Vite mozze

Com’è brutta la vita di noi campagnoli.

Oggi c’era luce. Mi sono messa il profumo alla camelia, quello che odora come odorano le vecchie. Le vecchie signore per bene. Guidavo la macchina e in una curva mi sono stretta nella spalla sinistra, Avalanche di Leonard Cohen, mortifera, pesante come un’ala del demonio, ho sentito il profumo. Mi era sembrato che fosse domenica, una di quelle domeniche in cui devi andare a un matrimonio mentre la vita in paese procede regolare. La vita regolare, tu al matrimonio. Un giorno di festa solo per qualcuno. La luce delle tre del pomeriggio.
Poi tutto è andato storto.
Noi campagnoli non possiamo nemmeno stampare un documento di sabato pomeriggio: non ci sono copisterie, e le tabaccherie non hanno i computer, l’edicola ha finito il toner, il fotografo è per davvero al matrimonio di qualcuno. Chiuso.
Tutto è andato storto.

Un cameriere a Termini è stato l’unico che mi abbia chiesto se andava tutto bene e se volevo un bicchiere d’acqua.
Mentre piangevo mi nascondevo gli occhi con una mano e con l’altra gli ho mostrato il pollice per intendere che era tutto ok.
Non è stata una buona idea venire qua da sola. Nessuno che parli la mia lingua, fa freddo. Nessuno che mi porti un po’ d’acqua.
Non è stata una buona idea recarsi a Roma quella volta. Avrei dovuto evitare di ammalarmi così.
Gli occhiali si appannano mentre piango e guidare non è sicuro. Però non ho nient’altro da fare se non piangere e guidare.
A Roma ero un’altra persona. La campagna ti uccide.

Com’è brutta la vita di noi campagnoli.
Non conosci davvero niente. Non hai mai visto niente.
Le persone sono misere in ogni organo, in ogni loro esperienza mozza; i cuori arati da rumorosi macchinari agricoli e non sanno cos’è l’amore intellettuale. Non sanno cos’è una donna che non sia stata loro compagna di scuola alle medie.
Le case in vent’anni non sono cambiate. Uno davanti a me gira a sinistra: mi ricordo dello scuolabus e di quella strada sterrata che imboccava in questo esatto punto. Spiavo le vite degli altri. E sono rimasta qua. Davanti a questa finestra.
A volte vado a Roma, mi ammalo e torno. Sempre qua. In questo paese che non cambia, che non muore, ma non soffre.

Sei bellissima” mi ha detto quello mentre aveva nel mio corpo l’orgasmo più lungo della sua vita. “Sei bellissima“, ma solo perché lui non era granché. Probabilmente non ne ha mai avuta una migliore o è proprio vero che in certi momenti sono la più bella di tutte, perché rido, perché strillo come un vitello, o perché gli occhi miei svaniscono assieme all’ossigeno se mi mettono le mani intorno al collo.
Sei bellissima“, ma mi veniva da piangere perché non me lo aveva mai detto nessuno che contasse davvero per me. Non me lo ha mai detto nessuno. Che contasse.
Non avrei mai creduto, quando ero bambina, di potermi trovare in un garage al buio in un posto che non conosco, con uno strobo colorato puntato sul pavimento. E in quel garage penso esattamente a me bambina. Non lo avrei mai potuto immaginare.
Sono a mio agio. Uno mi continua a ripetere che sono bella, un altro mi dice che ora ha capito perché non ho un ragazzo. Ha capito. Ora è chiaro. Il terzo mi chiede di non farne parola con nessuno.
Vorrei che mi spezzassero le ossa per non sentire il cuore.
Ma sono ancora in piedi.
La musica da discoteca, così incongruente con me. Tutti loro. Incongruenti con me.
Resto pulita e rara.
Sono migliore di voi.

E invidio la vita di chiunque altro.
Il 36 mi perseguita. Ivan, Paolino.
Di sicuro qualcuno mi odia, non lo avevo valutato mai.
Il sabato resto sempre da sola.
Il cinese. L’autogrill.
Diego mi ha detto che ho una vita incredibilmente piena.
Ma lui è un ragazzo di campagna con la vita mozza. Lui non sa.

Sono ancora molto giovane. Il mio cuore reggerà a lungo a tutta questa solitudine?

(Credits: incisione di Giovanni Fattori)

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