Macerata non può essere

Tanta acqua.

Il barbone magrebino mi ospita presso il suo cartone.

Prendo un tram qualsiasi pur di non prendere la pioggia; il 19 non passava all’andata. E neanche al ritorno.

Polpacci gelati, jeans bagnati.

È una serataccia ma il freddo sta solo fuori. Dentro, la vita ribolle. Non basta neanche Cioran a spegnermi.

Non come a Macerata.

Una folla di stranieri maleodoranti di aglio e sudore. Stipati tutti assieme in un tram. Oggi un nero ha tentato di abbracciarmi in mezzo alla strada.

Mi asciugo, a casa. Mi faccio una tazza di latte bollente. Accendo Radio 3. Di notte passano sempre quei componimenti astratti coi fiati che sembrano suonare uno spartito sbagliato.

Mi sembra Macerata. Il Lauro Rossi. La rassegna Nuova Musica quand’è aprile.

E invece no. Non può essere. Perché il freddo é solo fuori.

Non basta la pioggia.

Non basta il sax tremendo.

Non basta Cioran.

Macerata non può essere.

(Credits: grafica locandina trentennale Rassegna Musica Nuova, Lauro Rossi, Macerata)

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Limbo

Quando penso a qualcuno che non c’è più mi viene in mente la figura di una persona alla quale hanno impedito di parlare.
Come se non gli fosse stato realmente impedito di vivere, ma solo di parlare.
Come se potesse ancora deambulare, ma senza dire.
Come se vivesse, a occhi chiusi.
Come se gli fosse stato ordinato di dormire.
A volte mi capita di vedere Hub e di immaginare soltanto la sua voce, con quello strano accento olandese e l’intelligenza discreta di un brav’uomo.

A volte mi capita di vedere Hub ma so che sta dentro una bara. Prima però lo hanno tirato fuori dalle lamiere e sono convinta che non sia più lo stesso.
Ma quando io lo vedo, ha gli occhiali ancora intatti. I vetri non sono infranti, nemmeno il domani. Non è fuoriuscito quello che aveva dentro la pancia e la camicia è la stessa, macchiata, di qualche giovedì fa.

Quando penso che un giorno, (forse domani) anche io come Hub sarò impossibilitata a parlare, a sentire il gusto pungente dell’aceto, o quello asprigno delle fragole non del tutto mature, mi faccio impressione.
Mi fa impressione tutto ciò che ha un senso, adesso. Tutto ciò che ha un suono, un sapore, una consistenza sensibile.
(Poi, di colpo, non lo avrà).
Sarò obbligata in un limbo senza parole. Potrò solo deambulare. Lentamente. Non dirò una parola, nessuno mi sentirà e non capirò del tutto quello che succede. Avrò la stessa espressione contrita di Hub che da sotto i suoi occhiali tenta di guardarsi il corpo e di capire “Perché non parli?” e di conoscere questa nuova incorporea lentezza.

Chi muore non è più ma aleggia più vivo dei vivi nei fantasmi delle coscienze altrui.
Non un angolo di strada da vedere, non un sentimento.
Limbo.

Urina

Accarezza la gamba bagnata di urina.
La tocca appena, con occhi socchiusi, per sentire qualche goccia che scende ancora.

***

Solo un paio di volte. Una studentessa. Due volte, sempre con lei
Ok

***

Se aspetti posso farlo ancora. Bevo un altro po’

***

Mi racconti qualcosa?
Sono di Latina. Faccio avanti e indietro
Io vivo qui da poco

***

Mi piace guardarti” le dice.
Si alza il vestito ancora un po’.

***

Avevo una ragazza con la quale facevamo alcuni esperimenti. Adesso è più una cosa così…ogni tanto…ho qualche fantasia
Capisco

***

Dimmi come vuoi che lo faccia

***

A casa da me non è possibile
Lo facciamo in strada?
No. Vieni a quest’indirizzo

***

Eccola. Arriva…
Un getto fuori controllo gli arriva in faccia. A volte alcune cose non seguono le leggi di gravità in modo così ferreo.
Oddio, scusami. Scusami tanto, scusami
Con le mani gli asciuga la faccia, gli toglie il piscio dalle labbra. Somigliano a delle carezze. Le due mani intorno al viso, come a tenerlo calmo.
Avrebbe voluto baciarlo.

***

Permesso?
C’è odore di pareti appena imbiancate.
Non c’è niente, solo il bagno. È sfitta. Sono un agente immobiliare. Se se ne accorgono mi cacciano

***

L’hai mai fatto?
Ho fatto tante cose

***

21.38: “Dimmi quando sei arrivata al 13 che ti apro
21.59: “Sono di sotto
21.59: “Ok, ora ti apro il portone
21.59: “Ok. Che piano?
22.00: “Quarto piano. Entrata?

***

Non ti preoccupare. Puoi sorseggiarlo a bordo vasca come se fosse un Martini. Hai tutto il tempo che vuoi
Sorride.
Il thermos è sul pavimento.

***

Niente di ché. Tu me la fai addosso, e io sto lì. Magari mi vorrei masturbare un po’, tutto qui
Ok. Mi tolgo le scarpe

***

Oddio, di nuovo…scusa…
Non importa. Va bene così
Chiude gli occhi e la bocca per non sentire il sapore del piscio. Forse però il cazzo diventa più duro. Una cosa nuova. L’asticella che si alza.

***

Tranquilla, non occorre che ti devasti. Se hai finito, basta
No, è che ho le mani piccole. Le mie dita non arrivano…altrimenti io potrei…potrei ancora
Un rumore d’acqua.

***

Le piace giocare col piede in quella pozza diventata ormai fredda.

***

Non mi sento un sottomesso. Mi piace proprio la cosa in sé. Il calore che scende

***

Ha la faccia assorta. Si tocca piano il cazzo piccolo. Forse non riesce a venire. Avrebbe voluto un po’ di pioggia in più.

***

Mi piacerebbe pisciarti sui vestiti e farti andare in giro così

***

In faccia non l’ho mai fatto ancora. Proviamo per adesso solo addosso

***

Devo bere molto the caldo. Prima di uscire di casa purtroppo non sono riuscita a trattenermi e l’ho fatta. Ora mi devo riempire di nuovo. Puoi aspettare un po’? Intanto parliamo

***

Qualcuno risponde all’annuncio?
In tante in realtà. Ho aperto una mail a caso. E sei uscita tu

***

Dice che sta per venire, e che ora può spostarsi.
Non si sposta.
Le ha poggiato una mano sul ginocchio, la testa reclinata sul suo stesso braccio. Le aveva accarezzato piano il polpaccio fradicio.
Dice che sta per venire.
Non è prudente stringergli la mano. Eppure.
Che senta che lei c’è. Con le dita gli preme nell’incavo del palmo.
C’è una pietà di andata e ritorno da una faccia all’altra.
Sembra quasi tenerezza.

***

Questi puoi gettarli di sotto nei cassonetti

***

A San Claudio

Te lo sarìsti mai creso?
Cinquant’anni fa.
A San Claudio de Curidonia.
Che avrìsti consegnato la merce a lu stranieru.
Te lo sarìsti mai creso che li cinesi putìa rraprì li ristorandi su stu postu, jo pe ssé cambagne? Qua non ce conosce gnisciù.

Ti alzi alle cinque da una vita per consegnare l’acqua in bottiglia. Dalle sei alle otto e trenta hai già finito le tue consegne col furgone dal rimorchio aperto, le casse a vista, bollicine scoppiettanti, il vetro tintinna.
Lo avresti mai creduto che oggi, tu entri col carrello e molte casse d’acqua, in un ristorante cinese all’ora di pranzo?
Consegni l’acqua al forestiero. La fattura compilata. Ti dà i suoi vuoti a rendere.
Lo avresti mai creduto che chi ti accoglie è una donna che si fa chiamare “Maria“, ma il suo salone è una pagoda, draghi alle colonne, un acquario grande un’intera parete.
Si fa chiamare Maria solo per somigliare meglio alla moglie tua: un nome facile che tu sia in grado di ricordare, che ti sia possibile capire.
Maria.
Una Madonna coi capelli neri e gli occhi piccoli, gonfi, come mandorle spellate. Una Madonna che non sorride mai, come quelle del medioevo.
Ti accoglie un’assurda donna d’Oriente vestita alla tirolese: ha un’età indefinibile e questa pezza verde e nera con finiture porpora che le arriva fino alle caviglie tozze mi ricorda i vestiti venduti a Porta Portese la domenica mattina.
La Cina. San Claudio. Il Trentino. Roma.
Un lungo grembiule da sala sovrapposto a questo improbabile vestito, che forse è molto tipico in qualche landa desolata della sterminata terra dove lei è cresciuta, forse è tipico della campagna asiatica che noi misconosciamo. Desolata. Come questa zona marchigiana a San Claudio di Corridonia, questo posto mite, Aquisgrana Picena, qualcuno lo giura, Carlo Magno è sepolto qui.

Te lo sarìsti mai creso che Aquisgrana stava qui?
Anni e anni a portà l’acqua pe le case de cambagna, a pistà sta terra dò ce passò l’esercitu de Carlo Magno. Anni e anni a arà li cambi.
Te lo sarìsti mai creso che li cinesi se pijava tutto?
Te lo sarìsti mai creso de jì a fadigà pe lu stranieru?

(Credits: “The nothen girl“, 1987 – Yang Feiyun)

I <3 ANIMALS

I ❤ ANIMALS dal 7 al 18 Aprile

~20 illustrazioni sul tema degli animali realizzate coi pennarelli in formato A4.~

Gummy Bears copia

Valentina Formisano è un’artista di grande talento.
Il suo amore per il disegno si manifesta in tutte le sue forme: incisione, matita, penna e pennarelli. Padroneggia in maniera unica ed efficace ognuna di queste tecniche.

I soggetti di questa mostra sono gli animali.
Valentina li racconta nella loro naturale maestosità e al contempo fragilità, usando gli occhi di un essere umano che cerca sempre e comunque di umanizzare tutti gli altri esseri viventi.
Così tra il serio e il faceto Valentina si ritrova nel suo mondo a giocare con un coccodrillo, o a mangiarselo? a mettere i pigiami ad animali selvaggi, a immedesimarsi in loro, a ridicolizzare l’essere umano che vuole a tutti i costi domare e ammaestrare tutto, a rendere possibile ciò che forse è impossibile. Il dubbio resta. Vuol ridicolizzare gli esseri umani o gli animali? Li ama fino al punto di voler essere loro? Li ama fino al punto di divorarli? Di voler divorare chi divorerebbe lei? Forse non c’è proprio nulla da dimostrare. E forse tutte queste domande non servono a niente e non tocca a noi dare delle risposte.
Ciò che è molto chiaro è che a Valentina viene davvero molto naturale disegnare.
Da COLAPESCE vi presentiamo un pezzo del suo mondo fatto con i pennarelli.

I ❤ ANIMALS @Colapesce

BIO
Valentina Formisano nasce in provincia di Napoli nel 1987.
Nel 2011 Vince il Premio Nazionale delle Arti di Brera per la sezione di Grafica e l’anno successivo é borsista presso la Fundaciòn CIEC (La Coruña, Spagna). Nel 2013 vince la Biennale dei Giovani Artisti Marchigiani per la Grafica e il Premio speciale Arnoldo Ciarrocchi. Si laurea con lode e menzione per la pubblicazione della tesi in Grafica d’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata nel 2013; Nel 2017 si trasferisce a Firenze per frequentare la scuola di specializzazione di incisione Fondazione Il Bisonte grazie al conseguimento di una borsa di studio.
Attualmente è tornata a Macerata dove vive, dipinge e scrive.

Forse è il preludio alla morte

Forse è il preludio alla morte.
Questo svegliarsi presto la mattina, ingoiare solo medicine, andare in paese dal dottore, poi in farmacia.
Andare in paese ed entrare in banca, non trovare nessuna fila. Una filiale minuscola, dove da alcuni stretti spiragli di vetrata si vedono le pietre del paese, una casa, la piazza.
Si vede un piccolo paese chiaro, illuminato dalla primavera fredda tipica del centro Italia.
Questo commuoversi per la piazza, le panchine, il bar, la tabaccheria…
Forse è il preludio alla morte. Andare al supermercato con la mamma, non comprare quasi nulla e aver già finito le commissioni tanto presto alla mattina.
O forse è solo la vecchiaia. Forse è la disperazione, è qualcosa che sopraggiunge quando ogni sogno di grandezza fallisce. Questo inaspettato attaccamento alla tanto odiata campagna, alla solitudine, ai numeri piccoli, ai pochi abitanti a spasso su questo selciato.
È l’aggrapparsi alle cose conosciute, alle facce dei ragazzi che crescono, che ricordi dalla scuola, e che ora sono farmacisti, professori, proprietari di attività. Che lavorano duro e ti servono l’orzo al bar sotto le logge o 600 grammi di ravioli freschi fatti a mano.
Forse ci potrei invecchiare in questo paese.
Forse siamo tutti già vecchi e questo è solo il preludio alla morte ma dalle finestre di casa mia vedo gli alberi e una strada deserta, uno sconosciuto porta a spasso un cane e una betoniera in pausa, con un’aiuola piena di fiori selvatici e mi sento bene così.

(Credits: Picture by Bernard Plossu, from the International Center of Photography, Mexico)

San Benedetto

Più a sud dove si va?
Se continuo a guidare in questa direzione, quando arriverò in Abruzzo?
Lì ci sono i lupi, lo so.
Se continuo verso il mare, accade che quello poi mi attira e ci cado dentro. Chi spiegherà a mio padre, poi, come sono arrivata qui?
Non lo so come ci sono arrivata qui.
Si sente solo il rumore delle onde, o no, forse è il treno: sfila coi suoi vagoni merci. Lo sento con l’orecchio sinistro, viaggiamo in direzioni opposte, domenica sera, nemmeno una puttana per strada. Nemmeno una donna.

Pensavo fosse il mare, e invece è solo il treno. Non c’è il mare in questa località di mare. C’è solo la mia tristezza umana, non più grave di tante altre, quasi greve come un contrabbasso, non meno micidiale. Ah. Ahia.
Ho paura di accostare e di scendere, di avvicinare il mare. Ho paura di quello che mi potrà fare: come infreddolire, ammalare, perdere, sparire.
Il mare di notte, quando non vedi niente e non sai nuotare, può farti anche sparire.

Ho guidato per più di 40km, la statale Adriatica è piena di semafori.
La strada è quasi deserta, mi ricordo questa casa qui: un appartamento vuoto, Anna è morta da due anni, c’è ancora il suo nome e il cognome da sposata sul citofono. Mi fa salire. Non c’è nemmeno più il letto. Vengo a gettare su questo parquet deserto il mio cuore in affitto.
Venni al mare. A portarti il mio cuore in affitto in cambio di nessun piacere.
(Credevo che “amare” fosse dare comunque tutto. Sempre, tutto).

Vado più avanti. I lupi. I lupi dell’aria mi mordono le mani e le braccia, mi mordono i ginocchi, malattia del sangue, malattia nel vento. I dolori come lupi, mi consumano i muscoli e le articolazioni. Quanta carne e cartilagine ancora mi rimane per queste belve da barometro? Mi finiranno, prima o poi?

Non c’è una sola casa viva. E la finestra davanti alla scritta lampeggiante “TA_ _OO” (due T si sono fulminante anni fa) è chiusa come al solito. Amedeo quando la vede è sempre molto contento: immagina che in quella casa, giorno e notte, non si possa riposare per via di quel lampeggiante rosso praticamente dentro la stanza. Oppure, dice, le persone anziane che ci vivono si saranno abituate. È sicuro, dormono. Dormono con il neon per compagnia. Dormono.
Amedeo è un sadico.

Io non ho il coraggio di tornare indietro, ma la paura di andare avanti consiste nel fatto che so che non mi fermerei. Non mi fermerei. Mi ritroverei a Santa Maria di Leuca entro martedì mattina. Non mi fermerei.

Com’è solo l’Adriatico, e come cambia faccia appena spuntano alcune palme. San Benedetto. Clementi. Mi sento sola. San Benedetto. Aiutami. Emidio. Aiutami a trovare le parole. San Benedetto. A trovare il silenzio perpetuo.

Controllo il prezzo del carburante dall’entroterra fino al mare. 1.399 centesimi di Euro è il prezzo migliore che vi posso fare.

Ciò che piango sull’asfalto è la condanna a questa vita parziale.
Non mi porta da nessuna parte.
La strada.
Non mi porta mai da nessuna parte.