50 centesimi

Forza, avvocà, cinquanta centesimi, il cesso è là.
Cinquanta centesimi per quindici minuti, entriamo alla svelta, ci sono troppi occhi e le guardie laggiù.
Che schifo, avvocà. Sto posto disgusta anche te, anche te che mi hai domandato di pulirmi il culo con la lingua; questo posto disgusta anche te, te che adesso ti slacci i pantaloni, ti apri la camicia e affondi la tua faccia tra le mie natiche sudate.
Aspiri forte, tiri su col naso, ti piace, eh, avvocà?
Ti piace mettere la faccia nel culo di una che non hai visto mai, avvocà?
Dopo un giorno di lavoro, nei cessi della metro. Una che non hai visto mai. Ti allenti tutti i bottoni, appendi la giacca a questo muro infame, lo zaino con le tue cose, in ginocchio sul pavimento bagnato di candeggina fetida. In ginocchio da me.
Cinquanta centesimi e quindici minuti. La voce automatica elenca i servizi offerti dai bagni automatici autopulenti e tu senza guardarmi nemmeno in faccia sei già sotto la mia gonna. Mi annusi. Mi hai chiesto di non lavarmi per un po’.
È con infinito disprezzo che io ti porto le mie cosce sudate: io, almeno tre docce al giorno, io, mutande nuove più volte al giorno. Sperimento di fare schifo insieme a te, a te, che non t’ho immaginato mai prima d’ora.

Puliscimi con la lingua, avvocà, che mi brucia il culo. Pulisci bene con la lingua queste cosce nude che ho appoggiato sui sedili della metro. Beccati tutti i germi del caso, avvocà, fai schifo! Ti spingo la testa dentro, ti spingo meglio. Ti metto una mano sul collo, mi sa che è una carezza. Una carezza sulla nuca che regge una collana d’oro. Hai un ciondolo con una forma strana, indecifrabile. Ti accarezzo il petto. Sei giovane.
Segati avvocà, prendi il cazzo in mano mentre la fronte ti si imperla di sudore, perché nei cessi fa caldo, perché il mio odore ti inebria, e la voce automatica ricorda-che-abbiamo-ancora-a-disposizione-solo-cinque-minuti.
E vieni, avvocà, vieni forte e sborra sul pavimento bagnato di candeggina terribile. Sborra e macchia di bianco il suolo con la tua colla vinilica, densa, “La prossima volta ti metto incinta, ti sborro tutto dentro” mi dici, “Ma muori!” ti dico.
Lascia tracce in mezzo alla stanza, cospargi di seme un luogo pubblico e infilami la lingua in bocca mentre il fiume ancora a lente e reflue gocce ti sgorga dal pene.

Racconteremo ai nostri figli com’è stato il nostro primo bacio
Gli diremo che però prima hai leccato il buco del mio culo, e che non sapevamo nemmeno come ci chiamavamo
Ma io, non lo voglio mai sapere

Infila ancora la lingua in bocca a una sconosciuta, avvocà. Falle sentire il suo stesso sapore, quell’aroma di merda e amore e vedrai che lei ti ricambierà, offrendoti le labbra e la saliva. Vedrai che forse, domani, ti amerà.
Non te lo aspettavi, vero, avvocà?
Non te lo aspettavi proprio di trovare davvero qualcuno davanti ai bagni ad attendere. Ad attendere con un libro in mano e sotto la gonna niente, pronta ad accontentare le tue perverse coprofilie.
Quanto ti piace, eh, avvocà?
La prossima volta, forse, ti porto qualcosa da bere e da mangiare. Per adesso, ti basti anche così, senza sapere il mio nome, ma solo il gusto acre del mio sudore.
Tempo-scaduto. Si-prega-di-uscire.

 

 

 

(Credits: frame from “Trainspotting“, 1996 – directed by Danny Boyle)

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