Vetro e cioccolato

Polpette avvelenate per i cani o tartufi neri con fave di cacao amaro.Schiacciavo con lo stivale il cibo per impostarlo bene.
Poi lo prendo con le mani per farne sfere perfette da dare da mangiare al mio amore.
Cosa sono quei cristalli trasparenti che luccicano tra la poltiglia?
Zucchero, sì.
Stringo tra le mani.
Zucchero, no.
Pezzi di vetro.
Triangoli di vetro spaccato.

Le dispongo sul vassoio ma non stanno in piedi.
Mi guardo la mano per vedere se sanguina. Strano, no?
Non provo dolore.
No.

Come si sentirebbe quella cosa sotto i denti?
Come lo zucchero duro delle caramelle spaccate coi molari?
No?
Forse no?
No.

Non le mangerò, io.
Le ho preparate con la suola delle scarpe e non lo sapevo, ma anche lo zucchero era mortale. E ce l’avevo messo io, e non lo sapevo.
Io.
Proprio io.

(Credits: picture by Miles Aldridge)

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Firenze spaccacuore

La si poteva vedere da lontano, dalla mia stessa città mentre ero in auto con i miei genitori.

“Non è così lontana. Per favore papà, torna un istante indietro…la voglio solo guardare di nuovo da qui”.

Era una visione d’insieme. Come la si ha da Piazzale Michelangelo ma non vista dall’alto bensì di fronte, al pari degli occhi lungo l’orizzonte, come se i chilometri che ci separano fossero tutta una pianura senza ostacoli.

Stava lì Firenze coi suoi monumenti tutti uno accanto all’altro ed era l’alba, o un tramonto che spacca il cuore.

Spacca il cuore.

Era tremolante di luce rosa e poi violetta. Se io mi muovevo in avanti vedevo l’imbrunire, se tornavo indietro verso di lei, si rischiarava in quella luce soave.

“Non è poi così lontana. Potrei amarla ogni volta che voglio”.

E l’auto che mi portava via da quel miraggio di città come cattedrale nel deserto, era tristemente a Napoli, “solo” e soltanto a Napoli. E non mi poteva bastare. E noi andavamo via.

Ho pianto.

Un pianto a singhiozzi ma senza rumore e mia madre mi viene a dire che in fondo Lei è là e non è grave in ultima analisi essere qua.

“Ma come fate a poter capire? Che ne sapete voi dell’Architttura? Mamma e papà, voi che ne sapete del cuore che mi trema come la luce rosa e viola su quelle antiche pietre? Che ne sapete, voi, dell’amore mio grande?”

Ma la piango senza dolore. Perché del resto, è là, veramente là, non troppo lontana dalla gettata del mio sguardo. È là con tutti i suoi marmi verde-rosa. È là che danza lenta come una bambolina da carillon nella luce tenue dei tramonti sul Tirreno, che fa buio e che fa chiaro, in un’eterna sera, è là, rischiarata dal lato buono, e appare. In sogno. Di giorno. E sembra sera. Ed è alba. Esiste. Semplicemente. Sempre.

Braci

Le ragazze tristi vendevano le loro scarpe nuove per numero due monete.
Lasciavano le calzature ed erano nude, o vestite di un insulso straccio da povero Cristo.
Valevano due soldi, e quei due soldi erano molto a fronte del nulla per cui volevano smettere di vivere…chissà come le avevano avute.
L’uomo possente le avrebbe aiutate a salire, a scavalcare il muro e a gettarsi tra le fiamme e poi avrebbe venduto tutte quelle scarpe da due soldi fino a procurarsi una discreta fortuna.

È già la terza ragazza.
Sono molto silenziose. Non urlano il proprio dolore, solo, entrano nel grande forno, si distendono, e attendono che le fiamme le consolino.
La morte è una madre buona che asciuga le lacrime dal volto.
Poi il fuoco arde più forte una volta che prende bene sullo straccio da povero Cristo.
Prende meglio. Sui capelli. E sulle gambe. Sulle braccia e sul collo della silente suicida.
Ed ecco che compare, improvvisa, tragica, insopportabile, una cosa a cui non so dare nome.
Urla strazianti, ma non le riesco a sentire.
Si contorce appena come pesce stanco, dibattutosi per ore lungo la secca di un fiume. Le fiamme salgono.
Ma no, non è un tentativo di scappare via, di convertire quell’ormai irreversibile processo di combustione mortale in atto. È solo un dolore. Un immondo dolore fisico.
Come si può – pensavo io – decidere deliberatamente di mettere fine all’atrocità dell’esistenza attraverso un parimenti atroce percorso?
È ben noto che il rogo non sia il più docile dei martiri, e certo è che sarebbe stato più semplice annegarsi, o gettarsi in un dirupo. Piuttosto avvelenarsi con un arsenico micidiale.
Così la giovane, povera, pagante suicida, scopre d’un tratto l’efferato, crudele, morso delle fiamme.
Un grido senza suono. Non lo riesco a sentire.
Allora appare l’uomo possente che la stringe tra le cosce. Come una presa di un’arte marziale, l’aiuta ad ardere meglio, in un mortale abbraccio.

A me fanno provare un vestito da sposa. Mi mettono dinanzi a uno specchio, e penso che non mi unirò mai ad alcuno.
È un abito nero.
Pesante, nero.
Pesante, perché ad ornarlo come cintura, c’è un’enorme catena d’acciaio a doppio giro.
Mi scende, tento di piazzarla bene sui fianchi, usando le creste del bacino come appoggi, per poterla sostenere, per non farla cadere di nuovo, ma il ferro e il nero mi piegano. Mi vedo nello specchio soccombere sotto questo abito che non è mio.
Solo il velo è bianco. Con dei gioielli grigi sulla fronte.
Penso sia bello. Forse un po’ corto.
No…semmai dovessi andare all’altare, ne vorrei uno in pizzo, lunghissimo, e non vorrei altro.

(Credits: picture by Miles Aldridge)

Vaso cinese

Ci sono vite in cui non accade niente per un’intera vita.
Aspettano il momento che succeda qualcosa: il principe azzurro, una schedina vincente, un incontro, un affare, la popolarità, il miracolo, la conversione, la trasformazione.
Dicono che nella vita ci si evolve. E che si possa migliorare. Dicono che volere è potere.
Novantanove virgola nove vite su cento sono immobili. Restano vite e basta. Nessun colpo di fortuna, nessuna medaglia d’oro, nessuno straordinario avvenimento, niente nozze felici, nessun figlio fuori dal comune. Niente.
Alcune vite sono vite e basta.
Eppure ognuna di queste vite cova nel profondo della sua mera esistenza biologica la certezza che prima o poi qualcosa accadrà. E allora continua a sognare una pentola d’oro alla fine degli arcobaleni, l’apparizione della madonna, un miliardario con l’anello e il velo pronto, una telefonata da Magalli per vincere il Superpremio, che il vaso cinese è per le altre novantanove virgola nove vite normali.

Fino all’ultimo giorno della propria vita normale, ogni vita normale è sicura che dovrà essere speciale.

D.

C’era una volta, e ora non c’è più, nell’entroterra marchigiano un libraio veneto.
D. aveva una libreria antiquaria nella piazza del paese dove vivevo anche io.
D. ce l’aveva, e ora non ce l’ha più, ma la gente di quel paese la libreria ce l’ha ancora. Credo. Io non vivo più lì mentre D. non vive più in nessun dove, quindi non lo so.
Una sera d’inverno dopo le lezioni, il mio professore mi portò in quella piazza dove c’era quella libreria in cui c’erano i suoi amici editori, antiquari, librai.
Era gente di alto livello, di così alto livello che sembravano dei perfetti idioti: del resto non è forse questa la caratteristica principale delle grandi personalità? Gli uomini davvero importanti sono quelli capaci di ridere su ogni cosa, ma proprio su qualsiasi, anche sulla morte, o ridere forte di se stessi, puntarsi contro una balestra caricata di dardi avvelenati che trapassano il petto coi più atroci giudizi e rimanere in piedi infilzati di frecce come degli stupidi San Sebastiano kamikaze; gli uomini che contano seriamente sono capaci di infliggersi le più amare auto condanne. Sono quelli che si annientano da sé.
E in città quindi si mimetizzavano così, coi loro aspetti trasandati e le cattivissime abitudini.
M. ad esempio mi è sempre parso un frocio in incognito. Di un’ironia sottile, loquace solo quando si parla di cose serie; dietro quella montaturina datata gli occhi sono due fessure che irridono: non sai mai se stai dicendo una cazzata o se, semplicemente, non ti stia neanche ascoltando. Perciò non gli ho mai rivolto la parola, e se è per questo, nemmeno lui a me. Era evidente che mi reputasse una presenza pressoché inutile…chissà perché il professore mi portava appresso a lui, si sarà spesso chiesto. Però in compenso era l’unico vestito sempre bene.
G. se ne stava (e credo se ne continui a stare) sempre seduto da qualche parte, vestito in maniera del tutto anonima, come un ricoverato appena dimesso, a fumare una sigaretta elettronica che gli era (e credo ancora gli sia) motivo di scherno da parte di tutto il gruppo. O forse no. Forse non più. Forse G. avrà gettato quella stronzata per donnette e avrà ripreso a fumare, a fumare duro ora che è rimasto da solo, seduto sulle scale a chiocciola nella libreria antiquaria ormai disabitata di quel paese desolato in cui vivevo anche io e in cui c’erano una volta le cose.
D. non mi salutava mai. Teneva lo sguardo a terra, o più esattamente in una prima edizione di qualche introvabile testo in francese dei primi del Novecento di cui era intento a fare la traduzione. Un cervello straordinario.
La coppola in testa anche quando era dietro la scrivania. La giacca abbinata. A volte dei pantaloni un po’ troppo larghi, sembrava un contadino della bassa. E invece era un poeta del nord Italia.

D.: faccia bianca (un tempo), faccia bianca a chiazze rosse. Era il vino – o forse è la timidezza – pensavo… dissero che a lui un po’ piacevo e forse era per quello che nelle rarissime volte in cui entravo in libreria non mi guardava mai in faccia, forse era per questo, mi dicevo, che il suo volto era sempre allampanato. E invece no. Era per il vino.
Vino, a tutte le ore. Se entravamo in libreria io e il professore , D. immediatamente mandava qualcuno a comprare una bottiglia di bianco e riempiva dei bicchieri in vetro infrangibile, tali e quali a quelli che aveva in casa mia nonna e ce ne offriva uno. “No, grazie, non bevo” gli dicevo, e quindi farfugliando qualcosa a metà tra un sommesso rimprovero e una bestemmia, se lo scolava lui. “Ma che, sei scemo? Vino a me?” gli diceva il prof, e D. che con me era sempre molto educato, non lo era altrettanto con lui al quale rivolgeva pittoreschi insulti di genere vario.
Beveva assai. Del resto cosa ci si aspetterebbe di diverso da un veneto?
Da un veneto mi aspetto che parli in un certo modo. E invece D. parlava una lingua strana. Parlava la lingua picena di quell’entroterra pedemontano in cui vivevo anch’io. E parlava con un accento che sembrava di quella zona di porto che però dista almeno settanta chilometri dalla provincia in cui leggeva, notte e giorno, seduto tra le rarità librarie reperite chissà dove nel suo piccolo negozio nella piazza secondaria della città. O forse era solo la bizzarra commistione di due idiomi così diversi: ne risultava un suono terribile (e io che l’avevo sentito citare perfettamente in francese alcuni passi straordinari…).
Da un veneto mi aspetto che mi presenti degli altri veneti, e infatti una sera, nella sua libreria antiquaria in quel paese in cui vivevo anch’io, mi disse di prendere un catalogo, lì, in basso sulla destra…Livio Ceschin…mi sarebbe piaciuto.

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(“Da sopra“, 2007 – Livio Ceschin)

 

Livio Ceschin l’ho incontrato di persona alla Libreria Clichy di Firenze alcuni mesi fa, circa un paio di anni dopo aver preso in mano la monografia con le sue opere ed essermi fissata col  ponte pieno di neve. Ho visto dal vero le incisioni che sfogliai quella sera nel “salotto” di D.: una neve di un bianco che acceca e minimi grigi che, mio Dio, vorrei saper accarezzare il rame così io pure.
Sono fatti di silenzio questi veneti: la lieve neve livia, ovatta, bianco, carta stampata a mano, bianco, frizzantino, ad accendere il naso, a inebriare sotto i baffetti scuri la muta bocca di D. Non una parola. Due idee congruenti e silenziose di Veneto. (Anche se D. era silenzioso solo davanti agli “estranei” come me; so che, in altri frangenti, era uno che faceva un gran baccano).

E così, spesso, nella mia nuova vita toscana, mi è capitato di pensare a M., G. e D., che guarda il caso frequentano alcune persone che ho avuto modo di conoscere anche io qui a Firenze: M., ad esempio, se ne sta spesso in giro per San Niccolò con S. che fa il giornalista e che è uno che legge assai. San Niccolò è il mio nuovo quartiere, faccio un po’ parte di questo posto perché ho saputo mescolarmi agli “uomini del bar”: chi tutte le mattine occupa una sedia e legge un libro o un giornale con un caffè davanti ha diritto a pieno titolo alla cittadinanza onoraria. E io vado a scuola qui e faccio ormai parte dell’arredamento del vicolo, sono la bicicletta scassata lasciata davanti al Rifrullo senza catena, sono quella che pranza tutti i giorni alla casa del popolo, che si nasconde dietro a un tomo e fa finta di non vedere nessuno (e invece vede tutto). In questa strada ho spesso visto M. con la coda dell’occhio, e forse mi ha vista pure lui, ma abbiamo finto di niente. Probabilmente ci siamo incontrati più volte qui che nella città in cui prima vivevo anch’io, in quella città che ha così pochi abitanti da far sembrare paradossale beccarsi in un altro posto d’Italia, esattamente nello stesso quartiere, con questa frequenza.
Ho avuto l’impressione che un pezzo di quella vita di paese che ho sempre tentato di lasciarmi alle spalle senza nemmeno una traccia, mi rincorresse anche qui, sul lato tirrenico esposto al sole, ma perlomeno si tratta di personaggi ai quali, per un certo transfert psicologico, voglio una specie di bene. Così come voglio bene al mio professore. Tutte persone con cui ci si esprime l’affetto a suon di insulti ed epiteti poco edificanti.

G. e D. intanto avevano fondato una nuova casa editrice tutta loro e se ne restavano dalla parte opposta dell’Italia, e li incontravo oramai solo quando tornavo a casa dai miei per le vacanze. Li incontravo quando scendevo le ripide scalette di quella città medievale in cui vivevo. E ci salutavamo con un invisibile cenno. Io alzavo giusto giusto la testa, come fanno i siciliani, non sorridevo, sia mai che la cosa sembrasse un po’ troppo confidenziale. Loro idem. A volte dicevano una specie di “ciao” biascicandolo a mezza bocca. Io scendevo, loro salivano, per raggiungere i poeti e i letterati della città nella piazza principale dove, a distanza di un anno, i segni del terremoto non si vedono più.
G., D. e i vecchi letterati ancora vivi della città facevano degli aperitivi al Mercurio sotto le logge in piazza. Io spesso sedevo ai tavolini del bar accanto. Però non li disturbavo mai, per sicurezza, mi mettevo di spalle.

Sapevo alcune storie su D., alcune storie che non si possono raccontare. Quando prometto di farmi i fatti miei, mi faccio i fatti miei. Però peccato: si sarebbero potute capire molte cose.

Quest’estate gli mandai un messaggio.

Nel piccolo paese in cui vivevo anch’io st’anno è accaduto un evento straordinario. È noto ai più che Thom Yorke venga costantemente avvistato in questa regione. Durante le sue vacanze, o nel tempo libero in stagioni inconsuete viene qua da noi. Dicono che abbia una casa in campagna da qualche parte, dicono. Dicono che si aggiri per i mercatini al martedì mattina, dicono. Gli fanno delle foto di nascosto, qualcuno lo ferma. Non so cosa leghi esattamente Thom a questo posto infelice da cui io ancora tento di fuggire, ad ogni modo quest’estate ha deciso che avrebbe suonato attaccato alla piazza in cui c’è la libreria di D., proprio nel posto dove per una vita mi sono parcheggiata di notte con l’auto avendo freddo per leggere un libro nella solitudine della città. Non ci sono molte cose da fare qui.
Ovviamente non ho avuto i soldi e il tempismo e la sfacciata fortuna di accaparrarmi uno dei pochissimi biglietti, dal costo divenuto ben presto esorbitante, che erano stati messi in vendita. In effetti non ci riuscì quasi nessuno, la capienza di quel semiellisse ottocentesco di gusto neoclassico dove oggi si fa l’opera ma in cui una volta si giocava a palla a bracciale è abbastanza limitata: in una città come la nostra non ci sono molti abitanti. Il prof allora mi diede il numero di D. dicendo che avrei potuto disturbarlo e chiedergli di ospitarmi sulla sua terrazza: da lì non avrei visto, ma avrei sentito benissimo uno dei concerti che sicuramente sarebbe diventato qualcosa di epocale, tipo i Pink Floyd a Pompei.
Gli mandai un messaggio, che mi vergognavo di chiamare…chiedere un favore a una persona con cui a malapena ci si saluta…una cosa imbarazzante. Ma glielo mandai. Ovviamente non mi rispose.
Dicono che D. fosse una persona parecchio distratta quando si trattava di queste cose. Non rispondeva al telefono, dimenticava le mail e cose così; si fece sentire un mese dopo scusandosi per la sua sbadataggine. E questo è stato l’unico scambio che abbia mai avuto con lui.
Scusa ma leggo ora di Thom Yorke. Non uso Whatsapp. Peccato, non c’ero, sarebbe piaciuto anche a me sentirlo. Sebbene detesti il rumore. A presto.

Questo silenzioso veneto.
E come immagine del profilo un revolver.

Lo sapete che D. era un poeta? Sì, devo averlo già detto, era un poeta.
Il mio professore, che membro di uno snobismo culturale di prim’ordine disprezza la pseudocultura popolare, diceva sempre che “se scrivi poesie e hai più di diciotto anni, o ti pubblica Einaudi o sei un ritardato” parafrasando Benedetto Croce con parole più idonee.
Semplice.
E un giorno mi disse, me lo ricorderò sempre: “Sa…D. scrive anche delle poesie. E sono molto buone. Molto buone.
Supposi che dovevano essere, dunque, straordinarie. Ma non le lessi mai.

Quelle poesie di D. che non ebbi mai voglia di leggere, le ho sentite in una notte, mentre non potevo prendere sonno, su Radio 3, al buio nella mia umida stanza di sapore monacale e con le macchie di muffa alle pareti. Le macchie, quella notte, mi sembrarono più grandi.
Lette così, un po’ in fretta, e non per una sorta di noncuranza o di poco riguardo, ma perché erano poesie dense. Contenevano delle parole grandi, grandi come la solitudine di un uomo, di un uomo totalmente avulso dal creato eppure immerso mani e piedi e capo in quel grande buco nero senza parole che è l’esistere. Un buco muto che lui doveva riempire di frasi vischiose come la resina da cui si genera ambra. Frasi che diventano dure. Era per questo che lo speaker non si soffermava su nessuna di esse. Sarebbe stato difficile reggere.

– “Ma com’è che ti muoiono tutti questi amici?
– “…è…che conosco persone strane…

Quando guardo le radici degli alberi dissestare l’asfalto, nel percorso sul Lungarno, al mattino mentre vado in bici, penso a stare attenta a non inciampare e morire.
Quando mi affaccio da una finestra molto alta, quando a Torino mi sono seduta sul davanzale dell’albergo ed ero in camera da sola, con le gambe più fuori che dentro, ho pensato a stare attenta a non morire.
Morire ti può capitare.
Mentre percorri una strada e un bus accarezza il muro dei palazzi antichi accostata ai quali cammini per proteggerti dal freddo. O mentre mangi un panino al crudo, un filo di grasso più spesso, l’aria nei polmoni che non entra più.
Morire può capitare così, come un qualsiasi, banale accidente, una mattina che proprio non te lo aspettavi, o in un quieto pomeriggio in cui tutti gli altri sono sereni.
Morire, ti può capitare nella tua casa piena di libri mentre ti lasci abbracciare dall’unica cosa che ami al mondo, che la ami forse più di tua figlia di otto anni, che la ami più della poesia.
E poi?
Come faranno gli altri senza?
Tu riordinavi le tue poesie, o le carte sotto il letto. Tu preparavi il pranzo per domani, c’è mezza cipolla in frigo, andrà a male.
La giacca nera appena comprata. Il timo sullo scaffale delle spezie. Dare l’acqua alle piante: chi ci penserà? Poi quei propositi come sistemare il pomello lento sull’armadio. O l’intuizione per una nuova scultura.
Era esistito?

C’era una volta, e ora non c’è più, la nel logo di una giovane, preziosissima casa editrice.
Dentro il mondo della letteratura qualcosa si è rotto senza D.A.
In quel paese però, tutto è rimasto uguale senza D.A.

 

(Credits: “Library corporation” illustration by Rorik Smith)

Lumache

Spezzala in due.
Spezzala in tre.
Nel senso della lunghezza.
Dividila.
Fanne di meno.
Mi sarà più comoda da trasportare lungo il viaggio”, così come fanno i camminatori, come fanno i pellegrini che si portano solo mezzo spazzolino da denti, mezza pietra di sapone di Marsiglia per stare più leggeri. Anche un grammo in più può voler dire, lungo il cammino di Santiago, una vescica dolorosa sotto il piede.
L’ho detto io mentre ne facevo filetti e provavo un senso di dolore, ingiustizia e disgusto, ma sapevo che le lumache sopravvivono anche se il loro corpo viene smembrato: senza organi una parte di gelatina vale l’altra e conserva la sua autonomia. Sopravviverà.
A volte si conoscono cose che non si credeva di sapere. Come in questo caso: stavo compiendo una sevizia su un essere vivente e qualcosa mi diceva che era giusto così è qualcosa mi diceva che era ingiusto così.

Lumache.
Per tre volte in una settimana ho sognato lumache senza guscio.
La visione mi inquietava, e mia madre aveva sempre qualcosa a che fare con questi animali.
La prima volta fu lei a suggerirmi di spaccarle in due. Mi sono fidata. Era stata una buona idea.
Nel secondo sogno non ricordo.
Ma la terza volta, in una notte davvero difficile, io camminavo per la strada con lui, oltrepassavamo un accampamento di zingari e c’erano molte scatole piene di scarpe nuove. Nuove. Ecco perché le zingare – pensavo – hanno sempre degli zatteroni fluorescenti. E questo mi faceva rabbia, perché li indossano con orrendi calzini di spugna, e questo mi faceva rabbia, e non so perché, io mi sono girata, e mia madre mi seguiva, teneva tra l’indice e il pollice una grossa lumaca nuda: senza il guscio, grossa, ancora viva, intinta in qualcosa di commestibile. Mamma a bocca aperta diceva che erano buone. La stava per mangiare.
Ho avuto un sentore di disgusto.

Lumache senza casa. Molli. Fatte a pezzi e ancora vive. Mangiate ancora vive.
L’arte invertebrata della sopravvivenza.

(Credits: Illustrations by Ernst Haeckel)

Nostra Signora della Statale 78

Quando ero bambina abitavo sulla statale e guardavo tutti i giorni i camion passare.
Passavano a tre centimetri dal mio muso.
Le sbarre di ferro erano una barriera invisibile: separavano la carreggiata percorribile a 120 km/h, ignorando ogni limite, dalla strada dei bambini. Nella strada dei bambini c’erano la chiesa, il buco in cui Maria vendeva i gelati scaduti, e poi c’era l’Eden che apriva solo di sera e in cui mi tenevano compagnia i vecchi ubriachi.
Statale.
Ho imparato la parola “statale” quando la nostra nuova casa si rivelava essere di fronte a un cimitero e a una strada difficile da attraversare. A Napoli le strade sono tutte strette e anche i bambini di quattro anni le attraversano senza dare la mano a nessuno. Soli.
Sola, la nuova casa, senza altre cento milioni di finestre, senza agglomerati di case a togliere la vista dalle auto veloci lungo la strada picena. Dal balcone potevo vedere tutto.
E dalla strada picena tutti vedevano la mia casa che si ergeva come una nicchia votiva con la Madonna e le piante, l’arco, la cancellata e i lumini, e le immaginette sacre tenute sottovuoto, riparate da un vetro. Spuntava la mia casa di fronte alla statale protetta da un campo di grano o barbabietole, a rotazione stagionale, o una terra arida d’inverno, di zolle rivoltate. Nudo il campo, nuda la casa di fronte alla strada.
Una barriera invisibile.
C’erano dei fiori anneriti di stoffa logora sullo spigolo della chiesa, esattamente dove iniziavano le sbarre di ferro, dove i tir accarezzano i mattoni in curva, e una foto di un uomo. Non erano mai bastate quelle quattro ferraglie a evitare il peggio.
L’amichetta che andava in prima elementare con mio fratello era una delle bambine più belle che avessi mai visto. Era bionda e con gli occhi sempre cerchiati di rosso. Non sorrideva mai. Quello nella foto era suo padre. Era molto bello anche lui, da lì aveva preso quella straordinaria genetica. Andava con la moto.
Le sbarre di ferro erano un’altalena da grandi. Mi ci potevo arrampicare e tenermi forte con le cosce per poi andare a testa in giù fino a toccare coi capelli per terra e rialzarmi facendo forza negli addominali. A volte mi mettevo la minigonna rosa come una Big Babol e i sandali celesti glitterati con la zeppa e le stringhe tutto intorno alla gamba, dalla caviglia alla piega del ginocchio: tiravo i muscoli del polpaccio e vedevo la carne esplodere tra gli intrecci a X. La sera, quando me li scioglievo, avevo tutti i segni. Sotto portavo ancora mutande da bambina, me le comprava mia madre ed erano larghe larghe sul sedere ma con elastici buoni. D’estate sudavo e quando le toglievo avevano delle chiazze umide come se mi fossi fatta un po’ di pipì addosso. Erano abbastanza ampie da riuscire a nascondere i primi terribili peli, quelli che iniziavano a vedersi se si allargavano le gambe seduti per terra in cerchio in mezzo al campo di calcetto coi pantaloncini corti. Quei peli piatti e neri che facevano più schiuma nel bidet. Che schifo.
Mi mettevo a cavallo di quelle sbarre e guardavo gli automobilisti passare.
Ero sicura che qualcuno prima o poi si sarebbe fermato, che mi avrebbe fatto fare qualcosa di bello, o che si sarebbe innamorato, che mi avrebbe portata via di lì, dalla strada dei bambini lungo la Statale 78, via di lì, dalla casa solitaria di fronte al cimitero, via dai campi appena concimati che per tutta l’estate sapevano di merda.
Tutti i maschi mi guardavano. Forse volevano vedere sotto la gonna. Ma nessuno si è mai fermato.
La mia sbarra preferita era quella adiacente allo spigolo della chiesa della Maestà, vicino ai fiori neri e alla fotografia, dove la strada fa una curva e le macchine appaiono a sorpresa, improvvisamente, e il vento ti sputa in faccia facendoti perdere l’equilibrio.
Non si potevano vedere le macchine fino a che non ti avevano già oltrepassato a folle velocità. Solo con le orecchie si poteva tentare di indovinare cosa sarebbe apparso da un momento all’altro: una fila di motociclisti, un’utilitaria guidata da una vecchia, un camion con rimorchio.
Ho imparato a distinguere i suoni di tutti i modelli di auto, indovinavo specialmente quella di Ignazio, che era facile, perché truccata, preparata per fare i rally clandestini tra le campagne.
Qualche volta mi portava a fare un giro. Poi quando diventai più grande i giri si interrompevano sempre nei punti in cui non c’erano più strade asfaltate e lampioni.
Lui faceva delle cose. Io no. Restavo immobile come quando seduta sulla sbarra passava un tir vicino vicino e mi buttava i capelli in bocca, allora stringevo più forte i pugni e mi ancoravo per bene al metallo. Chiudevo gli occhi per un riflesso incondizionato, quando li riaprivo era tutto già lontano.
Non si potevano vedere le macchine da dietro l’angolo della chiesa. Restavo lì appollaiata per intere ore fino a che i pomeriggi non diventavano sere ed era ora di cena, scendeva l’umidità e le magliette corte che lasciavano scoperta la pancia e le canottiere che non coprivano la schiena non erano più abbastanza per resistere.

Un milione di ore sulla statale.
Un milione di mani alzate a salutare.
Un milione di camion.
Un milione di occasioni.
Pensavo: e se mi buttassi sotto un tir?
Basta un attimo.
Facciamo il prossimo.
Non questo, il prossimo.
Conto fino a tre…
Non ci vuole niente.
Uno.
Due.

(Credits: foto di Amedeo Gallo)