Strade marchigiane

Le case sono grigie, beige, marroni a due o tre piani.
Sono parallelepipedi senza elementi aggettanti, senza rientranze.
Al piano terra hanno una coppia di grandi serramenti in alluminio e vetro opaco: due occhi chiusi. Dentro ci sono i garage trasformati in stanzoni abitabili e disabitati.
Ci sono le piastrelle sul pavimento, di solito un grande tavolo, un divano coperto da un tessuto sdrucito, un lavello e un piano cottura nell’angolo in fondo. Qualche mobiletto.
Ci si viene solo d’inverno per fare la pizza perché a volte c’è anche un forno. Qui si fanno le cose che non si possono fare in casa, le cose che sporcano, che hanno bisogno di spazio, come l’impasto, stipare la legna, o congelare in un pozzetto le parti di agnello messe in sacchetti di plastica separati; i vari pezzi identificati con una scritta sull’etichetta: testa, costine.
Ci si conservano i vuoti a rendere. Gli attrezzi. Le gomme termiche.
Sopra, i balconi vuoti.
Niente fiori, né panni stesi. Le tapparelle sempre abbassate.
Fuori, il brecciolino bianco.
Dietro, un fazzoletto di erbacce e terreno.
Di lato, una motozappa parcheggiata e automobili due, o anche tre. Un cane alla catena.
Così sono le case marchigiane.
Si trovano ai bordi di statali o strade provinciali asfaltate di recente su cui sfrecciano macchine di grande cilindrata. O, quando ci troviamo più in campagna, sorgono lungo le vie polverose, stradicciole bianche che conducono al cartello Proprietà privata: a volte si sbaglia indirizzo, e manovrare davanti ai cancelli di queste abitazioni sconosciute fa paura. Grosse bestie abbaiano ai fari nella notte e immagino sempre che esca qualcuno con il fucile in mano.
Ognuno a casa sua. È la filosofia di questa gente qua.
Gli pneumatici lasciano tracce bianche quando da queste strade private si ritorna sull’asfalto. A volte i trattori lasciano pezzi di terra, zolle, fango, quando escono dai campi, quando col lampeggiante giallo procedono a sei chilometri orari in mezzo a curve in cui non si può sorpassare. Un albero ogni tanto in mezzo alla carreggiata e radici che deformano il manto stradale; molti, i segnali piegati dagli scontri frontali nei weekend alcolici.
In venti anni le case non sono cambiate più di tanto, però adesso ce ne sono di più colorate. Sono più basse e hanno i profili delle porte e delle finestre ad arco, cordonati di bianco, mentre le facciate sono rosso sangue, azzurro cielo, giallo uovo come quelle di mare a Porto Recanati anche se in campagna il mare proprio non c’è.

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Gli italiani hanno pensato di dover essere al passo coi tempi, di dover seguire i consigli dei personal trainer, dei personal shopper, dei wedding planner e degli architetti ristrutturatori di Canale 31. Chi ha potuto s’è fatto una casa all’altezza degli standard contemporanei. Ma i marchigiani no. Loro hanno una geometria funzionale che mai e poi mai può essere sostituita da un elemento più estetico che pratico: se i nostri progetti già funzionano, perché cambiarli? Ecco. Hanno potuto dare al massimo una mano di colore, nuovo e violento, in mezzo alla mitezza del paesaggio.
Qualche altra casa è fatta di mattoncini rossi, di quel poco più gradevoli della muratura incolore, del cemento armato che con gli anni si incupisce e nessuno ritinteggia mai.
Comunque, contemplate le piccole varianti, sono tutte uguali.

Lungo le statali in basso, giù nelle zone industriali ai piedi dei colli ci sono le pompe di benzina. Grosse tettoie con le scritte Tamoil, Q8, e qualche altra nuova compagnia che diluisce il diesel che perciò costa molto di meno e che però è gestita da qualche malavitoso del sud. Ci sono le stazioni di rifornimento di metano bianche, verdi e azzurre. Qui comprano le BMW ma poi ci montano l’impianto a gas per risparmiare.
Ci sono i bar nei distributori di carburante. Nel 2018 sono stati tutti ristrutturati da un bel po’ e dentro ci sono le ragazze belle e giovani a lavorare, e gli operai vecchi o giovani, italiani o albanesi, a giocare. Ci sono le slot machine. I led lampeggiano come in un’eterna festa patronale. Discoteca perpetua.
Un’insegna con la grafica orrenda e un nome incredibilmente fantasioso come Bar Bablù, Roxy Bar o, giuro, Bar-Bie. Eccetera.

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Ci sono molte rotatorie.
Sulle rotatorie le pubblicità dei grossi scarpari marchigiani (grossi e ancora più grossi, pure quelli che marchigiani non lo sono più, che hanno i loro showroom a Londra e a Milano). Ci sono le pubblicità formato-monumento o quelle più discrete delle aziende minori.
Ci sono le indicazioni per frazioni di ventisette abitanti dal nome ridicolo, e frecce blu che indicano la via per la capitale in entrambe le direzioni: Roma 199 km qualsiasi strada tu prenda. Di qua e di là. Una che contraddice l’altra, così, per non farti mai andare. Rimani.

I cieli sono perlopiù invernali.
È vero che qui le stagioni cambiano colore forte forte, si dichiarano nelle foglie degli alberi. Ma il cielo è sempre un fondale matto*; l’orizzonte ha le nuvole lunghe e senza forma. Grigio.

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In questi paesi non c’è mai odore di cibo.
Solo, la catena aromatica del benzene che fa progredire l’industria, che fa avanzare i SUV verso casa, dove nei campi si ardono fascine nei giorni gelidi. Solo, l’odore dei gatti nelle abitazioni grandi un piano intero, cento metri quadri riscaldati a stento; i pavimenti degli anni Settanta sanno di un detersivo qualunque.
Lungo le scale che portano agli appartamenti, sempre abitati da uno zio sopra e una nonna sotto, odore di polvere perché ci sono lunghe tende mai lavate ad occultare finestre lasciate sempre chiuse, fatte per chissà quale motivo se a schermare la luce ci sono tapparelle e tessuti. Il corrimano in alluminio dorato. Le scale in finto marmo, le pareti imbiancate. Odore di corridoio d’ospedale.
Tutte così, le case marchigiane.

Siamo un paese fatto di asfalto e Case Cantoniere.
Costruzioni tutte uguali, che siano solo utili, che affaccino in strada dove non occorre altro che benzina.

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E penso ad Edward Hopper e alla sua Gas station ogni volta che passo davanti a una stazione di rifornimento di sera.
È buio e la notte bagna l’asfalto. Ho solo voglia di correre per godermi la strada, ma se voglio godermi la strada devo andare piano. Mi lascio sorpassare.
La tettoia dell’IP mi attira come una falena sulla griglia elettrica. Arancione e blu, una riga orizzontale taglia il cielo nero che è tutt’uno con l’asfalto e le colline. La campagna non è più una certezza, ma solo la promessa della tua fede: le terre che di giorno hai sempre visto circondare questa statale adesso sono invisibili come una divinità. Da qualche parte puoi sperare che ci siano.
In campagna è così notte che esiste un solo dio, e dio è la striscia bianca al lato della carreggiata.
Ho il serbatoio pieno. Mi fermo lo stesso.
Metto la freccia verso sinistra, rientro in strada dopo l’immotivata sosta, come se nulla fosse, accelero.
Cosa sembra una macchina nera che senza ragione, nella campagna desolata, gira in una pompa di benzina senza fare rifornimento e poi va via così com’è arrivata?
Due automobili mi superano. Da dove arrivano? Fino a qualche secondo prima non c’era nessuno dietro di me.
M’inquieto.
C’è una pompa dell’Agip più avanti. Quel giallo nella notte e il cane nero a sei zampe mi fanno pensare un’altra volta a Hopper. Comprendo d’un tratto con una folgorante certezza che sono i monumenti più belli che possediamo.
Non c’è altro nell’architettura moderna.
Nulla che sia più potente dell’apparizione nel deserto urbano di un’oasi. Si materializza come nube luminosa in mezzo alla nebbia.
Sei salvo.
Ma questa volta forse è meglio non fermarsi.

 

 

 

*(“Opaco Senza Lustro, ed è la stessa voce, che dal senso di languido, debole, passò all’altro di fioco, smorto, non lucido, detto di colore e specialmente parlando di metalli”).

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