La nausea

1

Un treno sotterraneo nella capitale, verso l’ambasciata.
I sedili colorati hanno odore di molluschi, di gusci neri di cozze. Salate. Limone.
È inverno, c’è qualcosa che contraddice tutto.
Mi chiedo come mai su questi quattro sedili non ci sia seduto proprio nessuno. Proprio nessuno.
L’assenza, l’odore di mare, mi danno la nausea.
Forse è il pellame ecologico nuovo.

2

Ho appena udito un ragazzo per strada dire la frase “…lo scrocchiarello lo trovo più gustoso”.
Il suono di queste poche parole l’ho trovato così disturbante che ho avuto una specie di capogiro.
Mi ha riportato alla mente quella volta che un tipo strano a Macerata disse che una donna era morta e contemporaneamente ordinò al barista un bicchiere di Passerina e poi mi chiese, con voce altisonante “…e a lei piace, la Passerina?”.
Ebbi a star male.

3

A Termini è la terza volta che un tizio mi passa davanti. Non so se sia un sorriso o una specie di espressione deforme tipica di certe persone un po’ grasse. Ha i denti piccoli piccoli e le gengive a vista. Ha piccoli denti e gengive a vista, e deambula con questa sorta di paralisi facciale. Per tre volte mi passa davanti. Guarda qualcosa su un cartello con una paralisi facciale e piccoli denti. Mi ricorda il fidanzato di mia cugina: è una buona persona e per questo anche il tizio col sorriso stampato mi fa tenerezza, la stessa tenerezza che provo per quel fidanzato di quella mia cugina. È una buona persona.

4

Se penso alla vita di tutte le persone mi sento male.
Roma è una sopraffazione.
Troppi vecchi, troppi giovani, troppa gente, troppi poveri, troppe badanti, troppa tristezza invisibile, troppi guai silenti, troppi spacciatori, troppe forze dell’ordine. Troppi avventori nei bar che mi lasciano addosso una puzza di dolore e fatica, troppi pendolari sui bus che mi lasciano intorno una nube di germi e di paura.
Troppi zingari, troppi attori, troppe macchine parcheggiate e non c’è mai neanche un posto.
Se penso alla vita di tutte queste persone, la forza di sopravvivere mi annega nel nero Tevere. Se penso a tutte queste persone, io, non esisto più.

5

Gli stranieri mangiano spesso una mela quando sono in giro per le città.
Nonostante questo, non sono particolarmente in forma.
Parlano un inglese che non riesco a capire. Allora cerco di guardare il labiale per comprendere qualcosa ma mi soffermo sulla mela. La addentano. La masticano. Qualcosa sotto la mia lingua inizia a produrre molta saliva: i denti mi stridono, una sensazione di acidità mi gonfia lo stomaco e le ghiandole dietro le orecchie iniziano a farmi male.
La frutta mi fa male.
Non capisco bene l’inglese.

6

Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così in altre città. Gli uomini a Roma capiscono che stai passando e ti guardano tutti in faccia.
Cercando esattamente qualcosa sul tuo volto e tu non glielo darai ad avere. Continuerai a guardarli in faccia suggerendo che forse sì, ci hanno visto giusto, ma resterai impassibile come a dire che no, si stanno sbagliando: non eri tu, sono solo loro, loro e basta. Sono loro che ti vogliono, sono loro che ti guardano e tu non sei che un passante coi capelli biondi e senza occhiali da sole. Sono loro a fare pensieri impuri e non eri tu ad averli suggeriti.
Gli uomini a Roma ti guardano in faccia accettando di essere loro, di essere loro e non tu, e solo grazie a questo tacito accordo puoi lasciare che ti guardino e puoi guardare loro senza che succeda mai nulla, senza che nessuno crei imbarazzo a nessuno.
Gli uomini a Roma ti guardano tutti in faccia.
Non è così per altre città.

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