Stranger Things

Siamo rimasti in quattro.
Io, Giulia, Hiro e Luis.
Firenze è calma la domenica sera. È la fine di ottobre e ci lascia stare senza guanti, senza paraorecchie, senza piumini ma in cappotti leggeri. L’amico giapponese ancora non l’ha neanche tirato fuori dall’armadio: pesa 52 kg, meno di me, e con le sue giacche sottili resiste fino a dicembre inoltrato. Non ha freddo, dice lui. Questione di stile dico io: un raffinato farmacista, un ragazzo dall’educazione aristocratica, che al ristorante paga sempre lui tutte le bottiglie che ci scoliamo, e pure la mia naturale da mezzo, anche se non brindo mai, anche se non lo meriterei perché l’acqua fa male e mai dare da bere agli acidi, si sa. Acquaforte. Acqua liscia no.
Noi abbiamo le nostre bici scassate, chi di una misura troppo piccola, chi troppo grande, e lui invece ha l’ultimo modello di citybike a noleggio, completa di luci e allarme. Completa di freni.
Ottobre stasera è clemente. Firenze è un silenzio rincuorante: hanno appena smontato il mercatino francese, gli stessi bancarellai che dopodomani se ne andranno a Macerata, gli stessi dai quali ogni anno compro saponette, sacchetti di lavanda e pain au chocolat.
Nel pomeriggio avevamo voglia di sushi e invece siamo (quasi) tutti poveri. Ripieghiamo sul cinese più infame della città: è un locale senza nemmeno il bagno (credo sia del tutto illegale non avere l’antibagno, figuriamoci…), senza posate, coi piatti di plastica e per fortuna che sappiamo usare tutti le bacchette. Anche al Circolino se mangi ti danno un coltello e una forchetta di metallo…
Mangiamo. Qualcuno è triste, qualcuno ha mal di stomaco. Qualcuno vuole fumare. Siamo ciò che rimane del Bisonte.
Di fianco alla gastronomia dove mangiamo c’è una lavanderia a gettoni. Guardiamo alcuni cinesi attendere l’ultimo risciacquo seduti su una panca, con una grande dama e sei bottiglie di vetro. Birra cinese. Giocano a qualcosa, bevono assai. C’è un neon rosso in fondo all’ultima lavatrice dall’oblò spalancato. Ubriachi giocatori gialli a luci rosse. Cerco di fotografarli. Non riesco.
Ce ne andiamo da Via dei Servi come in fuga da una schiavitù di pensieri. Giulia scatta in avanti, poi Luis, e io, che resto indietro. Hiro mi segue, che non è elegante superarmi: resta in coda come un galantuomo a guardarci le spalle, lui, che forse capisce la metà delle cagate che diciamo, a guardarci le spalle, lui che ride alle nostre battute malamente tradotte in inglese o nel linguaggio internazionale dei gesti, resta a guardarci le spalle. È notte e si vedono solo le piccole lucine che qualcuna delle nostre bici possiede, più il faro a led della bici a noleggio.
Sembriamo i quattro bambini di Stranger Things.
Vedo Giulia di spalle. È vestita di nero, come qualcosa dentro di lei. Ondeggia, pedala a zig-zag, va a destra e sinistra come se volesse calpestare ogni sampietrino della città. Sembra perdere pezzetti di anima, come una scia poco luminosa nel buio e perciò nessuno se ne accorge. Lascia questa sinusoide malinconica lungo la via e noi attraversiamo il suo giorno di dolore senza dire niente e la seguiamo a una distanza di rispetto, ma non troppo lontani, perché sappia che siamo lì, ognuno col suo carico pesante e al contempo leggero, perché stanotte Firenze è mamma, non più mercenaria, non più lupa che allatta chiunque la voglia, ma è una bolla di calore privato e diventa intima, diventa casa tua la stessa strada che oggi hanno percorso americani, cinesi, coreani, cingalesi, neri, pugliesi, napoletani. Siamo quattro figli lontani da casa, lontano da Roma, Tokyo, dal Guatemala, e io che non mi sento lontana da niente ma esattamente a casa mia con tre coetanei e anzi, Luis è più piccolo di me, di tutti, è un ragazzino e io non esco coi ragazzini e invece lui è il nostro professore, è quello che ci tiene aperta la scuola, che ci aiuta a spostare le pietre pesanti o che pulisce il laboratorio dalle cose che abbandoniamo in giro, dimenticando di essere un nostro “superiore”. Lui è quello che si scorda di mangiare, che la sua pausa pranzo è semplicemente un altro momento buono per bisellare lastre non sue, per preparare il lavoro degli altri. Io che incido da quasi dieci anni e che non so neanche la metà di quello che sa lui; lui che come quelli bravi usa il rame, che come quelli bravi vive solo d’incisione.
Forse, dategli da fumare e si sazierà così, con fumo e catramina, e una goccia di nitrico modificato. Dategli una rotella dentata, ha da fare.
E io in mezzo a loro sono la più grande. Chissà, mi vedranno come una scema, perché li faccio sempre ridere senza mai bere, perché vedo e sento poco, perché mi lamento di tutto, perché imito bene Ortega, perché ho sempre fame o perché faccio solo battute becere sul sesso. Perché vado male in bicicletta (ma non è colpa mia: ho un pedale rotto e ruggine al posto del telaio, ho gli stivali a punta e la suola si sta per staccare).

Tra pochissime settimane non ci vedremo più.
Forse ognuno seguirà una strada che non vuole.
Staremmo in eterno così ma nostro malgrado guarderemo la luna da altri posti e forse tra vent’anni ci saremo scordati il nome di quello giapponese, forse tra vent’anni nessuno inciderà più. Tra vent’anni torneremo a Firenze come i turisti americani, cinesi, coreani, cingalesi, neri, pugliesi, napoletani, niente di più, mentre altri bisontini nel pieno della gioventù ci taglieranno la strada di notte, con le loro bici infami, coi loro pochi soldi in tasca, forti di una borsa di studio ricevuta chissà come, nell’anno migliore della loro vita.

STRANGEST THING – The War On Drugs

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