Nella notte

Sempre, nella notte, vorrei restare calma.
Una cosa che mi fa paura sono le urla della gente.
L’altra notte le donne piangevano, gli uomini urlavano. Poi nulla più.
Ho pensato a un incendio. Quelle genti vivono ammassate in pochi metri quadri, con bombole a gas, cucine economiche per nulla sicure. Nel bel mezzo della notte ho fatto mente locale e ho designato quali pochi oggetti salvare.
Ma non andava a fuoco niente. Non sentivo il rumore atroce delle fiamme consumare lentamente i legni delle case, né il bagliore tenue del piccolo fuoco in partenza uscire dalle finestre con le grate del sottoscala, illuminare il marciapiede e giungere di riflesso agli infissi in alluminio chiusi della mia stanza. Niente.
Allora ho pensato che gli uomini stessero picchiando le donne. Ma solitamente gli indiani sono persone miti. Mi viene in mente il volto della signora, le testa velata di colori accesi. Occhi bassi, mai nemmeno “buonasera“.
Forse, ho pensato, è morto qualcuno. Hanno perduto uno dei tanti bambini. I bambini fanno cose pericolose. Un incidente, una morte improvvisa. Uno si è addormentato e non s’è destato più. Ho pensato al volto grigio di un adolescente disteso in una branda sporca. Il ragazzo che avevo incontrato qualche settimana prima lungo le scale. Deve essere lui, pensavo, che è venuto a mancare. O uno di quelli piccoli piccoli. La bambina, forse?
Sono atroci i pianti delle femmine di notte. Mi gelano il sangue. Ricordo A., una volta che ero in bagno. La luce fredda contro le piastrelle bianche, i miei occhi semichiusi ancora immersi nel sonno, mi ero seduta. Un pianto dal primo piano. Il freddo lungo la schiena in settembre. Sentivo il gelo della sala operatoria: la luce verde, le mattonelle smorte.
O la notte in cui ho sentito mamma piangere. Ma lei non aveva urlato. Ho sentito solo un singhiozzo e la voce di papà che l’abbracciava. Avevo capito tutto guardando le doghe del letto a castello sopra la mia faccia. Qualcuno doveva essere per forza morto.

Un pensiero riguardo “Nella notte

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