sempre lo stesso.
Signora, si è fatto tardi, mia mamma mi sta aspettando per andare a dormire…mi accompagnate per piacere? Solo fino al cancello, che è buio, e mi metto paura…” e così me la svignavo vigliaccamente prima dell’ora peggiore abbandonando la mia migliore amica alla sua serata in famiglia.
Ja’, non te ne andare” mi diceva. “Rimani un altro poco, che può essere che mio padre non si incazza se ci stai tu davanti”.
’E fatt’ ‘a scustumat’? Chill patet’ te vatt’ pur annanz’ ‘a cumpagna toia! Falla jì ‘a casa, o sinò abbosca pur’ess’ r’’a mamm’”.
Ma lo sapevano bene che mia madre non mi aveva mai picchiata. Né mio padre tornava tardi di sera. Anzi, mio padre non tornava proprio.
Mio padre viveva in un’altra città, lontano da noi, per portare i soldi a casa. Allora mamma la sera aspettava solo me, e dopo aver addormentato mio fratello nella culla si metteva sotto le coperte a guardare la tv. Aspettava me che tornavo tardi da quella casa infestata di bestemmie e male parole, di cattiveria e di fumo di sigaretta che mi penetravano i vestiti e appesantivano i pensieri, che entravano nelle orecchie, che intossicavano il petto, e molte volte non mi riconosceva più. I miei capelli biondi sembravano più scuri e la mia voce, il mio modo di parlare che diventava sempre più prepotente, diceva che era tale e quale a quello del signor Aniello, il padre oscuro della mia amica.
Aspettava me, che mi trasformavo in una cafona dagli occhi chiari e i boccoli dorati e che dormivo nel letto accanto a lei, nel posto lasciato freddo da mio padre che non tornava mai. (Ma anche se tornava, non succedeva proprio niente se la cucina a mezzanotte era ancora sporca).
A volte invidiavo la mia amica perché suo padre rincasava tutti i giorni per pranzo e poi alla sera. E tutti i giorni la mia amica invidiava me, perché mio padre a casa non abitava proprio.

Una sera il porco tornò prima. Non avevo fatto in tempo a fuggire a casa.
Il silenzio piombava in cucina non appena udivamo il cancello scattare: il riverbero del metallo nel silenzio della notte superava le voci dei personaggi del film in prima serata sui canali Fininvest. La Signora ci guardava e basta. Avevamo capito.
Quando la porta si apriva e le tendine si gonfiavano per la presenza di qualcuno sull’uscio, deglutivamo l’ultimo fiotto di saliva. Caldo. Cocente di paura.
Avanzava lungo il corridoio buio, verso di noi, e diventava grande. Spaventosamente grande, come se si trattasse di un gioco prospettico. Ma un gioco non era. Quando ci superava tra le sedie della cucina ci accorgevamo che non si trattava di un’illusione ottica e che noi eravamo piccole, e lui un gigante, di un’età non definibile (era vecchio? A me sembrava di sì, ma sua figlia aveva solo otto anni…).
Non salutava nessuno, come se noi piccoli non fossimo persone, come se un adulto non avesse il dovere di accorgersi delle nostre esistenze. La Signora iniziava con lui un sommesso monologo, così, per sondare il suo umore del giorno. Lui non rispondeva.
I padri a Napoli sono un problema.
Ma sono un problema anche certe madri.
Sono un problema le case, con le loro cucine pulite o sporche, sono un problema le scuole, la gente del quartiere.
È un problema nascere piccoli in una società di adulti: a cinque anni potrai dover badare a tuo fratello minore, a sette far la spesa, a undici pulire il cesso nei pomeriggi dopo scuola.
Il porco non diceva una parola, solo, si accendeva una sigaretta prendendola dal pacchetto della Signora e contando quante ne erano rimaste. Lei già un po’ si irrigidiva sapendo che lui avrebbe avuto da ridire.
Già l’ê fernute?” tuonava dall’alto del suo quasi metro e novanta, mentre lei si stringeva nelle spalle trattenendo un risolino nervoso.
Ma quanta sfaccimm’ te n’ê fumate?
La Signora tentava improbabili giustificazioni che nemmeno lei ascoltava. Alzava gli avambracci a protezione del volto per arginare le carezze arrabbiate del marito. Farfugliava qualcosa sul numero di pacchetti contenuti in una certa stecca comperata chissà quando e sulla quantità davvero irrisoria di sigarette da lei fumate nell’arco della sua lunga, noiosa, infinita e sempre uguale giornata, nella sua cucina pulita da sposa. Come un racconto tramandato da generazioni, la storia dei mille anni di una serva dagli occhi tristi presa in moglie da un porco.
Una sigaretta, due sigarette, dieci al massimo. Diecimila sigarette per sopportare. Diecimila sigarette per aspettare la mezzanotte di ogni bellissimo giorno (per gli altri) che finisce. Spazzare il pavimento disseminato di pezzettini di verdura, asciugare col panno gli schizzi d’acqua del rubinetto sotto il quale aveva spento il decimilionesimo mozzicone che era una babele di cenere in rovina.
Ma quello Aniello stà pazziann’! Aniello scherza” ci diceva ogni volta, con le braccia ancora davanti al viso, sforzandosi di ridere un pochino.

Quanti scherzi enormi che si facevano in casa della mia amica!
Una volta, per scherzo, il signor Aniello diede uno schiaffo a sua figlia, e lei per due giorni non sentì più. Sempre per scherzo, una volta accadde che le gonfiò un occhio e sembrava che se lo fosse truccato con un ombretto viola, come quello dei grandi, come quello che sua mamma aveva smesso di mettere da quando si era sposata (non sta mica bene truccarsi, per una donna sposata); mentre un’altra volta un suo stesso dente, chissà come, le urtò il labbro che rimase un po’ rosso e gonfio, proprio come se si fosse spalmata uno di quei fantastici burrocacao alla fragola, di quelli profumati e col tappo rosa che desideravo tanto anche io.
Rossetto e ombretto. Ma così…per scherzo.
Alla mia amica compravano sempre tutto quello che voleva perché suo padre era ricco. Invece a me no.
Era molto fortunata.
Nella cucina splendente.
Un padre presente.
Con tutti i trucchi più belli.
E invece io no.

(Credits: incipit tratto da “Kitchen” di Banana Yoshimoto)

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