Il ventre dell’architetto

C’è un signore con la pancia grossa. Facciamo che è un architetto.
Se ne sta in disparte, in silenzio. Nel buio dietro una tendina di velluto appena scostata all’ingresso dell’anticamera della stanza numero due.
Seduto.
Un signore con la pancia grossa e gli occhiali tondi, con la montatura nera, moderni, come quelli che indossano gli archistar, certi modelli e le ragazze belle su Instagram.
La pancia e gli occhiali sono le uniche due cose che lo compongono. Se lo incontraste senza le lenti, non sapreste dire che si tratti davvero di lui.
In piedi.
È molto alto.
C’è questo signore elegante con la pancia e gli occhiali tondi, seduto o in piedi, in disparte, nell’ombra dietro una tendina di velluto nell’anticamera della stanza numero due, o da qualche altra parte, dove non arrivano le luci dei laser.

Ci sono altre persone. Più rumorose o discrete, comunque disinvolte, bevono qualcosa al bar e non si occupano di lui.
Lui si occupa di tutti, con lo sguardo vigile da dietro gli occhiali. Movimenti veloci delle pupille, brevi torsioni del capo quando sa che nessuno lo sta guardando. Cerca di capire se gli altri si sono accorti di lui, o se può, seduto al suo posto preferito, sulla poltroncina bassa nascosta dalla tendina di velluto semiaperta nell’anticamera della stanza numero due, tirarsi fuori il cazzo dai pantaloni e toccarselo un po’.
Si tratta di un signore per bene.

C’è una ragazza per bene. Perlomeno da com’é vestita si direbbe così.
Un tubino di raso nero con il collo alto, un buco al centro del petto. Le scarpe di vernice lucida con un tacco educato e sottile, due gambe piccole e bianche. Uno chignon perfetto sulla testa.
La ragazza per bene è la più giovane della stanza numero uno e numero due.
A queste notti non prendono mai parte persone giovani. È più facile trovare gente di mezza età quando non “di tre quarti”. L’architetto infatti, è uno di quelli. Avrà almeno sessant’anni.

Una sera qualunque in mezzo alla settimana.
Si potevano fare tante cose ma l’uomo-architetto preferiva non fare niente.
Forse era tutto fuori dalla sua portata: mogli troppo vecchie che preferivano il tocco magico di quelli appena appena più giovani, oppure donne poco avvenenti che preferiva lasciare ai propri compagni brizzolati, tarchiati, ben vestiti.
Sulla sua poltroncina bassa usava rimanere in silenzio e infilare una mano nella finestella che dà sulla stanza accanto. Da lì poteva talvolta strizzare un seno.
Poteva accarezzare un culo grasso, alla fine, tutto fa brodo, e se nemmeno si vede bene più di tanto, poco male, conta solo l’idea, la sensazione. La consapevolezza che qualcosa avviene, che sta succedendo, lì a due centimetri dal suo pene eretto.
E in quel giorno in mezzo alla settimana gli capitò di toccare la faccia di quella ragazza con lo chignon che aveva visto in sala.
Lei da un parte, lui da quell’altra. Gli si avvicina.
Un viso minuscolo se paragonato alla mano dell’architetto.
Lo carezzava come fosse un cieco nel tentativo di capire le fattezze di quella fronte e delle guance. Un naso piccolo. Una bocca né bella né brutta, né fine, né carnosa. Una bocca giovane. Una bocca muta che trattiene parole grandi. Si vede.

Lei era di qualcuno. E quel qualcuno voleva che si prendesse cura del ventre dell’architetto.

Si alzò il vestito, allargò le gambe e scese fino ad arrivare a guardare l’architetto negli occhi-occhiali.
Ci volle poco. I vecchi, si sa, fanno subito.
Lei si staccò e poi restò in piedi con le gambe aperte. Prese la testa dell’uomo. Se la poggiò nel buco del vestito. Contro il petto. Egli potè sentire che c’era un cuore che batte.

Un cuore che batte. Il cuore dell’architetto. Che batte contro la punta dello stomaco, e brucia dentro, seduto, piegato sulla poltroncina bassa della stanza numero due. Seduto, piegato in due dalla fatica e dall’ardore, dall’emozione di un corpo giovane che a bocca chiusa non trattiene nessuna parola di disgusto, ma solo trattiene lui contro la sua pelle bianca fatta di latte e lentiggini. Il suo corpo così perfetto al cospetto di quei mostri della notte. Il suo corpo così onesto e indifeso, puro, sporcato e santo. Il suo corpo offerto in sacrificio per loro.
Resta lì. Col capo reclinato contro quell’essere piccolo. Resta lì. E respira affannato. Come un figlio nato adesso.

Si richiude i pantaloni.

Lei quattro mesi dopo è sull’altalena in mezzo alla sala.
E’ spogliata. Qualcosa di blu che ha addosso, come due merletti intono alle anche e qualche fiocco alla gola si illuminano quando li colpiscono i laser. Viola, azzurri.
L’altalena è uno strumento di piacere sospeso al soffitto con dei ganci d’acciaio. Ma la ragazza ci dondola seduta, come se avesse sette anni. Guarda verso un punto vuoto.
Lui entra, scansa le tende di velluto della stanza numero uno. Lei lo riconosce. Ha la pancia grossa e gli occhiali tondi, con la montatura nera, moderni, come quelli che indossano gli archistar, certi modelli e le ragazze belle su Instagram. Avanza verso di lei che piano smette di dondolare. C’è il suo compagno lì vicino. L’architetto attende che nessuno li veda.
Le dà un bacio sulla fronte.
Lei non dice niente. Tiene la bocca chiusa e il petto bianco aperto.
E poi niente. Mai più.

Frame from “Hot dreams” by Timber Timbre

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Dalle terre di Onan

Com’è facile.

Il cazzo è proprio lì davanti.

La prospettiva notturna di un corpo disteso, il membro che sale.

Com’è facile prenderselo in mano, tenerlo stretto.

Tenerselo stretto come a soffocarlo. Stretto alla base cosicché la cappella prenda a somigliare a un omino il quale, privo di fiato e con gli occhi fuori dalle orbite per lo sforzo, lacrimi e coli muco dal naso.

Bagnato e rosso in viso. Le vene rigonfie nelle tempie. Blu.

Com’è facile mettere entrambe le mani intorno al lungo collo di quell’uomo immaginario.

Un uomo dapprima morto che lentamente acquista vigore: mollata improvvisamente la presa, s’accascia lungo la pancia. Quella riga più scura, esatta esatta, fino all’ombelico.

È facile, perché sta lì. Quella cosa morta che prova piacere appena la si sfiora, è proprio lì. A portata di mano.

Che ci vuole, allora, che una mano si trovi da quelle parti. Che si appoggi solo, su di quella carne. O entrambe le mani. Come una conchiglia che copre.

Che ci vuole a scoprire che strofinandolo un po’, ti cambia il carattere.

A scoprire che possono succedere cose enormi.

Il corpo è vivo ed è a portata di mano.

L’uomo che lo capisce è libero.

Il corpo è vivo e domanda attenzione.

L’uomo che lo capisce è colpevole.

Come essere immersi in una roggia e non aprir bocca per placare la sete.

Questo è il delitto di un corpo autosufficiente che non cerca il proprio compimento. O che lo intravede solo negli altri.

Un altro non serve: solo la precisa coscienza di una mano che sale e scende. Ritmo.

Già da subito lo scoprono i bambini, ma io non lo ricordo. Per le femmine il tempo è più tardo, non c’è nulla che sporga tra le gambe e l’idea del piacere nasce solo a cavallo di qualcuno. Ma adesso che sono grande e mi guardo seminuda, d’estate, languire sul letto, benché debba immaginarmi da un’altra prospettiva per scoprire che ho “la fica”, apprendo come per un’illuminazione violenta e terrificante che posso, che IO POSSO procurare ai miei nervi ogni sorta di contrazione. Scoprire i diversi metodi, che a non adoperarsi come spontaneo verrebbe, a non percorrere quei solchi già tracciati, il corpo diventa un animale in metamorfosi e si apre e si chiude, e sanguina, oppure si asciuga. E i muscoli miei addominali sono le gru che tendono i nervi all’orgasmo. Posso venire toccandomi la pancia, premendo su direttrici contrarie due precisi punti in mezzo alle cosce: io posso fare di me e con me un miracolo e può avvenire sempre, continuamente, perché il mio corpo è onnipresente. Non somiglia esso a Dio, il grande assente per eccellenza, che rimanda all’infinito la sua venuta, che procrastina il miracolo a tempo anteriore infinito. Ecco perché la terra di Onan è terra peccaminosa. Perché Dio non vi è invitato e tutti là fanno a meno di lui.

Infinito.

La possibilità di un piacere infinito e ripetuto.

Ma c’è qualcosa che non va.

Dio infatti ma punisce.

C’è un rigetto, dopo tutto. Un rifiuto categorico di ripetere quanto appena fatto: tutto è vano, tutto è nullo. Tutto ripetibile. Ma non più necessario.

Il corpo vorrebbe essere abbandonato.

Un cazzo non è nulla più. E la fica si chiude, una mano la copre.

Ammoniaca

Quando sono andata via dall’albergo al primo piano in cui vivi, in strada, da sotto la finestra ti ho sentito pisciare.

Me ne andavo ed era senza saperlo l’ultima volta che sarei stata con te.

Il rumore dell’acqua che cade nell’acqua, esattamente come la prima volta che sono stata con te: entravo nel bagno e tu eri in piedi, faccia al muro che pisciavi con una mano appoggiata alla parete e l’altra a massaggiare il cazzo affinché l’urina non smettesse di uscire.

Volevi forse scandalizzarmi e invece io ti ho guardato l’uccello per tutto il tempo fino a quando l’ultima goccia dell’intera bottiglia di bianco che hai bevuto a cena non fosse passata dalla tua cappella.

Credo che un po’ ti abbia inibito e il piscio non voleva scorrere più.

Vidi che lo avevi fino, tale e quale a come sei tu: un po’ curvo e quasi sofferente. Pensai che non l’avrei amato, perché io necessito di dolori forti. E invece quando stava di fronte a me e non puntato nella tazza del cesso, acquistava un vigore nuovo e ti diventava fisicamente superiore. Come un organo che non ti appartiene, un organo che avevi voglia di farmi vedere e per questo sei entrato in bagno lasciando la porta aperta.

Me lo volevi mostrare. Volevi che capissi che nonostante tu non mi avessi guardato negli occhi per tutta la serata, stavi morendo dalla voglia di toccarmi. E di farlo da zero a cento: toglierti per la prima volta gli occhiali da sole, mostrarmi come una rivelazione il tuo volto, e poi bucarmi la carne. Punto.

La prima cosa che mi hai chiesto era di mettermelo nel culo. Ma quella sera, è vero, non me lo mettesti proprio da nessuna parte.

Che io non ti conosco e mi devo proteggere. Tu non mi conosci, non sai chi sono. E pensavo che bastasse proteggere le mucose con una membrana di lattice unto per potersi salvare. E invece.

Invece non ho pensato che avrei dovuto proteggermi il cuore da uno scricciolo d’uomo senza artigli.

Una presenza del tutto innocua che avrei preso e lasciato così, senza traccia, come si indossa un cappotto e poi lo si abbandona sullo schienale di una sedia al ristorante dimenticando che fuori nevica, sentendo caldo, e non tornando mai più indietro per reclamarlo.

L’inverno mi è entrato tutto dentro. Senza preavviso. Così come avresti voluto fare tu nella mia fica.

Chissà com’è che è sparita la nostra estate. Ti ho portato al mare. Chissà com’è potuto accadere di perdersi come due cappotti lasciati in ristoranti diversi.

E tu ora senti freddo come me. E tu ora non sai che fare, con la tua camicia aperta, sbottonata fino a un punto proprio improbabile. Hai gli occhi piccoli piccoli e non mangi mai, fumi molte sigarette, bevi.

E io che non fumo, e nemmeno bevo? Cosa mi alzerà la temperatura in corpo, adesso che tu parti e l’inverno non attende novembre?

Cosa diventiamo, io e te, adesso? Adesso che te ne vai e che io resto.

Corpi di bionde e corpi chetonici.

Le donne di Firenze che entreranno in bagno insieme a te.

Frame da “Cremaster 5“, (1997) di Matthew Barney

Padre eterno

Attuale.

Come questi bicchieri del servizio quasi buono che abbiamo nella credenza del soggiorno. Quella che col terremoto si è aperta e ha vomitato a terra le brocche e i piatti.

Intravedo.

Al buio.

Il tuo profilo.

Padre.

La luce è spenta, gli avanzi sulla tavola, sei a petto nudo e bevi l’ultimo sorso d’acqua prima della notte.

Mi intravedi.

Ho una canottiera bianca addosso. Mamma non vorrebbe che restassi in mutande ma fa troppo caldo. Accettiamo con meno resistenza le reciproche scostumatezze.

Esistiamo qui, ora. Ne sono certa. Nulla è più concreto di questo momento e del profilo dei bicchieri.

Sono di spalle, ti sento.

La finestra aperta, una famiglia.

Quando un domani tu non esisterai più sulla terra, e accadrà, questo momento fatto di buio e bicchieri e silenzio sarà un buco nella percezione: di 31 anni in questa vita, eccola, l’unica volta in cui qualcosa esiste con la densità di un buco nero.

Esiste, questo momento, come mai nulla è esistito.

E se un giorno tu morissi, se non potessi più vederti camminare in casa, giuro che non me ne accorgerei. Questa notte ha tutto il senso compiuto del mondo, più di quanto un’assenza definitiva e straziante potrebbe mai possedere.

La fame

Sto preparando una frittata di cipolle e zucchine perché mio padre possa portarsi qualcosa da mangiare domani a lavoro.

La percezione del soffritto nell’aria come fosse qualcosa di realmente sostanzioso, mi fa sbavare; l’uovo si cuoce a fiamma spenta grazie al coperchio, così la frittata non bisogna girarla. Così resta bella, a forma di luna piena e senza crateri. Si gonfia. Come quando agli uomini sale l’eccitazione e gli viene una montagnetta sotto il tessuto morbido dei pantaloni di tuta.

Potrei mangiare. L’odore mi fa venire fame. Ma ingoiare non servirà a niente. La fame passerà oggi, ma non domani.

La fame non passerà mai. Come le ore di lavoro. “Carlo! Sono finalmente le sette! Tra un’ora è finita!”
“Non finirà mai niente. Domani saranno di nuovo le sette e infinitamente, mancherà un’ora. Per sempre mancherà un’ora. Domani, dopodomani e ancora”.

Nel frigo ci sono dei cavolfiori bolliti lasciati croccanti. Li ha cucinati papà. Lui è bravo, mica come mamma che rende tutto una poltiglia indistinguibile!
Potrei mangiarli. Ma li ho già mangiati ieri e l’altro ieri, immaginando che sapessero di qualcosa di più buono. E invece sapevano solo di torsoli di pannocchie lasciate nane, sbiadite, coi chicchi bianchi ai quali hanno impedito di crescere per diventare d’oro e duri. Un sapore dolciastro.
C’è una scodellina in frigo, con un po’ di salsa di pomodoro. Potrei farmi la pasta. Spaghetti. Mi piacerebbe.
Ma siamo certi che mi piacerebbe?
Mi piacerebbe molto, o come una qualsiasi altra cosa? Ne posso fare a meno, vero? Non è quello che realmente desidero. Vero?

Ma desidero qualcosa?
E si tratta di cibo?

Potrei bere del the e mangiare fette biscottate con una goccia di quella roba buona che ho trovato in frigo: una pasta di mandorle e cacao, poca poca, non so di chi sia, non gliela voglio consumare.
Potrei mangiare questa cosa eccezionale, come ieri, ascoltando Andrea Chimenti, pensando a Immanuel, che oltre ai capelli si è tagliato anche la barba ma che odia tagliarsi le unghie, allora se le mangia, tanto ultimamente suona solo l’ukulele. Dice che tagliarsele gli pare una perdita di tempo bella e buona. Però visto che non mangia mai, neanche durante la pausa pranzo che in azienda lo costringono a fare comunque, io gli ho consigliato di usare quel tempo per tagliarsi le unghie. Ha detto che sono un genio. Come quando gli ho sistemato la piastrina anti zanzare affinché non cadesse dal fornelletto giacché aveva nel muro solo prese in orizzontale.
Dovrebbe ricordarsi sempre di queste cose, ed essermi riconoscente: perlomeno chiamarmi qualche volta, dirmi che mi pensa e che gli dispiace andare via per sempre e non vedermi mai più. Se non altro, per le mie trovate geniali.
E invece lui crede che io sia arrabbiata con lui, quando invece io sono solo affranta.

Sono affamata e affranta, e il dolore mi fa passare la fame.

La fame è l’unica cosa che ho.

Io ho sempre fame.

Ho solo fame.

Lavoro, e per essere meno morta mentre lavoro, penso a quando potrò mangiare. Penso continuamente alla banana che ho nel sacchetto di stoffa, a quanto vorrei invece avere un pacco di biscottini; penso alla banana, al suo sapore dolce e denso, alla sua consistenza pastosa che ti riempie. Penso alle pizzette che profumano Corso Cavour e che vorrei tanto mangiare all’ora di cena mentre uscendo dal lavoro cammino e cammino verso la macchina parcheggiata lontano. Penso al gusto margherita+patate e rosmarino. Mmm.
Penso alla colazione del giorno dopo.
Penso a una cosa che mangio tutti i giorni ma che mi pare un continuo miracolo: la brioche al bar e il caffellatte con lo zucchero.

Non ho più fame. Davvero, non ne ho. Ho solo la deforme convinzione che mangiare mi renda felice, che sia necessario. Ma oggi mi pare che nulla sia utile a togliermi una fame che non ho.

Che non ho.

Il cibo è un surrogato.

Io siedo sempre a tavola. Perché penso di poter mangiare ogni volta.
Siedo a tavola pure ora e mi fa male il collo, e mi si addormentano i glutei. La sedia è scomoda e dura. Ma io siedo sempre a tavola, soprattutto per guardare i film.
Le altre superfici sono fatte per dormire. Solo il corpo di Immanuel, sebbene duro e scomodo come una sedia, è anch’esso fatto per dormire.
Dovrei guardare Twin Peaks, le puntate nuove. Quelle vecchie le ho guardate di sera prima di andare a dormire, quando vivevo nella mia bella e profumata casa a Firenze: mangiavo l’affogato al cioccolato o il gelato al gusto “crema fiorentina all’amaretto” con le pesche tagliate a fettine dentro. Ero seduta a tavola, su una scomoda sedia. Le pesche mi fanno allergia, le mangiavo lo stesso. Twin Peaks mi fa paura, lo guardavo lo stesso. Immanuel mi manca e mi fa male. Ci penso lo stesso.
Ma mangiare è solo un riempitivo di cui non ho bisogno.

Ora lo so.

Potrei digiunare come uno stilista da ora in avanti e lavorare duro, camminare alla mattina e alla sera invece di dormire. Posso fare a meno di tutto.

Posso fare a meno di Cristo.

Della sua Santa Croce.

Del suo accento fiorentino.

Sei suoi occhiali neri.

Del suo cuore che batte più forte quando sta accanto a me.

Così come lui fa a meno di me da tutta la sua vita. E per sempre.

Vado a mangiare. La prima cosa che trovo in frigo e che non mi piace nemmeno.

Pantagruel”s meal“, dal ”Pantagruel” di Francois Rabelais (1494-1553) ; incisione di Paul Jonnard-Pac da disegno di Gustave Doré.

Calende greche

Come un venerdì qualsiasi in un calendario tutto uguale, senza più un solo giorno in rosso.

Aspettando il Santo, la festa comandata, un ponte tra i denti di un sorriso ridicolo che non s’accende.

Nient’altro da festeggiare dopo quel tempo senza tempo in un martedì di inizio luglio.

O, soltanto, ingenue prospettive. Vedevo numeri e possibilità.

Non è forse vero che li vedevi anche tu?

O tu dietro gli occhiali neri celavi muto come un saggio la coscienza di un addio?

Hai fatto bene a non dirmelo: così altre due settimane canoniche sono esistite nella mia vita. Due settimane normali, attendendo che le cose accadessero. Sperando.

Un sabato e una domenica. Poi un altro sabato, un’altra domenica. E ancora. La prossima, forse.

Ora non c’è più un numero buono su questo blocco appeso al muro. Frate Indovino che predici il futuro. Nessuno di quei segni ha più significato, simboli arcani, come le lettere in cirillico, che sembrano somigliare a cose note ma sono altro: una R al contrario che invece suona “ya”, o come l’iniziale del mio nome che anche in arabo si segna con una B. Come numeri di un insieme matematico ancora non studiato, logaritmi, funzioni. La matematica pura, i molteplici tasti sconosciuti di una calcolatrice scientifica.

I numeri cadono dal calendario neri e sottili come le zampe rotte dei ragni rinsecchiti nella tela: sembrano integri ma basta toccarli appena ed essi si disgregano; in terra non resta che qualcosa di simile alla polvere.

E una volta era organico.

E qui non resta che la polvere (e una volta era organico, come i baci che ti ho dato) sulle zero cose che ho fatto insieme a te. A parte camminare insieme. Abbracciati. Per la strada deserta in una o due domeniche d’estate.

A Jesi non ci voglio più accostare. E Firenze è la capitale del rimpianto.

Credits: Illustrazione del “Codex Seraphinianus“, (1976-1978) – Luigi Serafini.

Macerata, 15/07/2018, 14:58

Macerata post atomica in una domenica senza sole non è aperto neanche l’indianino strade deserte auto parcheggiate una cappa di cielo grigio e il Monumento dei caduti dal retrovisore senza più nemmeno l’ombra del mantello tricolore città abbandonata come dopo un’emergenza come quando fuori piove la cenere dell’Orim come se fossero tutti morti mosche cadute al suolo i mattoni dei palazzi hanno un colore più vivo oggi che il sole non ci sbatte contro e sembrano tutti diversi uno dall’altro e sembrano essere vivi finalmente che la gente non lo è più.

Domenica nella controra.

Macerata.

15 luglio 2018.

Mi sento vuota come la città.