Ictus

È bella e in piedi come sempre. Solo che ha il volto massacrato e alcuni tubi che le escono dal naso e dalla bocca. Carne chiara e capelli ossigenati. Non mi guarda neanche, vira come un manichino verso sinistra.
Riesce di nuovo a camminare ma mi dicono che non parla ancora.
E stanotte non parlo neanche io.
Le parole sono faticose, come se si trattasse di spezzare il cuoio di una museruola con la sola forza delle piccole giunture che uniscono mascella e mandibola. E le gambe, anche, sono dure come gesso. Grandi come tronchi ben piantati. Non mi muovo più.
Qualcosa è occorso nel mio corpo e non me ne sono accorta. Un attimo prima ero normale, poi tutto a un tratto sono lenta, così come devono apparire gli esseri umani ai fantasmi che si muovono alla velocità dei quanti: ognuno deve far fatica per ascoltare le mie parole. Chiedo aiuto. Temo che mi sia esplosa una piccola vena nella testa.
Accorrono solo zio e zia. Loro di drogati ne sanno qualcosa, e io temo che mi abbiano messo qualcosa in un cibo, qualcosa che non mi fa più essere normale. Accorrono solo zio e zia. Che sollievo. Loro peraltro conoscono anche questo tizio, un ex spacciatore (non troppo ex) che adesso fermenta birra.
Ma non possono farmi niente. Infine mi lasciano al mio stato quasi vegetale, capace solo di inorridire interiormente.
Un uomo intanto mi afferra, mi stringe a sé, sento la sua urina in mezzo alle mie cosce. Mi arrendo.

(Credits: Apollo e Dafne, 1622-1625 – Gian Lorenzo Bernini. Museo e Galleria Borghese)

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