Specchio e mannaia

Quando mi dissero che avevo qualcosa dentro, il mio corpo cambiò.
D’improvviso iniziai a sentire tutta la malattia che in verità non avevo.
Un corpo nuovo.

Iniziai a dormire la notte e a provare un dolore acuto dal lato opposto.
Non avevo mai provato nessu fastidio; quando mi dissero che avevo qualcosa in petto, il petto iniziò a farmi male.
La precisa coscienza di qualcosa che va storto dentro. Ma non così esatta, tanto da far dolere la parte sana al posto di quella compromessa.
Dormire dentro il proprio corpo aveva assunto un significato differente. Non avevo mai dormito esattamente dentro il mio corpo. All’improvviso, sì.
Un dolore acuto dal lato sbagliato, il mal di testa.

Quando mi dissero che avevo una piccola cosa dentro e non si sapeva bene cosa fosse, la mia mente cambiò.
Iniziai a specchiarmi, a sollevare quell’ammasso di ghiandole e grasso e per la prima volta in vita mia, rabbrividii all’idea che potessero amputarmi.

Per tutta la vita, da quando il seno mi è cresciuto, da quando a 11 anni i capezzoli avevano incominciato a formarsi in modo strano sotto la maglietta aderente color carne a collo alto smanicata che mamma mi aveva comprato, avevo inconsciamente o lucidamente sognato di prendere un coltello e tagliarmi.
Mi sentivo molto a disagio con quella maglia addosso: era come essere nudi. Avevo 11 anni e un ragazzo di 18 voleva mettersi con me.
Era per quella anomalia nel petto.
Mi sent(iv)o deforme.

Poi le cose sono andate peggio. Il seno non mi è cresciuto più di tanto ma le areole sì. Ricordo che da piccola vidi su un giornaletto porno esposto in un’edicola una bionda con le tette molto grosse, come quelle di una mucca da latte. Aveva i capezzoli inesistenti ma le areole rosa e ampie, molto ampie, troppo. Decisamente.
Pensai che mi facevano schifo. Che mai avrei voluto avere un seno così. Mai.
Diventò esattamente così. Solo che non crebbe molto. Restò piccolo ma con le caratteristiche di due enormi tette sfinite da lattanti luciferini e affamati.
Ci rimasi molto male.

Specchio e mannaia.

Quando mi specchio a torso nudo sogno di tagliarle via.
Quando mi specchio a torso nudo non riesco a vedere un corpo. Non so cosa vedo.
Non so cosa vedo.

Tagliare.
Tagliare.
Tagliare.

Ho ripetuto come un mantra davanti allo specchio. Tutte le sere. Tutte le mattine.
Ho ripetuto un desiderio di amputazione.

Quando mi dissero che avevo una cosa dentro, lo specchio, improvvisamente, cambiò.
Continuava a mostrare un abominio di corpo, una cosa che non mi sembrerà mai umana, una cosa più vicina alla tristezza e all’animale che all’erotismo, e cercavo di individuare in quella bruttura la forma del male. Cercavo una responsabilità, un appiglio, un dolore ulteriore, un colpevole.
Ma quella cosa era un fatto piccolo, davvero piccolo.
Un fatto così piccolo che non lo avevo mai sentito con le mani.
Lo aveva sentito il dottore con gli strumenti. E avevo provato dolore.
Mi ha parlato di operazioni, di asportazioni.

Dottore. Un vuoto. Una cicatrice. Un vuoto. Riempire con la plastica. Essere peggio di prima.

Quando mi dissero la parola “togliere”, guardandomi allo specchio poi ho solo pensato di voler restare così come sono.

Così come sono.
Brutta.
Ma integra.
Così come sono.
Deforme.
Ma non deturpata.
Così come sono.
Così come sono.

Hanno detto che mi lasciano così. Che me le lasciano attaccate. Che non mi aprono. Che non mi tolgono. Che non mi sfregiano.
Perché non è niente, non è assolutamente niente.
Era forse solo il mio desiderio di mannaia. Ripetuto ogni mattina per vent’anni davanti allo specchio, che aveva quasi funzionato.

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