Via Crucis

Tutti crocifissi.
Sembrano tanti piccoli crocifissi i personaggi nei disegni dei bambini.
Se ne stanno a braccia larghe, tese, uno di fianco all’altro. Sorridono.
Dal più grande al più piccolo: papà, mamma, la sorellina, io.
Il cane ha quattro aste tutte parallele.
Sono affissi alla parete divisoria dello sportello n°8, ufficio di collocamento, Torre Angela.

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Al Pigneto, lungo una strada che sembra finire in aperta campagna, dietro un muretto diroccato, mi sono persa di notte. Rumore di acqua, come un’oasi nel nulla in cui potersi salvare. Le fontane sempre aperte davanti a una casa dalla facciata piatta denunciano una presenza umana che a ben vedere, forse non c’è. Un’edicola con un mosaico della Madonna, mi fermo anch’io al bivio.
Più lontano, lungo una strada che procede perpendicolarmente alla Prenestina, una finestra aperta al pianterreno illumina il niente con una luce fucsia. Davanti, una donna handicappata, non vedente. Ha un bastone bianco, un cane guida. Un sacchetto in mano per raccogliere le deiezioni della bestia. Si muove piano. Forse, non si sta muovendo affatto. Resta immobile, come nell’atto pensato di voler nettare il marciapiede lordato dall’animale.
Un tableau.
La finestra illuminata, casa di bambola, casa di puttana. Il cane. La cieca si muove piano.
La luce rosa sullo sfondo illumina alcune pezze stese su un filo. Le prostitute hanno molte mutandine da lavare, credo.
Sono persone spesso disordinate.
Restano lì, per sempre. Cane, signora disabile, biancheria. In una notte perenne di infermità e lavori forzati.

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Sono tutti bengalesi i cuochi dei ristoranti italiani.
Qui da Necci, alla stazione Termini, ovunque.
Il miglior carré d’agnello insaporito ai pistacchi su purea di fave e cicoria strascinata è fatto da un indiano. L’amatriciana è fatta da un pakistano. Dello Sri Lanka è il barman che shakera un Americano sulle note di Paolo Conte: le avrà imparate a memoria, e così, è diventato italiano. Perfettamente italiano. Un italiano come me.
Nessuno, qui, dietro il bancone, ha un passaporto bordeaux. Sono in otto, e ce l’hanno verde, rosso, nero.
Lo chef, sulla divisa scura, sotto il ricamo bianco col lettering anni ’70 recante il nome del rinomato bistrot, porta due spille. Le strisce verde-arancio con un leone dorato su fondo porpora. Accanto, il tricolore.
Lo chef comanda la cucina, quando si affaccia mi fa paura: ha le istituzioni appuntate in petto, le uniche due alle quali risponde, delle quali va fiero. Io, che sono italiana, non indosserei una bandiera sul cuore. Invece lui sì.

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Travestiti.
Col cappello bianco e la livrea.
Guantati.
Ragazzi di colore.
Travestiti.
Nulla che abbia a che fare con chi essi sono davvero: degli zoticoni. Un’etichetta di facciata, davanti all’Hassler un ragazzo straniero spinge le ante della porta girevole a una vecchia che passa: zoppa, con un abito zebrato, e delle ciabatte maschili di gomma, da piscina. Si suppone comunque che abbia dei soldi.
Nessuna grazia in quel ruotare di ante.

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È vero. Gli uomini trattano le prostitute con infinito rispetto.
Gli uomini hanno per le puttane dei riguardi che con le mogli non hanno.
Essi sono comprensivi (con le prime). Si dispiacciono sinceramente e le vorrebbero proteggere (sempre le troie).
Gli uomini sono un branco di scimmie più umane di quanto non si sappia immaginare. Essi si innamorano e soffrono anche. E per le prostitute hanno un infinito rispetto. Una venerazione, come fossero l’archetipo della Madre.

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Ha come dei piedi di tartaruga.
Quest’uomo sul bus allarga le dita dei piedi e sono quelli di una tartaruga. Dita enormi, distanti, e le unghie sembrano i bulbi di tante piccole lampadine.
Indossa anche lui delle orribili e sporche ciabatte, come tutti in questa città. Ma ha la pelle di una tartaruga: coriacea, grigia, il movimento lento delle dita che si allargano…

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Dino Buzzati è un genio e le mie mani sono bellissime, ornate da anelli di perle e d’argento, smaltate di fresco, un bracciale aderente mi fascia la carne e i peli biondi in controluce sembrano puntellati da invisibili granelli di sale e sabbia.
Mi addormenterei qui, su un muretto ai piedi di Trinità dei Monti. I turisti sono più belli, le donne in abito importante, gli uomini di classe.
Al Pigneto invece muoiono i topi e si ha l’impressione che nonostante i suoi mille locali, non si possa trovare un buon panino da nessuna parte ma nessuno si scatta dei selfie, no, questo no. Almeno.

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In città ci sono odori strani, specialmente quando si scende da un tram: l’aria puzza di bruciato, di plastica andata a fuoco, i cavi in alto emanano lampi e scintille e non si può mai sapere se questa è la volta in cui si creperà.
In una città grande si può morire in un tragico evento da un istante all’altro.
Si può finire a braccia aperte, distesi sull’asfalto, come fossimo tanti crocifissi, dal più grande al più piccolo: un uomo, una donna, un vecchio, io…

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