Mano morta

All’uomo nero piangevo.
E tu ce l’hai il nonno?” chiese. Grazie uomo nero, che ti prendi cura di me, ma piangevo e ricordavo che mio nonno non c’era più e non da poco, da molto, da quando io stessa non c’ero più. Che lui sapeva ridere, sempre, nonostante l’assenza dei denti. E allora piangevo all’uomo nero, e provando anche per lui un affetto inaudito.
Uomo nero che non mi conosci, e già così forte mi pensi, uomo nero più ragazzino di me, piango, io ti saluto.
Mi cola il naso. Me lo soffio e una quantità incredibile di muco mi fuoriesce dal corpo.
Devo riabbracciare un’amica, ma anche la mia mano è sporca di muco. Mi vergogno.
Aspetta un figlio ed è incinta di un serpente, nella pancia le cresce un serpente, anzi, due, me l’ha detto, è felice. Mi presento a sua madre ma lei non mi sorride.
Che, forse non ti ricordi di lei? Del resto…già vi conoscete…
Non mi ricordo di lei, Signora…
Le stringo la mano e lei fa lo stesso, ma è una mano morta. Una mano che mi resta in mano; dopo averla scossa per tre volte lei mi lascia con la sua mano in mano.
Le guardo le estremità e sembra non avere parti mancanti, ma in mano mi resta la sua mano: morta, finta, di cera. È forse che la usa solo per toccare gente indesiderata come me?
La getto su un divano, anche se non credo sia educato. Dovrei forse rimanere coi suoi resti in grembo e custodirli con grandi ossequi?
La getto.
Amica, sei bellissima incinta. Ma io li ho visti sai, tutti quei serpenti. Sono degli animali rari, ma a vivere qui se ne incontrano spesso. Proprio prima ne ho visto uno nero, grande, lo cercavamo col custode perché era scappato da lì, proprio da lì. Gliel’ho indicato nella notte, e nel buio del bosco lui e un altro hanno cominciato a strisciare e a seguirmi. Ho temuto. In fondo non ci sono molto abituata ai serpenti. Sono animali rari. E mentre fuggo ecco che mi striscia davanti un esemplare bicefalo: l’avevo confuso con un ramo di betulla, così, biforcuto e bianco, trasparente quasi, e invece è una bestia unita e gonfia da un lato: la parte femmina è incinta. Incinta di serpenti, proprio come te amica mia…bianca e incinta di serpenti.
La cosa buona è che sulla neve il nemico non può udire i tuoi passi avvicinarsi. E invece me lo trovo alle spalle, vestito elegante, e vuole colpirmi coi suoi due magneti neri.
Aveva due potenti magneti neri nella mano e gli provocavano molto dolore ogni volta che me li lanciava contro. Ma questo non gli impediva di tentare d’offendermi.
“Nick…perché? Avrò anch’io due gemelli, e uno morirà, proprio come è successo a te, e allora saremo uguali. Uguali nel dolore. Quindi perché mi vuoi ferire?”.
Due, due. Meno uno e uno.

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Igiene dentale

Mentre il dentista mi faceva deliberatamente male in bocca, avevo le mani intrecciate. Strette. In mezzo alle cosce. Serrate.
Pensavo ossessivamente a una canzone dei Coma_Cose (così, per una competizione di malesseri) pur di non sentire il dolore e non dargli soddisfazione. Forse solo dalle sopracciglia intuiva il mio fastidio, mentre mi schizzava l’acqua in faccia, sugli occhi, e nemmeno mi asciugava, mentre mi faceva riempire la bocca di bava e mi scolava lungo il collo, e non me l’aspirava.
Girati verso di me”. E una goccia di acqua, tartaro e saliva mi scendeva dall’occhio, simile a una lacrima. Ho sperato non la fraintendesse per pianto.
Dottò, io non piango.
Col tubicino tortile cercava la piega giusta per realizzare l’uncino adeguato, e me lo conficcava sotto la lingua e il frenulo sembrava bucato da uno spino.
Ho alzato una mano, in silenzio. L’ho spostato al lato della gengiva, dov’era più adeguato alla sua funzione. Lo ha riposizionato altre quattrocento volte. Tutte sbagliando.

Mi allargava con lo specchietto freddo e le mani calde. Il caldo umano separato dal lattice dei guanti, odore di professionalità, quel caldo umano che non tocca il caldo umano della tua bocca. Un caldo come il tuo, separato dall’azzurro, la sua mano non si bagna del mio interno, ma lo sente, lo sento. La mano in bocca. Le dita. Toccami.
Aprimi.

Non sono masochista.
Me lo sono chiesto spesso. No, non sono masochista. Non mi piace il dolore.

Mi scava tra un dente e l’altro, temo che me ne romperà uno. Non è giustificata tutta questa foga, e io sento grattare, tirare, estirpare come da un muro con uno scalpellino pezzi di roccia.
Ho temuto che mi volesse deturpare.
Gli avevo detto di avere dei denti molto sani, ecco perché erano tre anni che non andavo da un dentista. E lui voleva forse dimostrarmi che non era invece così? Voleva dimostrarmi che dei miei propri denti ne sapeva più di me? Voleva prendermi la bocca a martellate affinché avessi per sempre bisogno di cure costose e mi passasse perciò la voglia di snobbare la categoria?
Ma quando gli ultrasuoni entrano in risonanza con la parte sensibile, quel millimetro sotto il colletto dentale, quando si avvicinano troppo all’osso e un suono orribile inizia a trapanare il cervello, ecco che non posso trattenere un gemito.
Stringo più forte le mani, me ne accorgo solo dopo, ce le ho proprio infilate lì, i polsi contro l’osso pubico.
Piego le ginocchia come per portarle più vicine al petto. Vorrei raccogliermi in questo dolore acuto che mi avviene in bocca. In alto a destra, un fulmine ghiacciato ai lati dei molari.
Ma mi viene in mente l’insegnamento di mia madre: fin da piccola mi ha detto che il dolore fa bene. Più fa male, più fa bene. Devi provare quasi piacere quando la pomata brucia, il calore insiste, l’ago entra, il massaggio duole. Ecco. Sta tirando via tutto il male. Questo è solo il passaggio, il Purgatorio, la redenzione necessaria. Eleva il tuo spirito, stai profondamente in questo dolore fisico e fattelo piacere. Resisti se non sai amarlo, ma resisti. Imparerai.
Imparerai ben presto, e il dolore diventerà l’unica tua ragione.
Ben presto un ago gratis, che buchi qualche lembo di carne inutile, un ago gratis, cannula infilata nel braccio con la scusa della generosità.
Ben presto resisterai ai tuoi dolori cronici senza prendere mai un antinfiammatorio perché puoi, tu puoi, e il martirio innalza.
Perché i mali sono una prova e tu devi mostrare chi è il più forte.
L’insegnamento di mio padre: stringi i denti e vai avanti. Non piangere per nessuna ragione al mondo.
Imparerai ben presto.
Ben presto le lacrime saranno solo un vezzo. Non darai soddisfazione al dottore aguzzino. Non darai soddisfazione al superdotato che ti vuole stupire, non darai soddisfazione al presuntuoso che ti vuole violentare.
Tutto bene?” chiede il dentista. Sorrido – per quanto possibile – in una mossa grottesca coi denti rigati di sangue e gli attrezzi poggiati in bocca. Annuisco sbattendo le ciglia.
Ma tu continua a lavorare, prego! E io a cantare i Coma_Cose, non può essere che si tratti di un dolore irresistibile.
Irresistibile è quel bruciore di quando qualcosa va storto, stava per entrare e poi non entra più. Irresistibile è quel bruciore che ti paralizza e stringi le natiche, allunghi le cosce e nulla più si può avvicinare. Non ce la fai neanche a parlare, prendi fiato, implori di aspettare e quelli aspettano ma minimizzano “Dai, non farla tanto lunga che non è niente! Aprilo, vieni qua.”.
Non sarà quel dolore irresistibile, né come se ti stessero tagliando in due. In fondo non sta che pulendo un pezzo d’osso, la gengiva è solo un dettaglio, è anche nel suo interesse fare qualcosa che ti renda felice e non infelice.
Fidati.
Tu non vedi quello che sta accadendo nella tua bocca, ma fidati! Fidati che è la stessa cosa di quando non vedi la cinghia che ti colpisce la schiena, fidati! Perché tanto ti puoi solo fidare, ti puoi solo fidare e non ti faranno (troppo) male.
Aprimi, spalancami, batti, colpisci, graffia, togli e metti cose, io non lo voglio neanche sapere, solo, sopporterò e canterò i Coma_Cose. “E se magari l’autunno è…soltanto un ideale da difendere come i tuoi 501 rotti sui ginocchi, ricorda queste notti, siamo come lentiggini impermeabili alla pioggia. Ed alle lacrime“. Stringerò i pugni e le cosce, qualcosa là sotto si anima come se fossero due fatti collegati: l’igiene dentale e il sesso. Come se fosse naturale provare una specie di eccitazione mentre qualcuno ti fa male e ha il completo dominio di te.
Sei sottoposto, sbavato. Hai gli occhi chiusi. Gemi.
Non c’è nulla di correlato tra i tuoi denti e la tua fica. È solo che alcune cose nella vita si somigliano. E tu ci fai molta confusione.
Stringi le mani contro il tuo sesso bollente.
Vorresti che lui capisse e ti lasciasse fare.
Spegne gli attrezzi. Ti asciuga la faccia con noncuranza, come si pulisce frettolosamente la superficie di un tavolino sporco.
Lo ringrazi per questo, come se si fosse trattato di una carezza dopo un’eiaculazione dritta negli occhi.
Ti pulisce la faccia mentre sei distesa a testa in giù e lui è sopra di te.
Stringi le mani contro il tuo sesso bollente.
Vorresti che lui capisse e ti lasciasse fare.
Ma poi lo sai, è tutto fuori luogo.

Non sono masochista.
Me lo sono chiesto spesso. No, non sono masochista. Non mi piace il dolore.
Non mi piace il dolore.
Qualcosa mi piace, ma non è il dolore, e non so cos’è.

(Credits: “Still Life”, 2012 – David Lachapelle)

Unita

Non sono sola.
Mi sento sola.
Passo le notti del sabato avanti allo schermo del pc.
Vi cerco. La compagnia infame di un utente virtuale.
E voi siete in carne ed ossa, io lo so. Vi ho conosciuti e toccati. Ci siamo amati poco o moltissimo. Io lo so. Esistete.
Ma mi sento sola e non ci siete.
Io invece vorrei uscire.
Vorrei dannatamente uscire.
Per andare in qualche luogo che non esiste. Per andare in una Macerata parallela, dove c’è gente che non conosco e dei bar a me adatti, a leggere Kafka in un fumo surreale. Dove c’è un’architettura nuova, non più rossa ma bianca, gigantesca. Vorrei uscire da sola, girare come sempre la notte in macchina e avvistare le luci dei locali e la gente seduta fuori. Passare sopra i ponti illuminati che scavallano fiumi, che dividono le città. Voglio fermarmi a fare benzina in un posto isolato e scorgere da vicino qualcosa che incredibilmente accade.
E invece no.
Mi sento sola.
Non perché non abbia amici, ma perché non ho voglia di vivere insieme a loro.
Non ho voglia di ridere e di giustificare il mio sentire.
Non ho voglia di angosciarli con dolori che so appartenergli, che cercano di ignorare con l’ilarità, con la mancanza di sobrietà.
Io non bevo.
Costretta in una morsa di accecante chiarezza, la barbara coscienza del fallimento.

Ho pensato a una cosa terribile ieri.
Improvvisamente, ero seduta a tavola senza cena, davanti al pc, in cerca di qualcuno che mi facesse compagnia. Ho pensato ai tempi in cui c’era il terremoto.
Ho pensato: “Sarebbe bello se adesso la casa si mettesse a tremare. Un evento straordinario. Scardina la normalità, il tempo. E i muri. Tutto diventa speciale”. Poi mi sono morsa la lingua.
Ho stretto i pugni, mi sono battuta le mani sulle cosce.
Che stupida.
Che stupida che sono anche solo a immaginare una cosa del genere.
Che stupida.
Però quando c’era il terremoto stavamo tutti insieme. Tutti. Noi familiari, e il condominio, e il paese intero. Tutti insieme, di notte, nelle auto in piazza.
Stavamo tutti insieme senza parlare. Ci guardavamo con affetto, ognuno come se compatisse l’altro, come se non fosse stato sfortunato alla stessa maniera, come se avesse meno paura, come se potesse in qualche modo dare coraggio al prossimo.
La gente mi rivolgeva degli sguardi pietosi perché mi avevano vista col pigiama di Hello Kitty e stivali neri militari scorticati e io non parlavo. Non rispondevo alle domande, solo, annuivo con gli occhi pieni di sonno. Me li strofinavo.
Fu per quello che smisi di truccarmi. Per potermi strofinare gli occhi quando mi bruciavano e non avevo nulla da dire. Per potermi crogiolare in un time-out momentaneo: non vedo, non parlo, non so. Blackout.
Mi lasciavo coccolare dall’affetto di questi sguardi. Da chi si era cambiato i vestiti perché non doveva fare tre piani di scale o aveva meno paura di me e si era quindi riuscito a sciacquare la faccia e a indossare un pantalone fresco.
Mi sentivo parte di un nucleo.
Io che non ho un gruppo né di amici, né di nemici, io che non ho una famiglia affettuosa, una famiglia non separata dalla geografia, io che non ho città, né compaesani, non ho compagni di scuola, non ho colleghi d’ufficio, non conosco gli abitanti del mio paese e sono sempre fuori dai luoghi comuni, luoghi, fisici. Mentali.
Unita.
Per la prima volta, insieme a qualcun altro. Mi sono sentita unita.
Ho pensato che quando c’era il terremoto non importava che tu fossi disoccupato, artista, nullafacente, manager, muratore, estetista o scolaro. Che avessi trent’anni, sette o ottanta. Eravamo tutti fermi in macchina. Dormivamo tutti poco. E non riuscivamo a fare niente.
Solo i baristi, quelli sì, facevano qualcosa. Facevano i caffè a tutti.

Sospetti

Ha l’aria di un giorno fatale, decisivo.
La migliorìa prima della morte, così pare questo ascesso di sole tra le temperature invernali di questi giorni.
Un penultimo giorno.

Mi aggiro per la città specchiandomi le gambe nelle vetrine dei negozi chiusi. Mi osservo con sospetto tra i servizi di bicchieri, i piatti in terracotta e i soprammobili laccati. Chissà.
Una certa circospezione mi contraddistingue. Che guardo? Chi sospetta che io esisto?
Cos’è che deve accadere di così importante in questo film ambientato di venerdì?
Ma il protagonista non sono io. Tutto accade altrove, agli altri. Ieri sera fotografavo di nascosto la vetrina di un tabacchi. Mentre lo facevo si è subitaneamente spenta la luce. L’insegna ha smesso di lampeggiare, le carte da gioco e il pennello Proraso di farsi vedere. Sono scappata via.

Una cimice nella manica e mi guardo le spalle. Cristo.
C’è puzza di merda nell’aria.
Puzza di merda.
A ogni angolo della città.
In cima, a valle, sotto lo scantinato in cui lavoro. Attraverso la strada e questa puzza di merda non capisco da dove provenga.
Sono forse io, mio Signore?
Eppure no. Controllo i miei stivali e non sono io. Non sono io ma tutto intorno c’è odore di merda e io mi chiedo se anche gli altri la sentano.
“Una signora entra in un bar e muore dissanguata” così titola oggi il quotidiano locale. Sembra la vecchia freddura del cavallo che entra in un bar e muore di profilo. Ahah.
Non lo leggo. Non voglio verificare che la foto della signora aderisca perfettamente al volto di qualcuno che conosco. Una cliente, magari.
Da dove è mai possibile perdere tanto sangue da rimanerci secchi?
Un pomeriggio in libreria ero sola. Entrò una donna zoppa. Fu scortese con me. Poi d’improvviso mi disse: “Credo di avere un’emorragia“.

 

(Credits: frame from “The conversation“, 1974 by Francis Ford Coppola)

Amo et odi

Quanto ci odiano i cinesi?
Quanto ci odiano quando gli chiediamo le bacchette e poi siamo degli handicappati nell’usarle?
Quanto ci odiano quando chiediamo un cazzo di riso alla cantonese che nessuno di loro si sognerebbe mai di mangiare?
Quanto ci odiano quando ci vedono varcare la soglia dei loro ristoranti? Con le nostre capigliature mosse e le teste ossigenate, con le nostre facce tutte uguali e la sciocca idea di fare, ogni tanto, qualcosa di esotico?

È sicuro che ci odino.
Ci odiano.
Odiano gli schizzi di soia sulle loro tovaglie, i fondi di brodo che non finiamo e la continua richiesta di salsa agrodolce.
Odiano.
Odiano le nostre facce sorridenti e la flemma con cui sfogliamo il menù.
Odiano.

Però amano i nostri soldi.
I nostri bancomat senza dragoni d’oro incisi.
Amano i nostri €uro e il suono dei calcolatori non fiscali su cui stampano finti scontrini.
Amano.
La nostra fame di oggetti futili, inutili, amano che li amiamo tale e quale a loro, con soltanto un breve ritardo sul tempo: anticipatori di ogni moda, pronti. Il prototipo al braccio e il pezzotto sotto il banco.
Amano.
Il capitalismo che ci divora. Il capitalismo che li consola, nelle notti passate in bianco in una postazione della fabbrica, nelle domeniche a cuocere al vapore, nei capodanni in differita, nei 365 giorni l’anno di guerriglia dal basso.
Formiche rosse.

Formiche rosse scarnificatrici.
Amano.
La nostra stupida carne bianca.
Odiano, l’aria di superiorità che ostentiamo. Sorridono, falsamente, accontentandoci.
Un biscottino della fortuna (hergestellt in Deutschland) insieme al resto in moneta. Il biglietto dice: “Il futuro sarà un tempo di grande ricchezza e prosperità”.

(Contano. I guadagni esentasse. Il numero di tasti della calcolatrice che li divide dalla conquista del mondo).

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Un paese

Un paese è un resoconto di morti.
Cresci e non ti curi dei bambini. Ricordi solo i vecchi che c’erano, i bar che han chiuso, quelli che si sono addormentati nella speranza di non risorgere qui, mai più.

Un paese è un elenco di assenti.
Conti quelli che se ne sono andati a studiare a Milano o che hanno fatto successo all’estero, quelli cresciuti insieme a te e che hanno smesso per sempre di crescere, raggiunta una loro forma prematuramente adulta, anziana, quelli che si sono sposati e ora sono bianchi, grassi, irriconoscibili.

Un paese è un elenco di chiese.
Guardi i campanili svettare da ogni prospettiva, ne vedo uno salendo le scale del mio palazzo dalla finestra. Suonano di sabato mattina per i matrimoni, di pomeriggio ai funerali, la sera, con le fiaccole e il buio, durante qualche processione.

Un paese è un monito per ogni domenica.
Ti guardi intorno ed è tutto chiuso, anche le case, anche la gente.
Guardi i balconi e scommetti che non ci sia mai stato nessuno.
Immagino i vecchi chiusi dentro, segregati nell’oscurità dal primo pomeriggio. Per sempre.

Un paese, quando cresci, è un necrologio con la tua faccia.
Non c’è tempo di far la spesa in macelleria, di ordinare il pane al forno, si ricorderanno di te seduti in cerchio le sere d’estate, coi camici sporchi di terra, i bastoni appoggiati ai muri, mentre guardano le strade vuote di un borgo di campagna senza futuro.

Un paese. È un fatto passato.

(Credits: immagine fotografica dall’archivio storico di Urbisaglia)

Glock & Spiel

«Padre nostro, lontano dai negri…»
Dal letto in cui non riesce a prender sonno guarda le gocce di luce che si stagliano oblunghe e deformi contro il soffitto buio della sua mesta stanza.

Vanno e vengono. Piccoli fantasmi opalescenti che perdono di vigore e lampeggiano come grasse lucciole moribonde. Fiammelle spettrali di un cimitero muto che gli fanno silenziosa compagnia in mezzo ai suoi pensieri malati.
Dalla tapparella non del tutto abbassata filtra la luce verdastra e intermittente di un lampione mezzo fulminato. Del resto, in Italia va tutto male, lui lo sa, non lo ripareranno mai.

È da un po’ che non prega; qui, nella tradizione marchigiana, Dio si nomina solo accanto agli animali della fattoria, o, al massimo, accostandolo ai cani.
E comunque l’aveva detto, l’aveva sempre detto. Che non si stupiscano poi, domani, quando avrà mantenuto fede alle proprie promesse. Che un ragazzo di provincia ha degli ideali, un ragazzo di provincia a cui è stato precluso il futuro si batte perché tutto ritorni com’era una volta, quando la tradizione e la patria erano ancora dei valori, quando ognuno se ne stava a casa sua (salvo che noi eravamo a casa loro) e i treni erano puntuali, e i ragazzi militari.
Adesso Luca sogna con gli occhi sbarrati e fissi su quelle anomalie sul soffitto. Vede esattamente quello che sarà l’alba di domani. Il futuro che si realizza per mano sua. Come aveva a lungo progettato, come aveva professato e non era stato creduto: zero preferenze alle elezioni comunali. Eppure a Corridonia, soprannominata “Pakistonia” per l’ingente presenza di extracomunitari, con un’idea come la sua avrebbero vinto tutti: lui e loro, lui e i cittadini, insieme, uniti contro la minaccia che viene dal Medio Oriente. Se solo l’avessero preso sul serio, quelli di Corridonia…avrebbero festeggiato nella piazza del paese, quel quadrilatero racchiuso in volumetrie fasciste, facciate piatte e archi a tutto sesto, rigidi colonnati con finestre sbarrate e, al centro, il corpo in bronzo di Filippo Corridoni, posa plastica e fucile in mano alzato verso il cielo.
E adesso vede tutto questo per davvero. Teso come un culturista durante una gara, ogni muscolo impegnato in quella caccia ai neri, una fatica delle membra che lo sfianca, Luca, addormentatosi, sogna.
«Lo stadio REM è caratterizzato da un elettroencefalogramma a bassa tensione con frequenze miste a scariche di onde con morfologia a “dente di sega”. In questa fase compaiono le onde PGO e theta ed è caratteristica per la paralisi dei muscoli (per evitare di mimare i sogni). Il cervello consuma ossigeno e glucosio come se il soggetto fosse sveglio e stesse svolgendo un’attività intellettuale. La frequenza cardiaca si intensifica con la possibile comparsa di extrasistoli, e aumenta la frequenza respiratoria che si fa più irregolare; inoltre è in parte compromessa la termoregolazione. Si possono verificare erezione del pene nell’uomo e modificazioni genitali nella donna.» ⁽¹⁾
L’eccitazione, come se fosse la vigilia di Natale.

Le campane segnano l’alba del nuovo giorno.
Luca Traini si alza dal letto in cui ha passato la sua ultima notte da uomo qualunque.
Si lava la faccia, si veste tutto di nero.
Afferra la bandiera che aveva appeso alla finestra durante gli ultimi deludenti Mondiali.
Prende la Glock 42 calibro 9 ed esce di casa.

«Nel recente passato di Glock, il concetto di pistola tascabile per porto occulto è stato interpretato sotto forma di subcompactintendendo con tale termine una classe di pistole semiautomatiche bifilari ottenute con “tagli” drastici all’impugnatura e alla canna delle full sizeQuesto espediente ha dato risultati molto buoni e non si può certo dire che la Glock non abbia risolto tanti problemi a chi desiderava un’arma per il porto compatta e pressoché invisibile, ma anche dotata di una potenza di fuoco ancora rispettabile. Sta di fatto, però, che vi sono momenti e occasioni (specialmente d’estate, quando gli abiti sono pochi e striminziti) in cui le pur ottime subcompact risultano ancora troppo ingombranti. Dalle Glock più grandi è stata anche presa la principale dote della 42, cioè l’impugnatura: l’angolo indovinato consente un puntamento istintivo e naturale, l’elsa pronunciata e ben scavata garantisce un asse di canna bassissimo rispetto alla mano, a vantaggio del contenimento del rilevamento e della rapidità di ripetizione del colpo.» ⁽²⁾
Armi e Tiro” è in edicola. Giugno 2014.
Febbraio 2015, uno scontrino di 612 €. La sua prima pistola e un pacco da cinquanta munizioni.
Febbraio 2018. Finalmente.

Fa freddo a febbraio, ma un’Alfa 147 nera gira per le strade con un finestrino mezzo aperto dal lato passeggero. Dove non siede nessuno.
Corso Cairoli. In fondo c’è la rotatoria con la scultura di Umberto Peschi. Quante volte abbiamo preso in giro quella palla di ferro? Una sfera davanti allo Sferisterio. Boh. Fa ridere. Non eravamo abituati trent’anni fa all’arte concettuale. Adesso ci abbiamo fatto il callo, e comunque hanno realizzato sulle rotatorie monumenti assai più brutti: in Via Roma, ad esempio, davanti alla caserma della Guardia di Finanza, c’è un enorme coso di metallo che somiglia tale e quale a un gigante freno a disco. Pare un improbabile cerchio in lega montato su una Mercedes modificata stile narcos messicano degli anni Novanta: una ruota argentata da cui sbuca come sfondando un muro, una statua di donna nuda dorata; è la polena di una nave vichinga, è il monumento dei massoni di Macerata. L’hanno pagata loro quella schifezza. Bah.
E a Civitanova? Paciotti e Lory Blu? Non hanno forse piazzato i loro obbrobri pubblicitari in cima a tutte le rotonde di questo tratto di Adriatico? Salvo poi andare a delocalizzare le loro imprese in Romania. Il lavoro agli stranieri, e agli italiani restano inutili monumenti. Che presa per il culo, diocane!

«Padre nostro, lontano dai negri, sia salvaguardato il mio onore, venga il tuo regno, sia salva la mia comunità…togli il nero dalla faccia della terra…»
Prega sottovoce, guida e prega, guarda avanti e poi di lato, freme, nel traffico della mattina.
Mira, guida e prega.
Passano i passanti con le loro facce nere e bianche e alcuni sono bambini, anziani e giovani donne.
«…dacci oggi una Glock calibro 9 e rimetti a noi munizioni come noi le rimettiamo a bruciapelo a tutti i peccatori…»
Trema e suda Traini, e gli pulsa la vena sulla fronte; il gancio del lupo tatuato al lato del cranio glabro prende vita e si agita e tutto dentro è come una ola dello stadio «Dai! Daiiiiii!» gli urlano i suoi demoni «Padre nostro, lontano dai negri…» Corso Cairoli è pieno di extracomunitari, africani lungo i marciapiedi, è facile,  «…e non mi indurre in errore, io libero dal male…» allunga il braccio dentro l’abitacolo, sussurra a denti stretti, come se avesse detto “Bang!” e con le dita a formare una L, così come faceva nei giochi di bambino con la sua mano grassoccia e vuota chiusa su se stessa, prende la mira sui pedoni neri e «AMEN!», li immagina cadere in terra.
Amen. E giù, un altro, e un altro ancora.
Tutti per terra questi stronzi negri di merda.
Un gioco. “Ein kinderspiel”. Un gioco da ragazzi.

È mezzogiorno, suonano le campane della chiesa. Gli occhi illanguiditi dal delirio gli si riducono immediatamente. Suonano le campane della chiesa. Peccato solo che non suonino a morto.
Procede verso la rotatoria alla fine della strada, lì ci sono sempre un paio di pattuglie della municipale. La pistola è fredda ed è poggiata sul sedile.
Nessuno si è accorto di nulla.
Non è facile sparare alla gente.
«Oggi non ce l’ho fatta. È stato solo un giro di prova».
Domani…forse…domani forse andrà meglio.

– Io lo capisco! – mi disse una volta quell’uomo che pensavo fosse il Demonio – Io lo capisco se un giorno, in questa tranquilla provincia marchigiana, un agricoltore un mattino si alza, prende un fucile, esce di casa e…-.

 

 

 

⁽¹⁾ https://it.wikipedia.org/wiki/Sonno#Veglia
⁽²⁾ http://www.armietiro.it/glock-42-calibro-9-corto-armi-5839