Come un chirurgo

Come un chirurgo che ha gli arnesi giocattolo.
Dici che mi sai operare.
Sul tavolo, aperta, ti tremano le mani perché non sai più che fare. Questa roba che ho esposta brilla, rantola, non più del tutto viva. Il torace e il ventre aperti, dalla gola alla cavità dell’utero: tutta una donna intera, non più intera, tutto un essere umano bagnato di te, dell’anima tua così simile alla mia. Ci hai messo le mani dentro fino ai gomiti: vedere queste cose somiglia alla morte.
Sul tavolo aperta, c’è sporco sulle tue mani. Non sai più che fare.
Sul tavolo resto distesa.
Ci sono pezzi che non sai più in che posto stavano. Ti restano in mano come avanzi, eppure credo di non poter vivere senza quelle cose lì, che una volta erano dentro, che abbiamo voluto vedere da vicino.
Resti più immobile di me che non sono più viva. Con gli attrezzi in mano. Il mio cuore in mano. Mi guardi senza espressione.
Era più complesso di quanto pensassimo.
Tienilo in mano. Stritolalo più di una volta al secondo, fallo battere artificialmente. Se me lo ridai, lo lascerò addormentare.

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Io vi odio tutti

Io vi odio tutti.
Italiani e non.
Io odio i napoletani e il fatto di avermi dato i natali. Io vi odio perché credete di essere furbi e invece siete solo un branco di ignoranti disonesti e conformisti.
Io odio i marchigiani e il fatto di avermi adottata tra voi. Io vi odio perché siete mosci, perché mi date a noia e non brillate per niente al mondo.
Io odio i romani e la loro parlata cafona. Io vi odio perché parlo come voi, perché mi scambiano sempre per una di voi.
Io odio i milanesi ben vestiti coi mocassini e le ballerine. Io vi odio perché sembrate tutti impiegatucci statali ligi al dovere e le vostre metropolitane funzionano proprio per questo, dimostrando come le cose non possano mai essere al contempo buone e anche belle.
Io odio i veneti e i loro soldi. Io vi odio perché siete contadini arricchiti e avete la finezza della zappa nonostante giriate nei SUV anzichè sui trattori.
Io odio i neri e la loro assenza di empatia. Io vi odio perché quando mi urtate per sbaglio in strada non mi guardate neanche in faccia e avete gli occhi vuoti come quelli dei bovini.
Io odio gli slavi e i loro coltelli. Io vi odio perché quando siete ubriachi di notte c’è da averne una fottuta paura, perché siete pericolosi e vi vendereste le vostre madri e le vostre sorelle.
Io odio gli spagnoli perché si vestono di merda, odio gli inglesi perché hanno i denti marci. Odio i francesi che odiano tutti gli altri e odio i tedeschi perché mangiano cibo fetido. Odio i rumeni perché sgommano coi Mercedes scassati, odio i cinesi perché non si fanno mai un giorno di ferie, odio i mussulmani perché ci giudicano ferocemente, odio i vegani perché è difficile invitarli a cena. Poi odio i cristiani invasati perché con loro la logica fallisce e la dialettica soccombe. Odio i macrobiotici perché hanno divise antisesso, facce antisesso, voci antisesso e pensieri elevati allo stadio del tubero, odio gli ebrei perché sono i migliori, odio i froci perché sono tutti riconoscibili come se avessero una scritta a led piantata in fronte.
Odio gli egocentrici come me, odio gli ignoranti come me, odio i creativi falliti come me, odio i rumorosi come me, odio i terroni nordizzati come me, odio gli anaffettivi come me, odio quelli tozzi come me, odio chi non sa le lingue come me.
Io vi odio quando siete una categoria.
Ma io vi amo tutti. A uno a uno.
Io vi amo per nome e cognome.
Io vi amo e vi odio, mi amo e mi odio. Ed è tutto vero: ogni stereotipo è vero.
Mi fate pena, mi faccio pena, ingredienti squisiti in questo brodo disgustoso, finiamo per marcire in una ricetta scadente allungata con acqua putrida e dado Star.

 

 

(Credits: Cover art from “Grinderman 2” – Nick Cave and Grinderman)

La figlia di Pietro

Padre.
Sono andata lontano.
Ma io volevo solo essere come te.
Quegli uomini che ho conosciuto mi hanno insegnato cos’è il Monolite.
Ma sei tu il Monolite.
Quegli uomini sono andati lontano come me, più di me. Prima di me.
Hanno uccelli sulle spalle e bestie carnivore addomesticate ai loro piedi. Mi insegnano la briglia che non taglia, la forza gentile, lo sguardo che tutto coglie, l’attenzione e l’amore.
Mi insegnano le cose che servono a diventare uomini veri: mi allevano nella foresta come un cucciolo di lupo sebbene io sia lupa, sebbene cucciolo d’uomo, femmina, sebbene non sia degna di partecipare alla mensa.
Mi danno da mangiare cose che non sono commestibili. Mi insegnano la forma del mio dolore.
Mi spingono con la faccia contro il muro. Quei muri di sette metri che mi tolgono la visuale.
Poi mi dicono che sono sbagliata, tutta sbagliata.
E forse davvero lo sono perché non somiglio ancora a te.
Sono di impasto friabile, languida, di burro. Io mi faccio a pezzi per ciò che non esiste e ancora non ho saputo costruire niente.
Tu che invece erigi i palazzi, dimmi, tu, come fai?
La metà di te.
Padre di pietra.
Vorrei essere solo la metà di te.
Un sassolino di basalto. Essere. Incorruttibile.

 

Padre.
Ho conosciuto gli uomini Monolite, sono dovuta andar lontano, ma il Monolite eri tu.
E io lo sapevo, ma tu sei una pietra che non sa di essere pietra.
Una pietra che non parla. Un pietra che è sempre stata, non racconta come si è fatta tale perché tu sei e non sai.
Io ho parlato con chi è nato dal fango e chi il dolore l’ha essiccato, trasformato, prosciugato, fino all’essenza. Di quegli uomini non è rimasto niente, ora sono trasparenti come le pietre più dure. Non è rimasto niente: li puoi scrutare attraverso ma servono occhi giusti, occhi puliti e allenati.
Gli puoi passare attraverso ma io non sono ancora pronta. Intuisco spiragli, loro mi concedono qualche luce, mi dicono che ho talento ma poca disciplina. Mi dicono che posso. Che se mi impegno, posso.
Che posso essere come te.
Ma io sono dovuta andare lontano, alla scuola dello sconosciuto per imparare la tua tacita lezione.
Io sono ancora molle di lava e il mio vulcano è emorragico.
Se apprendo la disciplina un giorno questo fuoco denso sarà stoico senza raffreddare.
Se imparo la temperanza null’altro più che l’essere mi saprà eccitare.

 

La tua figlia viziosa.
La tua figlia inconcludente.
La tua figlia di carne.
Sa che se viene dalla pietra, alla pietra potrà tornare.

 

 

(Credits: “Monolite“, 2017 – Puntasecca su plexiglass. Valentina Formisano)

Strade marchigiane

Le case sono grigie, beige, marroni a due o tre piani.
Sono parallelepipedi senza elementi aggettanti, senza rientranze.
Al piano terra hanno una coppia di grandi serramenti in alluminio e vetro opaco: due occhi chiusi. Dentro ci sono i garage trasformati in stanzoni abitabili e disabitati.
Ci sono le piastrelle sul pavimento, di solito un grande tavolo, un divano coperto da un tessuto sdrucito, un lavello e un piano cottura nell’angolo in fondo. Qualche mobiletto.
Ci si viene solo d’inverno per fare la pizza perché a volte c’è anche un forno. Qui si fanno le cose che non si possono fare in casa, le cose che sporcano, che hanno bisogno di spazio, come l’impasto, stipare la legna, o congelare in un pozzetto le parti di agnello messe in sacchetti di plastica separati; i vari pezzi identificati con una scritta sull’etichetta: testa, costine.
Ci si conservano i vuoti a rendere. Gli attrezzi. Le gomme termiche.
Sopra, i balconi vuoti.
Niente fiori, né panni stesi. Le tapparelle sempre abbassate.
Fuori, il brecciolino bianco.
Dietro, un fazzoletto di erbacce e terreno.
Di lato, una motozappa parcheggiata e automobili due, o anche tre. Un cane alla catena.
Così sono le case marchigiane.
Si trovano ai bordi di statali o strade provinciali asfaltate di recente su cui sfrecciano macchine di grande cilindrata. O, quando ci troviamo più in campagna, sorgono lungo le vie polverose, stradicciole bianche che conducono al cartello Proprietà privata: a volte si sbaglia indirizzo, e manovrare davanti ai cancelli di queste abitazioni sconosciute fa paura. Grosse bestie abbaiano ai fari nella notte e immagino sempre che esca qualcuno con il fucile in mano.
Ognuno a casa sua. È la filosofia di questa gente qua.
Gli pneumatici lasciano tracce bianche quando da queste strade private si ritorna sull’asfalto. A volte i trattori lasciano pezzi di terra, zolle, fango, quando escono dai campi, quando col lampeggiante giallo procedono a sei chilometri orari in mezzo a curve in cui non si può sorpassare. Un albero ogni tanto in mezzo alla carreggiata e radici che deformano il manto stradale; molti, i segnali piegati dagli scontri frontali nei weekend alcolici.
In venti anni le case non sono cambiate più di tanto, però adesso ce ne sono di più colorate. Sono più basse e hanno i profili delle porte e delle finestre ad arco, cordonati di bianco, mentre le facciate sono rosso sangue, azzurro cielo, giallo uovo come quelle di mare a Porto Recanati anche se in campagna il mare proprio non c’è.

26a

Gli italiani hanno pensato di dover essere al passo coi tempi, di dover seguire i consigli dei personal trainer, dei personal shopper, dei wedding planner e degli architetti ristrutturatori di Canale 31. Chi ha potuto s’è fatto una casa all’altezza degli standard contemporanei. Ma i marchigiani no. Loro hanno una geometria funzionale che mai e poi mai può essere sostituita da un elemento più estetico che pratico: se i nostri progetti già funzionano, perché cambiarli? Ecco. Hanno potuto dare al massimo una mano di colore, nuovo e violento, in mezzo alla mitezza del paesaggio.
Qualche altra casa è fatta di mattoncini rossi, di quel poco più gradevoli della muratura incolore, del cemento armato che con gli anni si incupisce e nessuno ritinteggia mai.
Comunque, contemplate le piccole varianti, sono tutte uguali.

Lungo le statali in basso, giù nelle zone industriali ai piedi dei colli ci sono le pompe di benzina. Grosse tettoie con le scritte Tamoil, Q8, e qualche altra nuova compagnia che diluisce il diesel che perciò costa molto di meno e che però è gestita da qualche malavitoso del sud. Ci sono le stazioni di rifornimento di metano bianche, verdi e azzurre. Qui comprano le BMW ma poi ci montano l’impianto a gas per risparmiare.
Ci sono i bar nei distributori di carburante. Nel 2018 sono stati tutti ristrutturati da un bel po’ e dentro ci sono le ragazze belle e giovani a lavorare, e gli operai vecchi o giovani, italiani o albanesi, a giocare. Ci sono le slot machine. I led lampeggiano come in un’eterna festa patronale. Discoteca perpetua.
Un’insegna con la grafica orrenda e un nome incredibilmente fantasioso come Bar Bablù, Roxy Bar o, giuro, Bar-Bie. Eccetera.

3

Ci sono molte rotatorie.
Sulle rotatorie le pubblicità dei grossi scarpari marchigiani (grossi e ancora più grossi, pure quelli che marchigiani non lo sono più, che hanno i loro showroom a Londra e a Milano). Ci sono le pubblicità formato-monumento o quelle più discrete delle aziende minori.
Ci sono le indicazioni per frazioni di ventisette abitanti dal nome ridicolo, e frecce blu che indicano la via per la capitale in entrambe le direzioni: Roma 199 km qualsiasi strada tu prenda. Di qua e di là. Una che contraddice l’altra, così, per non farti mai andare. Rimani.

I cieli sono perlopiù invernali.
È vero che qui le stagioni cambiano colore forte forte, si dichiarano nelle foglie degli alberi. Ma il cielo è sempre un fondale matto*; l’orizzonte ha le nuvole lunghe e senza forma. Grigio.

21

In questi paesi non c’è mai odore di cibo.
Solo, la catena aromatica del benzene che fa progredire l’industria, che fa avanzare i SUV verso casa, dove nei campi si ardono fascine nei giorni gelidi. Solo, l’odore dei gatti nelle abitazioni grandi un piano intero, cento metri quadri riscaldati a stento; i pavimenti degli anni Settanta sanno di un detersivo qualunque.
Lungo le scale che portano agli appartamenti, sempre abitati da uno zio sopra e una nonna sotto, odore di polvere perché ci sono lunghe tende mai lavate ad occultare finestre lasciate sempre chiuse, fatte per chissà quale motivo se a schermare la luce ci sono tapparelle e tessuti. Il corrimano in alluminio dorato. Le scale in finto marmo, le pareti imbiancate. Odore di corridoio d’ospedale.
Tutte così, le case marchigiane.

Siamo un paese fatto di asfalto e Case Cantoniere.
Costruzioni tutte uguali, che siano solo utili, che affaccino in strada dove non occorre altro che benzina.

16ba

E penso ad Edward Hopper e alla sua Gas station ogni volta che passo davanti a una stazione di rifornimento di sera.
È buio e la notte bagna l’asfalto. Ho solo voglia di correre per godermi la strada, ma se voglio godermi la strada devo andare piano. Mi lascio sorpassare.
La tettoia dell’IP mi attira come una falena sulla griglia elettrica. Arancione e blu, una riga orizzontale taglia il cielo nero che è tutt’uno con l’asfalto e le colline. La campagna non è più una certezza, ma solo la promessa della tua fede: le terre che di giorno hai sempre visto circondare questa statale adesso sono invisibili come una divinità. Da qualche parte puoi sperare che ci siano.
In campagna è così notte che esiste un solo dio, e dio è la striscia bianca al lato della carreggiata.
Ho il serbatoio pieno. Mi fermo lo stesso.
Metto la freccia verso sinistra, rientro in strada dopo l’immotivata sosta, come se nulla fosse, accelero.
Cosa sembra una macchina nera che senza ragione, nella campagna desolata, gira in una pompa di benzina senza fare rifornimento e poi va via così com’è arrivata?
Due automobili mi superano. Da dove arrivano? Fino a qualche secondo prima non c’era nessuno dietro di me.
M’inquieto.
C’è una pompa dell’Agip più avanti. Quel giallo nella notte e il cane nero a sei zampe mi fanno pensare un’altra volta a Hopper. Comprendo d’un tratto con una folgorante certezza che sono i monumenti più belli che possediamo.
Non c’è altro nell’architettura moderna.
Nulla che sia più potente dell’apparizione nel deserto urbano di un’oasi. Si materializza come nube luminosa in mezzo alla nebbia.
Sei salvo.
Ma questa volta forse è meglio non fermarsi.

 

 

 

*(“Opaco Senza Lustro, ed è la stessa voce, che dal senso di languido, debole, passò all’altro di fioco, smorto, non lucido, detto di colore e specialmente parlando di metalli”).

Avec le jeu du prochain train

Ah, il calore simulato dalle luci soffuse di un McDonald’s lungo l’Adriatico, a rimpiazzare quello del focolare domestico in una domenica di quasi inverno. Sostituisce con inaudita efficacia quello che non c’è.
No Vergara, no mountains, no friends.
Peruviana alla cassa, mare anonimo, cinesi zoppi.
Leo, eravamo qui qualche anno fa, e io non avevo le mutande?
Mi sembra di sì .

I palazzi a Senigallia paiono fatti con delle Lego degli anni ’70. E sono tutti alberghi. E sono tutti vuoti.
La città è vuota. Irrimediabilmente. Il cielo assente, del tutto, come la gente per strada, come la strada. Vuoto. Niente.
C’è vento. Lo vedo dai listelli di legno che schermano la vetrata lungo la quale siedo. Il panino, il parcheggio.
Avrei voluto avere Infinite Jest qui con me, ma mamma mi impedisce di portarmelo appresso quando ho la borsa più buona: fa scucire i manici, staccare i ganci e deforma le plastiche. Ed è solo per questo che io mi sento sola. Infinitamente sola. Solo per questo, perché sotto il pile, su una sedia a rotelle coi moncherini immobili lungo un pendio erboso a osservare i fumi fluorescenti dell’inquinamento sulla città dall’alto, io mi sento bene.
Rincuorante.
Come sapere che nulla ha un senso.
Rincuorante.
Sapere che infine, puoi esistere “più leggero” con l’ausilio di un libro.
Ma anche senza libro, senza amici, senza sole, tagliatelle, case, anche senza niente, senza sesso, senza amore, senza scopo, il vivere è una condizione a sé sufficiente.
Si vive, la domenica pomeriggio. Ed è sufficiente.
Nulla mi duole.
Eccetto questa pioggia. Coi reumatismi nelle gambe che non ho mai perso avec le jeu du prochain train.

Dimmelo

-Una, era un po’ strana. E di quel suo grande dramma ne diceva a tutti.
-Una ragazza antipatica.
-L’altro era un uomo solo.

 

-“Tu puoi capire”
-“Te lo sto dicendo con il cuore in mano”
-“Non so perché. Te lo devo dire”

 

-Si inginocchiò nella grande sala, mentre gli altri erano distratti. Ai miei piedi e mi parlò.
-Al ristorante cinese. A tavola.
-Mi fece la sua prima telefonata.

 

-Si trattava del compagno.
-Si trattava del padre.
-Si trattava di due balordi.

 

-Una voce che trema e gli occhi lucidi. Occhiali. Pochi capelli.
-Un sorriso enigmatico. Ride proprio. Ride mentre lo dice. Le guance turgide, il corpo magro.
-Non so che faccia avesse in quel momento.

 

-Non devo vacillare.
-Non devo impietosirmi.
-Non devo rimanere indifferente.

 

-Mi hanno detto che fa sempre così. Mi hanno detto di non preoccuparmi.
-Mi hanno detto che è molto bugiarda.
-Mi hanno detto “Sicura che non sia un mitomane?”

 

-Pedofilia.
-Incesto.
-Stupro.

 

-“Non potevamo davvero immaginare che avvenisse una cosa del genere”
-“Non l’ho mai detto, altrimenti mio fratello l’avrebbe ammazzato”
-“Non lo sa nessuno. Non l’ho mai detto a nessuno”

 

-“L’amore. Ti rendi conto che l’amore può diventare il più profondo odio?”
-“Mi batto con l’arte contro la violenza sulle donne. Faccio fotografie di denuncia”
-“Ho cercato due volte di ammazzarmi”

 

-Ho fatto un discorso vagamente filosofico.
-Sono rimasta in silenzio.
-Mi sono messa a piangere.

 

Dimmelo.
Dillo a me anche se non sai chi sono.
Sono io. La spugna.
Sono io, l’Unicorno che inverte i veleni.
Dimmelo.

(Credits: frame from music video “Elastic Heart” by Sia. Performed by Shia Labeouf and Maddie Ziegler)